Istruzioni

Istruzioni per andare

Si cominci con il primo passo. Gli altri arriveranno da soli, che non c’è un passo che non ne desideri di successivi. Ci si potrebbe trovare a percorrere, ad esempio, un sentiero polveroso, il sole una colata liquida d’un bianco che chiude gli occhi. Si pensi alle note di una melodia della quale si conosce solo il ritornello e le si ripeta dentro fino a che quel concerto silenzioso non avrà innestato il suo circolo inconcludente, tornando a ripetersi ogni volta che la memoria, messa di fronte al baratro dell’ignoto, è costretta a tornare sui suoi passi per non finirci dentro, come un mantra pop per mistici dilettanti.

È lo scricchiolare di quelle ossa verdi di clorofilla e fibra (crescite rapide di nuove adolescenze) che sentiamo passando vicino alle giovani altezze di un gruppo di lunghe canne? Erano germogli teneri che foravano la terra, ieri, oggi sono pareti vertiginose e capelli taglienti scossi al vento, piste di decollo per coleotteri coriacei dalla scorza lucida come quella delle susine, se la si sfrega sul lembo della camicia.

Si guardi oltre: si vedranno tre torri alte, alla fine della campagna: un campanile e due chiese. Sono – penserete – le piccole tracce di una città che non si vede, non diverse, in fondo, dalla lunga linea lucida lasciata sulla pelle rugosa di un muro a secco da una lumaca con il guscio di leopardo, oppure da quella merda viola, frutto di bacche di sambuco ingoiate da un becco vorace.

A questo punto verrà in mente – a proposito di tracce – quella volta che, mentre stavate guidando, sul parabrezza della vostra auto rimase impressa la luminescenza cangiante lasciata dalle ali gialle di una farfalla.

Ci si fermi un attimo, allora, il piede destro in attesa del prossimo passo, e si pensi a quanti sacrifici silenziosi comporta il procedere nel mondo, quanti caduti sotto l’ascia impietosa del nostro procedere, che non si sa nemmeno se ne valga la pena davvero, di proseguire ancora, che le ingiustizie sembrano tante più di quelle che si possono contare, e il peso troppo da poter trasportare da soli, se si riflette sul fatto che davvero il benessere di uno ruba quello d’altri e via dicendo.

Poi si prenda fiato e si continui ad andare.

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Luoghi, Persone

La via dei cieli

C’è un uomo che, un giorno di diversi anni fa, camminando in strada si chinò a raccogliere l’involucro accartocciato di una caramella e lo mise in tasca. Poi, dopo qualche passo, ne vide un altro, e raccolse anche quello. E così via. Tornato a casa si frugò nelle tasche e dispose sul tavolo quel bottino dal vago aroma di anice e menta e decise di farci un quadro. Precisamente un mosaico di cui quelle cartine sarebbero stati i primi tasselli. Così successe che, ogni volta che usciva di casa, l’uomo cominciò a raccogliere i rettangoli di plastica delle caramelle.

Funziona così: la carta si arrotola tra le dita piano piano, fino a farne un tubicino sottile. Si lascia che i polpastrelli ne consolidino la forma scorrendo avanti e indietro. Poi, con la colla, si fissa la carta di caramella a un cartoncino, vicino ad altre carte di caramella arrotolate come lei.

L’uomo, sin da subito, si diede una regola, perché sono le regole a rendere interessanti i giochi: valgono solo le carte di caramella trovate per strada. Vietato comprarle. Per questo è così difficile trovare gli involucri di caramella dei colori giusti per finire il disegno. Alcuni colori sono facili da trovare, come il rosso e il verde. Altri, invece, sono difficilissimi. L’azzurro è il colore più raro di tutti.

Man mano che andava avanti con i suoi mosaici, l’uomo aveva cominciato ad accorgersi che sotto ai suoi occhi si formava una città diversa: una città nella quale i nomi delle vie non avevano più molta importanza, ma ne avevano, invece, i colori delle carte di caramella. Questo perché non è uguale la probabilità di trovare – mettiamo – il giallo in ogni quartiere della città: con l’andare del tempo l’uomo aveva imparato che per trovare giallo in buona quantità doveva andare nel viottolo che costeggiava i giardini pubblici, perché era li che andava a passeggiare una persona amante delle caramelle al limone. Ogni pochi passi ne scartava una e la metteva in bocca, ma non prima di averne lasciato cadere a terra l’involucro, forse con una certa circospezione per non esser vista, oppure – chi lo sa? – con ostentata sfacciataggine.

Così, ormai esperto, l’uomo aveva pensato di realizzare di suo pugno una mappa diversa della città, non più fatta di nomi di papi e di generali, di svolte a destra o a sinistra, di salite e di discese, ma di colori.
Qui di solito si trova il viola, qui capita di trovare il rosa, ma non manca nemmeno il bianco, più sporadicamente. Lì c’è il verde. Là il rosso. Ecco la curva del violetto e quello è il viale dell’arancione acceso.

Alla fine l’uomo trovò anche l’azzurro. La prima volta che raccolse la cartina accartocciata di una caramella menta e liquirizia pensò a un caso fortunato. Fu solo per sicurezza che preferì tornare a controllare anche il giorno successivo, senza nutrire troppe speranze, ma eccola di nuovo lì, quell’iride rettangolare a fissarlo dall’asfalto. Il giorno dopo due. Poi una. Oggi niente. Oggi tre. E capì che – eccola – quella era la via dell’azzurro.

La via di molti cieli a venire.

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Fatti, Luoghi

Cose nel tempo

Ex Gil, viale della Libertà, Forlì

C’è un edificio rosso che era una cosa e ora ne è un’altra e affaccia su un viale che si chiamava in un modo e ora si chiama in un altro. Cominciamo dalla via: il viale è largo e l’asfalto è crepato dallo spingere sotterraneo delle radici dei pini marittimi, anche se qua il mare non si vede. Comincia da una piazza ovale che al centro ha un obelisco e sopra l’obelisco una statua scura che, vista da lontano, sembra rappresentare un orso che tiene in mano una tavolozza, ma in realtà quella è la vittoria e la vittoria, si sa, ha le ali per volar via da chi vuole illudersi di averla afferrata. Il viale procede dritto come un ago che si infila nella stoffa per cucirne due lembi: un lembo è la piazza ovale con la statua d’orso e l’altro lembo è una stazione per i treni, squadrata e pallida come la faccia di un bambino con l’influenza intestinale che ha appena vomitato il pranzo. Quella via si chiamava via Benito Mussolini e a battezzarla fu lui stesso, nel periodo in cui era impegnato a fare anche cose buone, così si sarebbe detto negli anni a venire. Oggi quel viale porta sempre da lì a lì, ma ha un nome diverso: si chiama viale della Libertà e chi ha scelto il nome nuovo l’ha fatto cercandosi in testa il contrario di ‘Benito Mussolini’.

Poi c’è il palazzo. Il palazzo è rosso, dicevamo, ed è composto da una serie di pezzi che sembrano poggiati l’uno all’altro senza continuità, come in un goffo gioco di costruzioni fatto di parallelepipedi e strane forme arrotondate che da dentro sono stanze dalle pareti morbide, sulle quali non si possono attaccare quadri. In quel palazzo, una manciata d’anni fa, i giovani balilla, le camicie chiuse fino all’ultimo bottone, imparavano a ubbidire. Quando guardavano in alto, sulla torre che sorge al centro dell’edificio come un piccolo grattacielo che sarebbe incapace di toccare il cielo, se questo non gli venisse incontro, non vedevano quel che si vede ora. Vedevano delle lettere in rilievo che componevano una frase: ‘Nel nome di Dio e dell’Italia giuro di eseguire gli ordini del Duce e di servire con tutte le mie forze e se è necessario col mio sangue la causa della rivoluzione fascista’. Così dicevano.

Chi alza oggi gli occhi verso la torre, quella frase la può vedere ancora, ma la legge sommando simboli che sono solo il fantasma di quelle lettere. L’impronta sgretolata e stanca che hanno lasciato sull’intonaco quando da lì le hanno strappate le mani delle persone come si butta una creatura alla vita strappandola al ventre caldo della madre e hanno guardato nascere una libertà neonata, che ha riempito i polmoni con il suo primo urlo.

Negli anni intonaco si è sommato a intonaco e mani di vernice si sono sommate a strati di vernice, ma nessuna ha coperto il fantasma di quella scritta che resta così, negativo di una brutta fotografia che non si ha voglia di riguardare, ma che si deve ricordare, per non ripeterne la posa.

La storia è liquida. Vi intingono le dita le persone che la abitano, finché son vive e a volte ancora dopo, per scrivere qualche riga, nel modo che pare quello buono. E si potrebbe dire che è giusto così.

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Fatti

Camminare per strada all’ora di cena

Dalle finestre il suono ritmico delle voci dei tg, blandi lampi catodici nell’affacciarsi della prima oscurità. L’odore del sugo. Di frittura. Di brodo. Di origano. L’odore di origano ricorda quello delle fettine alla pizzaiola che servivano il martedì alla mensa delle medie.

Brandelli di frasi: è finito, una cosa pazzesca, domani glielo dico, di là, crede che non abbia capito, come fosse un dipinto, mettila più in basso, c’è un odore come di pioggia, no non quello. Acciottolare di posate, sommesse percussioni di un concerto per strumenti timidi.

Nel bacile rovesciato del cielo gridano le rondini. Una siepe di gelsomino mi cammina accanto finché non finisce il cancello come un cane fedele, sussurrando all’orecchio il suo profumo dolce come i colletti delle camicie delle maestre elementari. Qualcuno ride. Una brezza da nord soffia il suo alito dentro le finestre aperte.

Ogni cosa si trova altrove. Niente è qui tranne una sottile nostalgia per un passato inventato, ma anche quella non è altro che illusione. Un miraggio sottile come la patina d’aria tremolante di fronte ai falò, dovuto a mere contingenze: l’inclinazione dell’asse terrestre, oppure Venere in Urano.

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Istruzioni

Istruzioni per serbare rancore

Si cominci ascoltando barrito di un soffiatore da giardino che sposta foglie secche, spingendole in masse mobili, a farne sculture di un attimo prima che vengano spinte in un bidone dalle pareti appiccicose di altre linfe, venute prima di quelle, senza la possibilità di sfarsi nella terra, capaci solo di colare le ultime stille lungo le aride pareti di plastica del secchio. Si ascolti quel suono aspettando con urgenza che termini.

Se lo si riesce ad ascoltare con sufficiente intensità, quel suono vorace divorerà ogni cosa e del mondo non rimarrà altro che un vago borbottio dentro lo stomaco di quel rombo.

Se ci si trova in casa si apra la finestra per guardare la proboscide gialla del macchinario. Forse si riuscirà a scorgerla da lì. Forse, invece, il suono guiderà lo sguardo verso una siepe e verso un vago frullare di foglie che sembrerebbero sospinte da un refolo gentile, se non ci fosse quel grido meccanico a rivelare l’artificiosità del movimento. Guardare quel rumore dritto negli occhi non lo spaventerà, ma lo renderà più feroce. Quel suono balzerà in avanti, allora, e per evitarlo non basterà chiudere le ante.

A questo punto si resti lì, lasciando che l’insistere del rumore si insinui sgocciolando nelle orecchie come batuffoli di cotone bagnati e si cominci a pensare ad altri rumori. A quello di un tosaerba, ronzante decapitatore di margherite e coleotteri, di un aspirapolvere, di una pompa per l’acqua, di una macchina per stendere il bitume che rende l’aria ondulata come un miraggio, il jingle di una radio, il climax veloce di una moto che passa e sfuma solo per cedere il posto alla successiva, il trapano a sbreccare le piastrelle al piano di sopra, un allarme che ulula nel mezzo della notte, voci che si sommano a voci, una sega che affonda di taglio nel legno.

Si lasci che quei rumori si affollino intorno e sciamino come api in maggio, quando escono dalle loro arnie per cercare un posto nuovo in cui abitare. Ci si comporti da apicoltori, allora. Si aspetti che tutti quei rumori si posino, formando un indistinto grumo scuro di fastidio, e si lasci che pian piano vi si accomodino in mente, imprimendole la loro forma come sul cuscino di un divano vecchio.

Che restino lì, ben al sicuro, e si sgranchiscano, ogni tanto, le ali: a lungo andare quel ronzare sarà il nuovo nome che darete al silenzio.

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Eventualità, Fatti

Fantasmi dell’avvenire

Sono luoghi infestati, solo che ad aggirarsi non sono fantasmi del passato, ma fantasmi dell’avvenire. Non sanno che la vita esiste, perché l’inesperienza dei loro sensi non la sa percepire. Forse tra qualche settimana, forse tra qualche decennio, sentiranno tra la lingua e il palato il sapore del tuorlo dell’uovo (sarà il primo sapore che ricorderanno quando, una volta cresciuti, andranno indietro nel tempo alla ricerca del sapore più antico) e quel giallo violento ferirà loro gli occhi come la punta di uno spillo.

Con voci che ora non sanno cosa siano misureranno lo spazio lanciando gorgoglii acuti che le stanze vuote della casa piena di scatoloni dei loro ancor giovani genitori gli restituiranno in eco. I loro occhi vedranno tramonti densi come la polpa di una pesca in agosto, ma li dimenticheranno. Ricorderanno, invece, l’impressione della trama della sedia a sdraio che resterà scolpita sulla pelle: piccole onde che si disegneranno sul dorso delle loro mani dopo essercisi seduti sopra a lungo, per ingannare la noia delle parole dei grandi. Sarà lo stesso disegno che si traccerà sulle loro schiene e sulle natiche come labile prova di nottate di stelle cadenti e goffi baci estivi, ancora lontani a venire.

Le loro mani si scontreranno con la superficie del mare e la scopriranno dura, se la si colpisce a pieno palmo, ma allo stesso tempo cedevole, se la si affronta con il taglio. Impareranno ad amare le superfici duttili: prima quella della carne materna, poi gli impasti di sale e farina con cui realizzare palline e lunghe bisce senza occhi, poi di nuovo carne, ma quella tesa e cedevole di una persona amata. Le loro dita ancora non conoscono il tatto, ma, quando quei fantasmi saranno nati, i loro polpastrelli cavalcheranno al galoppo le rughe sottili della carta, la crosta resistente come velcro dei vecchi intonaci, il viso di marmo muscoso della statua a forma di barboncino nel giardino della casa di fronte, conosceranno la pelle vellutata delle albicocche e, senza difficoltà, la distingueranno da quella untuosa dell’arancia.

Sapranno fare alcuni giochi con le dita che ancora non hanno, giochi che divertiranno molto i bambini. Ad esempio sapranno dare l’illusione che le dita delle due mani corrano velocissime le une sulle altre, oppure, ruotando i due palmi, potranno fingere che le due dita più lunghe si invertano di posto, come per magia. Con le loro dita che ancora non hanno carne e ossa ruberanno il nasino ai bambini. Prima, però, qualcuno dovrà averlo rubato loro, seminando il desiderio di vendetta che potranno riscattare solo più avanti, quando saranno cresciuti.

Quei fantasmi dell’avvenire fanno passi silenziosi come quelli degli uccelli. Se potessero pensare si chiederebbero quale fatalità ridicola li butterà nel mondo, affinché il mondo li possa poi digerire.

Forse tutto comincerà da un incrocio di sguardi sul vagone di un treno, dal ritardo sulla tabella di un appuntamento dal dentista, da un amico che presenta un amico, da un metro di velluto per rivestire una poltrona, da un’intossicazione alimentare, da un maglioncino rosso, dalla pressione esercitata da una mano sul pomello di una porta, dal correre delle lancette che vanno incontro veloci al momento in cui una decisione reversibile diventa, senza scampo, irreversibile.

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Eventualità, Fatti

Le parole delle canzoni

Come ghiaia buttata in un secchio di metallo si scontrano le parole nelle canzoni. Niente significano, se non quello che dicono: ballami, leggi in me quello che non c’è. Cantami sopra il testo sbagliato che ti pare di aver capito. Comprami e piangi mentre mi ascolti. Dedicami alla persona che ami. Che amavi. Ripensando al giorno in cui, un pomeriggio d’estate, ti stese una fila di carte da gioco sulla schiena. Ricordi ancora – è vero? – il graffio sottile che t’impose la sua unghia del pollice, troppo lunga e dai bordi squadrati come gli angoli alti delle chiese che si riflettono sul selciato e dividono fili d’erba e le linee di formiche in confini mobili, urlanti di cicale.

Come il rimbalzare di una pallina in un corridoio deserto si ripetono i ritornelli e non hanno nessun significato, se non quello che dicono di avere: ripetimi in mente fino a sfinirti, sillabami in silenzio quando sei in pubblico. Stonami con la testa fuori dal finestrino dell’auto, mentre il tramonto esplode negli specchietti retrovisore e lascia gli occhi abbacinati a veder bianco per qualche minuto, e poi un roteare di stelle che piano piano tornano a comporre il mondo. Dimenticami, alla fine: arriverà un’altra a sostituirmi e allora crederai che, sì, ora sono lì tutti i significati del mondo. Ascolta quell’arpeggio, come finge di toccare tutte le corde del cuore: fa solo finta, ma è così bravo da sembrare vero.

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Istruzioni

Istruzioni per capire

Si cominci dal presente. Ad esempio da un campo di grano che ancora non ha l’aspetto del grano, ma solo di erba sottile, verde come il verde quando è verde, luminosa come un vetro dipinto attraverso il quale può passar la luce. Oppure si cominci da un cielo pieno di nuvole gonfie che Dei, il tappeto sul quale poggiate i vostri piedi pensati è per me è il tetto. Il soffitto dipinto a tinte pastello nella stanza di un bambino che ha paura di addormentarsi.

Se non si vuole cominciare da oggi, si cominci da domani, il posto dove tutto potrebbe essere, tranne quel che non sarà. Se si soffre di nostalgia ci si fermi a ieri: il nido caldo in cui accatastare i ricordi, sprimacciandoli con le mani in forme nuove, per potersi sedere più comodi.

Si pensi, a questo punto, a un fatto. Un fatto che, o che è stato, o che sarà. Lo si pensi grande. Enorme. Così tanto più grande del nostro metro e settantatré che non lo riusciamo a vedere. Ne vediamo l’ombra che sottrae il sole a quel che guardiamo.

Se c’è l’ombra, si ragioni, ci sarà qualcosa che la produce. Quel che quel qualcosa sia, però, non è dato saperlo.

Si cominci a retrocedere, allora, come davanti a un’opera puntinista, fino a che i colori non saranno forme. Allora cominceremo a raccontare quel che vediamo, come grandi intenditori, grandi saggi.

Diremo: ecco, qui è cominciato tutto. Qui si vede come ha iniziato ad andare avanti. Vedete? Era già piantato il seme del futuro. Qui c’è stato il primo passo falso, qui il secondo. Qui si può dire che si sia agito bene, ma senz’altro per sola fortuna. Ed eccole, eccole qui, queste qui sotto: queste sono le conseguenze.

Non si sa ancora che quel che stiamo vedendo è, per il momento, solo l’ombra lunga che proietta l’angolo in basso.

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Fatti

La morte violenta di una cosa da niente

Un insetto verde si posa sul tratto di liscio deserto che è per lui il mio braccio. E’ un insetto di dimensioni simili a quelle di un comune moscerino, ma del moscerino non ha la consistenza. Il suo corpo è fatto di una materia quasi trasparente e, posto che la sostanza di cui è composto si possa chiamar pelle, la sua pelle è sottile come la trama di un sogno quando ci si è già svegliati. Ha delle ali, anche, e sono ali quasi perfettamente trasparenti: piccole trine per bordi di maniche nuziali.

Con passi leggeri si avventura in salita lungo l’avambraccio, percorrendone le curve. Si afferra, come uno scalatore, a un peluzzo là dove inizia la mia mano, e sale ancora lungo il dorso, seguendo dritto il tracciato che segna l’osso del metacarpo che conduce al dito indice. L’insetto scavalca la giuntura e si trova lì, sulla falange, e non scivola sulla superficie insidiosa dell’unghia, ignorando i crepacci delle cuticole. Poi approda lì, sulla cima del dito, e si ferma. Guarda il panorama, forse. A modo suo assaggia la soddisfazione dell’impresa riuscita, mentre io comincio a diventare impaziente che quelle ali leggere lo portino via, per riavere indietro la meschina libertà di muovere la mano.

Quando provo a farlo volare soffiando, le sue zampe si arpionano ferma ai rilievi delle impronte digitali e si oppongono a quella folata di scirocco che è il mio fiato. Provo, allora, a depositarlo piano piano sulla ringhiera.

Solo che qui, nell’attrito tra il mio dito e il ferro, che a me pare un contatto da nulla, le cellule di cui è fatto si sbriciolano. L’insetto si sfalda come la pagina marcia di un vecchio libro e di lui resta poco più che un niente. Non è più verde, perché anche il colore se n’è andato insieme alla vita.
Il vento, a guardar bene, muove ancora una sottile zampetta scomposta, come una bandiera che indica resa.

Ma di guardar bene, in fondo, non ne vale la pena, a meno che non si voglia rischiare di guastarsi il buonumore per non valide ragioni.

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Istruzioni

Istruzioni per coltivare illusioni

Innanzitutto si raccomanda di non nutrire illusioni. Le illusioni, infatti, come certe piante grasse, non hanno necessità di essere innaffiate spesso. Non importa concimarle, né potarle affinché crescano più robuste.

Le illusioni, si può dire, si nutrono da sole. Sono accomunabili, in questo senso, a certe edere tenaci che si aggrappano ai muri delle case vuote e non importa se recidi le radici: alle loro piccole dita di corteccia basta quella poca rugiada stantia che è il sudore delle pietre per prosperare e fare le foglie verdi d’un verde spesso, che non teme tempeste.

Non solo le illusioni si nutrono da sole, ma nutrono anche l’organismo che le ospita. Parassiti utili, come i volatili che mangiano ciò che resta tra i denti degli ippopotami, le illusioni fanno del loro ospite quel che è: un buon imitatore che, con le labbra, si diverte a rifare il tubare di un piccione per capire l’ebbrezza veloce che prova nel volo e il palpitare di quella vita sotto le piume calde, il dipanarsi dei suoi piccoli progetti istintivi. E si fa l’idea azzardata di riuscire a tradurli in parole, per poterli raccontare.

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