Persone

Storia della cercatrice di fossili

Lyme Regis è un paese inglese della contea del Dorset, nato intorno a spiagge di scoglio e dirupi plasmati aguzzi dai venti battenti. Qui nel 1799 è nata Mary Anning. La prima boccata d’aria che ha fatto il giro dei suoi polmoni neonati è senz’altro stata salmastra, gonfia d’invisibili gocce di mare. Un piccolo battesimo delle onde al quale Mary ha tenuto fede finché è stata al mondo. Quel che ha fatto per tutta la sua vita, fin dai primi passi, è stato percorrere la spiaggia in cerca di fossili, come le aveva insegnato suo padre. Schiena curva e sguardo a terra, che a rialzarlo in orizzontale dopo tante ore c’era da sentirsi rivoltare lo stomaco (come d’un mal di mare improvviso) nello scoprire che l’universo era ancora lì e che non era solo fatto di pietre e grani di sabbia.

Il lavoro di Mary era quello di vendere ammoniti fossili in una bancarella allestita di fronte a casa. Gli acquirenti erano perlopiù superstiziosi che con quei molluschi di pietra volevano tener lontane le malattie. A comprare, però, venivano anche degli scienziati, specialmente da quando, a dodici anni, Mary aveva trovato il fossile di un ittiosauro. Un coccodrillo giurassico lungo più di un metro che lei, osso dopo osso, era riuscita a rifare intero. Quello e tanti altri scheletri ricomposti da Mary Anning fanno bella mostra di sé al British Museum, senza che nessuno si domandi ci ha saputo scorgerli, pietra nella pietra, e ridar loro la forma che avevano quando il mondo era ancora giovane e quasi ogni cosa era ancora lontana a venire.

La vita di Mary fu spesso ingrata. Fu quasi sempre a corto di denaro e non fu piacevole nemmeno essere relegata ai margini di una scienza che lei stessa non sapeva davvero padroneggiare, continuamente succhiata e sputata via dai dotti come una gomma dopo che ha perso il sapore.

Se di momenti felici ce ne furono, e possiamo giurare che ce ne furono, si trattò di piccoli momenti segreti. Ad esempio quando, insieme ad una amica, riuscì a rendere di nuovo fluido l’inchiostro che si trovava dentro la sacca preistorica di una seppia altrettanto preistorica e quel liquido scuro lo usò per disegnare la seppia stessa, chiudendo il cerchio con un colpo di pennello che può far girare la testa, se ci si pensa troppo a lungo. Fu felice, si può pensare, quando nella pancia di un ittiosauro scoprì i resti del suo ultimo pasto antidiluviano: una matrioska di fossili. Fu felice ogni volta che nella rena intravedeva uno spigolo, un colore diverso, una forma promettente che forse poteva essere, o forse no, ma probabilmente sì…

Forse, Mary Anning, quelle vecchie ossa a volte le ha anche odiate come si odia ciò che più si ama, esausti di continuare a pensare che sia quella l’unica cosa che conta. Se un momento così c’è davvero stato nella sua vita, senz’altro è stato il giorno in cui una frana s’è schiantata su lei e il suo cagnolino Tray. Lei si è salvata, pur fratturata in più punti. Tray, invece, è morto, inghiottito dalle rocce fradice.

Forse, tra qualche milione di anni, un’altra cercatrice, una Mary Anning del futuro, ne ritroverà il fossile e, con occhi speciali che sanno vedere non solo quel che è, ma anche quel che è stato e quel che potrebbe essere, saprà volergli bene. Non conoscendo il vecchio, gli darà in segreto un nuovo nome e ne immaginerà la vita. Così anche la storia di un piccolo bastardino ingoiato dal tempo saprà andare avanti, indifferente alla morte.

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Fatti

La crisi delle banche

Camminando in una città nel cuore di agosto, può succedere di percorrere una strada che non si percorre d’abitudine e trovarla un po’cambiata. Ad esempio si può scoprire che a due passi dal bar cubano ‘New day delicacy’ ha chiuso una banca. Se si sbircia oltre il riflesso del proprio volto, al di là dei vetri si vedrà che nell’anticamera stretta tra due porte a vetri si sono ammucchiate foglie secche e batuffoli di polvere.

Dentro non c’è più niente.

Non ci sono più i computer ronzanti di ventole asmatiche, non ci sono più le poltrone girevoli con gli schienali imbottiti. Non ci sono più le penne di fronte ai vetri divisori, legate da catenelle di metallo dorato come squallidi rosari laici della sfiducia nel prossimo. Sul davanzale, però, rimane un pezzo di terra cilindrica, della forma di un vaso che ora non c’è più.
Alla terra è aggrappata una pianta grassa, ancora verde e pasciuta.

Può capitare, anche se si sa che i dispiaceri nella vita son ben altri, di sentirsi crescere un malessere nello stomaco. Succede al pensiero di cosa farà a quella pianta l’arsura dell’estate, prima che l’estate sia finita. E’ una pianta che, diciamocelo, niente sa delle bolle immobiliari americane, che poi gli economisti chiamano ‘crisi del subprime’. Non se ne intende dei prestiti che son stati fatti là dall’altra parte del mondo, a famiglie senza reddito che mai li avrebbero potuti rimborsare. Per attinenze botaniche potrebbe sapere, forse, che se una farfalla cavolaia batte le ali nell’orto sul retro di una casa nella periferia di Springfield (se quella casa appartiene a qualcuno carico di debiti con le banche che non potrà ripagare mai) dall’altra parte del mondo, in una via assolata di una cittadina italiana, si può formare un uragano finanziario, capace di spazzar via d’un colpo l’impiegato alla cassa che, ogni mercoledì prima della pausa pranzo, riempiva un bicchier d’acqua di rubinetto e lo versava sulle sue radici albine. Ma tutto sommato non sa neanche questo.

Può venire, a quel punto, l’istinto di cercare una qualche spranga di ferro e rompere il vetro per salvarla da tutto quel niente che la circonda come una condanna.

Ma è consigliabile, invece, proseguire.

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Eventualità, Fatti, Istruzioni

Modeste istruzioni per capire il mondo

Per capire il mondo occorre innanzitutto partire da qualcosa. Ad esempio si può partire dal suono che fanno i passeri quando si levano in un volo basso, nei fossi, tra i rovi e l’erba secca. Per capire quel suono non resta che imitarlo. Bisogna cercarlo con la bocca come un cantante lirico cerca la nota giusta. No, niente fischi. Non si parla di cinguettii, ora. Quel rumore si trova da qualche parte tra la lingua e il palato. Si comincia fissando la lingua nella prima insenatura del palato, appuntandola proprio dove inizia la cunetta che conduce ai denti. Ma i denti non c’entran niente, ora. Dopo aver fissato la lingua saldamente, ecco che la si deve cogliere di sorpresa con una improvvisa raffica di vento. Una folata di scirocco che spira da sud, dalle terre calde dei polmoni, passando dallo stretto della gola.

Si sganci, allora, la lingua, che assecondi il vento. La si lasci sventolare in bocca come vela di nave pirata. Che si sciolga al vento e si agiti, indomita, finché dura il fiato. E quanto dura, il fiato! Sempre almeno sette secondi più di quel che si pensava. Sarà un trrrrrr perfetto, allora, quel che verrà fuori. Eccolo, quel battito d’ali anarchico, leggero e deciso come una stretta di mano.


Cosa ci vuole, a questo punto, a capire il mondo? L’odore asciutto della terra che si sfarina quando non c’è acqua e quello denso quando si fa fango dopo un temporale. Quello acre dell’erba, il ventre molle dei fiori, delle orchidee selvagge più rosse della timidezza. A vedere i passi che si son susseguiti: quelli di lupo, di scoiattolo, di coleottero, di soldato, di contadina. E di più: come è facile, ora, veder ali di fata nei semi dell’acero. Ed eccole lì, di nuovo, impellicciate a festa mentre ronzano attorno al dolce dell’acacia. E ti vien subito da pensare che esiste un universo pieno di piccole cose invisibili. Coleotteri cornuti, muschi tentacolari, zecche pazienti, sassi iridescenti, lame di luce, la rivoluzione di un microcosmo di grani di polvere, una bassa casetta di mattoni, in mezzo al bosco, con il tetto ricoperto di aghi di pino che un giorno, presto o tardi, crollerà. L’ombra lunga di fiore selvatico viola, con la corolla a forma di papalina, come un compunto cardinale.

Come un punto cardinale.

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Eventualità, Luoghi

Piccola classificazione di silenzi

1) Quasi sognato.

Le lancette hanno fatto diventare domani l’oggi da otto minuti. Nove. La finestra è aperta sulle tapparelle chiuse, se si escludono i fori da scolapasta a tratteggiare le stecche marroni della luce gialla dei lampioni giù in strada. Stai per scivolare nel sonno. Una volta che ti sarai addormentato sognerai la parete di una grande rupe alla quale sono appesi tanti angioletti di pezza, con la testa piena di bambagia e le ali di carta d’alluminio che, quando il vento soffia loro addosso, si muovono come un volo argenteo di foglie di pioppo.

In questo preciso momento, appena prima del sogno, da fuori ti arrivano voci allegre che scandiscono un conto alla rovescia. Nove otto sette. Come a Capodanno, pensi. Sei cinque quattro. Forse un compleanno. Tre due uno. Ed eccole, abbacinanti, le ali degli angeli di pezza mosse dal vento sognato.

Il silenzio di un conto alla rovescia lanciato nel niente.

2) Sottomarino.

Quando sei tutto immerso sposti l’esatta quantità d’acqua che corrisponde al tuo corpo. Con le braccia scavi nel mare con la frenesia di un cercatore di tesori sepolti. Ti trovi, ora, a guardare un azzurro opaco e non c’è molto altro che tu possa vedere così, con gli occhi spalancati a mescolare lacrime e salsedini. A quel punto resti lì, fermo in una lotta muscolare contro l’antigravità del mare. Ed ecco che ne senti nelle orecchie il crepitio, come foglie secche che divampano in un camino.

Il silenzio rovente degli abissi.

3) Che viene dopo.

Ascolti la storia che uno scrittore ha scritto per te. Le parole si infilano nell’imbuto degli occhi e si versano in testa, nella stanza misteriosa dove diventano voce muta. Ogni tanto ti fermi per andare a bere un bicchiere d’acqua, o aprire la finestra, o dire “ricordati che sono le sette”, a qualcuno che è bene ricordi che sono le sette. Le pagine ti sfogliano come una margherita, fino all’ultimo petalo. Anzi, fino alla punta di freccia dell’ultimo petalo. L’ultima frase, ad esempio, potrebbe essere: “Meno male . Detesto sentire i cani che ululano”. La storia sembra finita, ma non lo è. C’è ancora da ascoltare quel silenzio finale che è nella riga bianca dopo l’ultima. E’ quella la riga più importante di tutta la storia: l’unica davvero greve di cose grandiose, di una potenza impaziente di farsi atto.

Il silenzio del seme piantato.

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Luoghi

Nessuna terra è come questa terra

C’è chi dice che l’occhio divino non conosca miopie. Forse, però, gli sfugge quel momento preciso in cui il regno delle luci stende i suoi confini sull’orizzonte, come panni messi ad asciugare. Lo sanno, gli occhi degli dei, dell’incontro felice tra la notte il giorno? Un cielo scuro, trafitto da stelle verdognole, allungato a baciare l’azzurro del giorno pieno. Più sotto si stiracchia un arancio come la polpa di una pesca matura, ma è il rosa ad affondare le dita nel nero del mare, brillante di luci inghiottite da acque voraci. Non vista, da qualche parte, c’è la terra arida che la sera ha dipinto di un grigio opaco, profumato di foglie agre da assaggiare e di polveri rosse.

Avido di rugiade.

Cardi viola e scarabei coriacei, e tartarughe: scorze di sasso e gola tenera, palpitante e veloce, come le zampe delle lucertole. E poi ancora campi di grano, biondi sotto la luce del sole, e fruscianti di vento che ora sono incanutiti dalla promessa della notte. Una promessa delle più facili da mantenere: basta aspettare. E poi la notte arriva, e anche allora il mare si affaccia, segreto, dalla finestra aperta su una stanza senza tetto di una casa diroccata a pochi passi dalla scogliera intagliata dalla risacca e dalle onde in tempesta. Domani mattina, dopo che il sole sarà sorto alle spalle degli stagni come una sorpresa, gli zoccoli delle pecore applaudiranno di nuovo sull’asfalto. Musi lunghi e lunghe lane. Musi di animale affamato di radici e bocconi d’erbe impolverate. Sono capaci, se vogliono, di fermare ogni cosa, bloccare l’andare del mondo come un tappo.

Bloccherebbero, se volessero, anche il maestrale più furioso che gonfia i polmoni e piega la colonna vertebrale degli alberi, dispensatore di odori lontani e salsedini. Domani il sole di mezzogiorno ingoierà le ombre e chiuderà gli occhi. Ruggirà un fri fri di cicale che non fanno pensare e sudare sudori anarchici. E poi ancora il sole arrossirà di nuovo la linea del mare e si inseguiranno le ombre tra le agavi e dentro le impronte dei gabbiani.

E forse a dirlo sarà un fischione con il suo verso o lo taceranno le bocche chiuse dei fichi d’India : “Nessuna terra è come questa terra”.

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Persone

Il sole è una pupilla pallida

Il sole è una pupilla pallida dietro a una cataratta di foschia umida, bianca. Dalla sua prospettiva, nel cuore del cielo di mezzogiorno, guarda un uomo camminare nella sua camicia a righe, guidato dal suo cane color ovomaltina.
L’uomo, invece, il sole non lo vede, perchè è cieco.
Il suo cane color ovomaltina è un cane guida. Questo cane guida, però, non sa guidare. Sa avanzare seguendo linee talvolta rette, talvolta curve. Ellittiche, anche. Il mondo per lui è un gomitolo di odori da dipanare una nasata dopo l’altra. Ogni odore, se inseguito, conduce a un determinato oggetto da prendere tra i denti e mordere. Un morso che non serve per mangiare, ma per far sobbalzare, per sollevare, per finger viva una lattina e rincorrerla un po’, per finta. Il cane color yogurt all’ovomaltina va dove lo conduce il filo dell’odore che ha scelto. Giù per una scarpata, o tra le ortiche, o sul ciglio di un dirupo.

E il suo compagno, al buio, lo segue fiducioso. Penserà, forse, che fare una passeggiata significhi quello: attraversare piante urticanti tendendo le mani in avanti per non pungersi. Immaginerà un mondo insidioso, feroce, con mandibole muscolose e unghie che azzannanno e graffiano.

Il cane prende in bocca un piccione morto e ringhia un po’. L’uomo si avvicina, lo sguardo fisso in avanti in un punto lontano che per lui non è altro che un nero che non sa di chiamarsi ‘nero’. “Ehi, cos’hai in bocca? Sputa. Dai, fammi vedere!”. Allunga le dita per guardare con i polpastrelli, come sa fare lui, e afferra penne e carne viva.
Non è molto diverso, a pensarci, se si hanno occhi sani: quel che si vede rimane addosso, ed è sempre troppo tardi per non sporcarsene le mani.

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Eventualità, Luoghi

Cicoria comune

Non saponaria. Non malva. Non ciclamino. È cicoria. Cicoria comune. Erba di fosso di piena estate, cri cri di cicale, e gorgoglii lenti di acque coraggiose: quel che resta di evaporazioni selvagge.

È cicoria, quella pianta che si arrampica al cielo tra le gramigne secchie, irta su gambi magri e ritorti, segmentati di nodosità coriacee, copie sfacciate di rami d’albero. Fiore di cicoria, quel ventaglietto di petali del colore del cielo quando si riflette nelle pozzanghere, dopo un temporale, se dopo il temporale si è rasserenato.

Non ginestra, non papavero: è della cicoria quel piccolo fuoco d’artificio silenzioso, che esplode di pistilli viola (occhi screziati, quelli, che non vengono ammirati quasi mai, solo talvolta, quando un poeta passa di lì).

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