Fatti, Luoghi

Un pomeriggio, al salone da parrucchiere

Soffiano, arrochite, le bocche spalancate dei fon.

“Mercoledì scorso”, così dice il parrucchiere, le dita affondate in capelli d’altri, a massaggiare una spuma bianca come di meringa, “Mercoledì scorso mi sono morti dodici pulcini”.

“Non erano pulcini”, ride la moglie mentre manovra una spazzola tonda affonda le sue dita aliene dentro lunghi capelli biondi e li lascia andare arricciati come nastri di un pacco regalo. “Non erano pulcini, erano solo uova”.

La porta si apre, poi si richiude. Dentro entra uno svolazzo di vento freddo che sa di foglie secche, fuori esce un bolo di aria calda, odorosa di lacca. “Buonasera”, “Buonasera a lei”.

Batte un piede sulla poltrona girevole. “Le piace?”. “Sì”.

“Le galline”, dice il parrucchiere mentre le sue forbici prendono a morsi una frangetta nera, “Le galline hanno smesso di covare per via degli acari rossi. Sono come ragni, piccoli piccoli, vivono nella paglia, o dentro le fessure tra le assi, e di giorno stanno fermi e buoni, per non farsi notare. Poi, la notte, escono e si infilano tra le penne e lì azzannano, corrono, fanno venire il prurito e alle galline viene una gran voglia di andar via ed ecco che delle uova non si interessano più”.

Cadono a terra capelli umidi a disegnare arabeschi sul pavimento di linoleum grigio.

“Quel che si deve fare”, spiega il parrucchiere mentre lascia che sulle dita gli si arrampichino ciocche come serpenti vivi, “Quel che si deve fare per risolvere il problema è controllare bene le galline, guardare tra le penne del collo, del dorso, sotto le ali… schiacciare quei parassiti uno a uno, che non ne resti altro che una macchietta da niente sui polpastrelli”.

“Un po’ come fare uno sciampo alle galline”.

“Un po’ come fare uno sciampo alle galline. E poi la sabbia. I bagni di sabbia. Vedessi, le galline, come sono felici quando si rotolano in quella sabbia e si accovacciano giù, e poi su, e poi starnazzano e poi fanno cococococo che sembra che stiano ridendo, guarda. Li vuoi ancora più corti? Sfiliamo un pochino?”.

Frusciano le riviste di carta patinata, sotto i caschi pigolano i boccoli artificiali.

“Oppure”, il parrucchiere di tanto in tanto prende tra le dita due ciuffi di capelli e li tira verso il basso a saggiarne le lunghezze, che siano pari, “Oppure bisogna usare la fiamma ossidrica. Una bella fiammata dentro il pollaio, solo per un istante perché non si bruci ogni cosa. FUM! Fuoco e fiamme e poi tutto come prima, solo che là, non visti da nessuno, tutti quei ragnetti rossi sono morti accartocciati dal calore, ridotti in niente, come se non fossero mai stati”.

“Che orrore”, dice la moglie mentre spennella una testa con una mistura simile a calce o biacca.

“Una fiammata d’un attimo, e poi basta. Niente. Tutto un universo di ragnetti rossi che scompare, e noi quasi non ce ne accorgiamo nemmeno”.

Din din, fa il campanello fissato sulla porta.

“Buonasera”

“Buonasera”

“Mi dica”.

E così via.

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