Istruzioni

Istruzioni per iniziare a fare una rivoluzione

Per fare una rivoluzione può essere utile uno spunto. Si può cominciare andando ad assistere a una conferenza.
Fuori potrebbe condensarsi una bruma greve, dopo la pioggia. Nell’ingresso della sala conferenze potrebbe essere esposta una scimmia impagliata. Ma forse no. Nell’aria potrebbe esserci un leggero odore di capelli umidi e cera per pavimenti, e quell’aroma elettronico che si sente se si appoggia il naso alla parte del microfono in cui si parla. Ma forse no.

Il relatore potrebbe essere un filosofo e quel filosofo potrebbe parlare di altri filosofi. Ad esempio Georges Bataille. Parlando potrebbe dire, quasi per caso, che Bataille nella sua vita ha lavorato tutto sommato poco. Si riferirebbe, naturalemnte, ad un lavoro “tradizionale”, non al pensare e allo scrivere ciò che s’è pensato.

Potrebbe succedere, allora, che l’uditorio, fino ad allora silente, cominci a rumoreggiare. Ridacchiare, anche.

A questo punto si potrebbe pensare che se riteniamo di poterci sentire in qualche modo superiori a Bataille, o a chiunque altro, solo perché abbiamo vinto nella gara a chi lavora di più, vuol dire che è davvero urgente provare a scrollarsi di dosso l’idea che dallo spaccarsi la schiena derivi una qualche superiorità morale. Un maggior peso nel mondo.

Si potrebbe capire che il nostro peso è quello d’ali di mosca. Solo, ogni tanto, catturano la luce del sole e ci facciamo un arcobaleno.

Questo potrebbe essere l’inizio di una rivoluzione.

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Luoghi

La memoria di Atlantide

Venezia ha strade strette come spalle larghe, e ponti che sono braccia allungate a stringere mani e acqua verde come un occhio verde. Palazzi come stalattiti: guglie segrete e piccioni, brume e sciabordii e una chiesa dai visceri d’oro che ingoia e digerisce e labirinti di vie appese sul niente non fatte per perdersi ma per cercare e una volta trovato, smarrire per poter ricominciare.

Le scimmie delle nevi del Giappone, molti anni fa, furono portate in Texas, per un crudele esperimento. Lì, pian piano, impararono a mangiare cactus polverosi e a rotolarsi al sole come vecchi gatti. Poi l’esperimento continuò e qualcuno scaricò una montagna di cubetti di ghiaccio a farsi fanghiglia lì, sulla terra crepata dal caldo. Voleva sapere se dopo tanti anni le scimmie potessero ricordare le bianche montagne di Kyoto. Ed ecco che allora le poté vedere, le scimmie delle nevi, correre come impazzite verso quel freddo e succhiarlo con le labbra come fosse un prezioso gelato della memoria.

Venezia è come un’ Atlantide risputata dal mare. Forse lo rammenta ancora d’esser stata, in una vita lontana, una magica città degli abissi, intuita dal mondo in opaco brillare di madreperla ed è il mare che a volte ancora la chiama.

Si alzano in punta di piedi, allora, le strade e le case: aria, aria a quei polmoni di pietra e le alghe si aggrappano alle pietre per non annegare e larghe bracciate.

E il silenzio di brace del sole che cala.

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Eventualità, Istruzioni

Istruzioni per ricordare – 2

Si può approfittare di quel preciso momento in cui ci si addormenta, senza sapere come. Sarà facile, allora, riportare alla mente con inequivocabile chiarezza di quella volta in cui viaggiasti veloce verso Selinunte e incontrasti un uomo con la barba o forse no, con gli occhiali di tartaruga o forse no, che teneva sul palmo della mano destra una falena grigia infilzata da uno spillo, dalle ali di opale mutevole, colme di tentativi ed errori e di sfibranti lotte contro le lampadine accese, di notte.

Di quando una lucertola color lucertola ti raccontò di quanti nomi hanno a disposizione le lucertole per indicare il sole e gli angoli retti degli scalini. Ricorderai bene di quando fosti abbracciato come quando si tampona una ferita che sanguina, fosti cerotto, garza, laccio emostatico, cubetto di ghiaccio che sospende e non cancella, rossetto sul colletto di una camicia e dopobarba da due soldi.

Veleggiasti, una volta, su un mare giallo di salsedine.

Come avevi fatto a dimenticarlo?

Torneranno in mente, all’improvviso, giorni che non si ricordavano più. Tanto per fare un esempio, di quando una volta, ubriachi fradici, inciampammo su un cumulonembo e a me cadde un dente davanti. Suonavamo i campanelli, le ocarine e i pianoforti e poi scappavamo via lontano in groppa ad un moscone di quelli con la schiena verde cangiante come un vestito da ballo.


Ti verrà in mente anche un ottimo progetto, davvero geniale. È un po’complicato spiegarlo ora: occorrono corda, foglie secche, un pezzo di carta a righe piegato in quattro parti uguali, un pennarello verde e un cerchione di bicicletta. Una volta realizzato può servire a molte cose, ad esempio a curare l’acne o salvare il mondo

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Istruzioni, Luoghi

Come nasce una foresta fatata

Corniolo, Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi

Quel posto, ad esempio, è nato da una frana. Prima c’erano un corso d’acqua e alberi ed erba verde, e scricchiolare di foglie cadute, in autunno.
Poi, un giorno, dal picco che sovrastava la valle s’è staccata una fetta che è scivolata giù e giù ancora e la terra si è piegata come si piega un foglio di carta, anche se su quel foglio di carta c’è scritta una poesia.

Così il torrente è rimasto intrappolato come una lucciola tra due palmi di mano e s’è ingrossato ed è diventato un lago, e gli alberi che c’erano sono morti annegati. Ne restano gli scheletri lunghi e lisci come ossa, incrostati di funghi e abitati dai gufi.

A volerli navigare, i molti fiumi incisi sul legno, chi lo sa dove si può arrivare?

Pian piano sono arrivate le rane ad abbaiare il loro verso a bassa voce, come un segreto. L’odore aspro del bosco, la carne molle dei funghi. Vecchi passi quasi dimenticati: di lupo, di scoiattolo, di coleottero, di soldato, di zecca paziente, di contadini pieni di fame.

A un certo punto sono arrivati anche gli spettri degli uomini che, centinaia d’anni fa, hanno costruito la mulattiera arrampicata sul monte, sudandone le pietre una ad una: sono ancora lì, folte di muschio. Muschi tentacolari, silenzi, lame di luce su un microcosmo invisibile. E poi eccoli: gli elfi, le streghe, gli spiritelli dalle ali di vetro.

E’ così che nasce una foresta fatata.

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Eventualità, Luoghi, Persone

Le dolci coste dell’isola di Kiritimati

Mi trovo tra le mani un globo di latta. Ammaccato, ma non scolorito, potrebbe sparirmi in un pugno, se lo chiudessi.

Immagino occhi come quel mondo. Guardo il globo e li cerco. Li ritrovo lì, nell’azzurro screziato dell’Oceano Pacifico, il sole li riempie in un pomeriggio d’estate, un sorriso li inclina. La pupilla è la minuscola, misteriosa isola di Kiritimati, proprio al centro, quasi impossibile vederla, se non sai dove guardare: un tratto violetto nel grande blu. Cerco gli stessi occhi una sera all’imbrunire, quando il giorno si fa crepuscolo e la vita fa meno paura, li vedo lì, aperti sull’Antartide, intorno solo mare e una vita che insegna ad ogni ora a ricominciare.

Occhi che hanno ricominciato ad ogni battito di ciglia, ad ogni sguardo hanno avuto un mondo nuovo.

Trovo quegli occhi al buio, aperti sulle lande della Russia, occhi e stelle venute male, inutile anche solo starle a guardare, solo eruzioni cutanee di un cielo perso: lo toccavi con un dito, ora non t’importa più. Ho visto quegli occhi sperare e sognare, ragionare e innamorarsi tra la Namibia e il Mozambico, il mare intorno, da cornice. Occhi chiusi lì, in Europa, palpebre stanche, a riposarsi ancora un po’, per poter ricominciare, domani, a cercare un modo per potersi pensare migliori.

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Istruzioni

Istruzioni per aprire un pistacchio

Le bucce dei pistacchi, dicevo, stanno aperte come bocche. A seconda, sembra che sorridano, oppure che gridino. E non lo sai se a spalancare quella fessura fai davvero un bel lavoro, perché par quasi di operar violenza. Una forma brutale di estrazione della perla dal ventre riluttante dell’ostrica. Che qui la perla non ha nemmeno un bell’aspetto. E’ un sassolino un po’ marrone e un po’ verdino. Secco. Se si pensa a cosa paragonarlo viene in mente il calcolo che tolsero alla nonna, quello che lei s’è fatta ridare indietro per tenerlo in una provetta di vetro che ora rimane inerte in una scatola nell’armadio dei cappotti.

L’ostrica del pistacchio, invece, è un guscio liscio e imperlato di sale. E per fargli aprir le fauci non c’è niente di meglio da usare come leva che la metà di un altro guscio precedentemente separato dalla parte sua gemella insieme alla quale è nato. E poi, man mano che i frutti dei pistacchi si fan scrocchiare sotto i denti, i gusci si usan quasi tutti per aprire altre legnose ostriche, come una leva che forza la rigidità dei gusci.

Si tratta di una operazione semplice, una catena di montaggio composta da una persona sola a formare una serie di gesti a spirale. Una spirale che somiglia a quella piccola eternità finita che è anche l’unica che possiamo conoscere noi. Una spirale meta- pistacchiale, in cui il pistacchio raggiunge la rara situazione d’equilibrio di essere allo stesso tempo il fine e lo strumento per raggiungerlo.

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Luoghi, Persone

Il regno delle luci

Un vecchio negozio di lampadari che non c’è più, sotto il porticato di via Flavio Biondo – “Questa la chiamo il mio gioiellino”. A dirlo è un uomo anziano, e lento, con i capelli bianchi e morbidi come un manicotto di lapin. Sta parlando di una lampada da scrivania con il paralume verde e lo stelo d’oro, come quelle che si trovano appollaiate sui tavoli di legno morbido delle sale da lettura delle vecchie biblioteche, abituate ad illuminare il ballo della polvere sopra pagine sottolineate a matita. “L’ho comprata da una persona che l’ha comprata da una persona che l’ha avuta in regalo dal custode di una vecchia biblioteca”, dice appunto l’uomo, che sta parlando con una bambina di forse dieci anni che porta un berretto di lana rossa, come se fosse in procinto di andarsene.

“Questa la chiamo il mio gioiellino”, ripete l’uomo, che ama ripetere le cose, quando gli sembra che siano cose interessanti. Intanto spolvera il cappello verde della lampada con un panno e controlla che la lampadina sia ben avvitata, scottandosi un po’ le dita, poi le consola soffiandoci sopra, come si soffia su un cucchiaio di brodo bollente. Dopo la appoggia di nuovo sul tavolo.


Sopra di loro, appesi al soffitto, pendono decine di lampadari di ogni foggia. Alcuni sono trasparenti e glaciali: fontane d’inverno, altri rossi, e viola, e gialli, come meduse pulsanti. Alcuni sono tentacolari, altri tozzi, alcuni squadrati, altri a forma di fiore o foglia. A starci sotto è come camminare, piccolissimi, sotto l’ombrello di funghi velenosi. O meglio nelle profondità abissali, illuminati da una mostruosa muta di spettrali pesci lanterna.


“Ciao, ciao, piccolina, a presto”, saluta l’uomo ridendo un po’, perché è contento, sotto quella foresta di luce. “Ciao, ciao, piccolina, a presto”, ripete. E le parole suonano lontane, come quando si parla sott’acqua.

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