Fatti

Una lucerna romana spaccata, confitta nella parete di terra battuta di un’antica catacomba. Oppure una noce.

Quel che si vede è un vuoto, e quel vuoto è l’unica cosa che l’oggetto concede.
Una parte cava, spezzata a metà, trascurabile per estetica e funzionalità.

La terra l’abbraccia, ne cinge i bordi. Dietro – noi non possiamo vederlo – aderisce al lato convesso in una simbiosi imperfetta, violata solo da bacilli e pallidi vermi del sottosuolo.

L’oggetto mostra di sé non più ciò che era stato progettato per mostrare, ossia il guscio duro di protezione, ma (che vergogna!) una parte segreta, una piccola vacuità da cuore in sezione. Atrio e ventricolo pietrificati, battito fermo, umido, rotto. Piccolo gheriglio di luce morta.

Perdoniamolo: il gioco dell’esistere è complicato, capita a volte che se ne confondano le regole.

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