Fatti

Ci si ripete

Come quando si dice una cosa a mezza voce. Una cosa così, tanto per dire, che non meritava nemmeno il muoversi del muscolo tozzo della lingua a formarne le parole. Una cosa che va presa per quel che è: senza contenuto, ma solo una questione di coordinazione tra la laringe, dove le corde vocali fanno vibrare l’aria spinta dai polmoni, della fisarmonica del torace, del diaframma e dell’addome, poi anche del naso e della gran cassa di risonanza della bocca. Un bel gioco di abilità senza troppe pretese, se non quello di fare un po’ di musica, come quando si soffia per gioco su un filo d’erba teso tra i pollici.

“Oggi tira vento”, potrebbe essere la frase. O “cos’è quell’animale?”. O “sento un odore come di noce moscata”. La persona che si ha davanti dovrebbe, allora, annuire, senza nemmeno alzare gli occhi. Invece capita, a volte, che quella persona non senta bene. “Come hai detto?”, chiede.

Si è costretti, allora, a ripetersi.

Ed eccola lì, quella frase oziosa, a galleggiare nell’aria, la luce che riflette sulla sua superficie liscia. E gli occhi di tutti sembrano fissarla in un silenzio imbarazzato. Per tutto il tempo concesso a una bolla di sapone prima di esplodere sul selciato in una chiazza umida.

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Istruzioni

Istruzioni per sopravvivere a una tempesta

Per cominciare ci si dovrebbe affacciare alla finestra. La finestra che guarda ad ovest va bene. Non importa se è buio. Si aprano le ante, si nutra il silenzio con lo schiocco rapido dei cardini. Si scruti per un attimo nell’invisibile, fino a che quel che si ricorda si sovrappone a quel che si vede. Più ricordata che vista, ad esempio, è la vetrina del negozio che vende pietre dure e bracciali portafortuna, giù in basso. Per un attimo brillerà la dentatura metallica della saracinesca abbassata e il rettangolo lattiginoso del cartello con sopra scritto ‘chiuso’. Ma la scritta non si vede: la si ricorda.

Si giri la faccia verso quel disordinato vento tiepido che poi, molto più tardi nella notte, porterà un sonnolento scroscio di pioggia. Si guardino i rami delle palme agitarsi in quel vento come i capelli disinibiti di una spogliarellista. Si allungano, le palme, dai ridicoli cortiletti divisi dall’asfalto da tristi ringhiere scrostate: fazzoletti di terra asciutta e poche zolle di erba corta che si sviluppano tutti nella verticalità delle piante assurdamente esotiche che poggiano i loro piedi di corteccia tra i mozziconi e l’urina dei cani.

A questo punto si guardi oltre. Si noterà che sulla strada oscillano due lampioni (si potesse guardare oltre se ne vedrebbero molti di più, ma due lampioni è il massimo che possiamo vedere da quella precisa prospettiva). Sono tre gusci rovesciati, appesi al centro di un lungo cavo teso da una casa all’altra. Si vedrà che sull’asfalto e sui muri dondola, sempre più veloce, un fascio di gialla luce liquida, come il principio di una mareggiata.

Si lasci che gli occhi accompagnino quei marosi, le pupille come biglie lasciate andare nelle superfici lisce di una ciotola.

Sembrerà di capire, per un attimo, che non è opponendosi alle onde che si potrà sopravvivere a una tempesta. Ma sarà un concetto vago, presto inghiottito dal buio in un ‘plop’ di caramella dura.

Si chiuda la finestra.

Sta per piovere.

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Fatti

Rabbia. Miraggi.

Sono strisce e tagli, i marmi del pavimento di marmo alla veneziana, mentre li guardo. Arrabbiata. Lo vedo ora per la prima volta, quel pavimento che tante volte ha sopportato il peso dei miei passi.

La noia delle ore di rabbia, e il torcicollo per un’innaturale immobilità, e la fame per il lungo sciopero mi montano dentro come una spuma di mare sporco, colma di capelli e mucillagini. Graffia dietro gli occhi, quel rancore e ciò che mostra sono miraggi febbricitanti. Illusioni tremolanti, fatte d’acqua o brucianti di fuoco (la ricordi, vero, l’aria rovente farsi densa e vibrare come gelatina dietro un falò di stoppie?).

Alcuni dei blocchi di marmo che compongono le mattonelle sembrano pezzi di carne. Tagli di manzo che va ossidandosi, i tessuti che scuriscono aggrediti dall’ossigeno impietoso. Lenzuoli di pancetta bordati di un pizzo di grasso candido. Grumi rappresi su un piatto di portata, sordi al tintinnare delle posate e al chiacchiericcio sazio dei commensali. Pavimento freddo per freddi piedi.

Alzo gli occhi e fuori dalla finestra vedo una casa che sembra la mia.

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Fatti

Le ali delle formiche

Dice così, che le formiche alate non sono una specie a sé, ma sono semplici formiche alle quali, a un certo punto, spuntano le ali. È una natura misteriosa e sotterranea, che scorre come linfa in quel corpo da niente, a dire alle ali di premere sulla schiena coriacea fino a trapassarne la scorza.

Queste ali spuntano fuori da quella schiena di formica e, con pazienza, le insegnano a volare. Anche se lei non lo sa, è nata destinata a colonizzare nuovi mondi.

Che le sue zampe sottili come tela di ragno si stacchino dal suolo polveroso e incontrino altre altezze a colpi di reni nella danza dei pollini. Che il sole le baci la pelle lucida come un bottone di liquirizia, che l’aria faccia vibrare le sue antenne. Lascino andare, le mandibole, quella briciola di pane, che siano altre a contendersela.

Così succede che quelle ali ancora sgualcite portano in alto la formica lungo segrete traiettorie celesti. Quell’istinto fatto di rapidi impulsi nervosi, poi, la fa atterrare, ancora ebbra per le grandi altezze, a inventare una nuova città di grani di terra, là dove non c’era.

Allora, non più utilizzate, le ali si seccano come frutti non colti e poi si staccano dal corpo, dimenticate. Le mangerà il terreno alla prima pioggia o forse scenderanno un fiume fino al mare e finiranno lì la loro vita, nel rumoreggiare annoiato delle onde sulla riva bugnosa di conchiglie rotte e granchi morti.

Anche di questo, bisogna parlare. Dei residui. Delle ali sottili delle formiche, dei granelli di sabbia, delle dita stanche, dei pensieri già vecchi e di quelli a venire. E di una notte d’estate, quando la finestra aperta invitava ad entrare in casa un cigolio stanco, come di un’altalena lasciata sola a dondolare ancora per un po’.

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Eventualità

Notturno ridicolo

Chiesa del suffragio, corso della Repubblica, Forlì. Buco della serratura

Che la chiesa fosse vuota non era vero. Chi avesse detto che la chiesa era vuota avrebbe mentito. C’era il parroco, intanto, ed era sul pulpito, a guardar giù la stesa di panche, una di fronte all’altra, una dietro l’altra, in tutta una fuga verso l’uscita che, sì, sembrava proprio un invito a spingere il portone e uscire fuori, nell’aria della prima sera, a percorrere la città radente ai muri, assaporandone il vago calore di sole che lasciavano andar fuori, nel fresco ancora acerbo del crepuscolo.

Sulla seconda panca a destra, poi, c’erano due donne. Una era alta ed era magra, e l’altra era bassa ed era grassa, ma lì sedute nella penombra sembravano due figure gemelle, disegnate da pochi tratti di penna approssimativi.

“Volete leggere voi?”, chiese il prete. “Cosa?”, risposte la donna grassa. “Le letture di oggi”, ribatté il prete. “Io non vedo quasi niente”, disse la donna alta. “Io non so leggere molto bene”, disse la donna grassa.

Il prete, allora, cominciò a dire la messa e più di una volta ebbe la tentazione di chiedere alle due donne di spostarsi nella panca centrale: era lì che gli cadeva lo sguardo mentre parlava, e, non trovandovi nessuno, gli occhi non trovavano dove agganciarsi e continuavano a vagare alla deriva. Non chiese niente, però, perché chiedere sarebbe stato ammettere un problema e ammettere il problema era come crearlo, tutto sommato.

Quando arrivò il momento delle letture lesse lui solo. Percorse i sei passi che separavano il pulpito dal leggio e sollevò la fettuccia rossa che teneva il segno alla giusta pagina. La pagina era pesante, spessa come la carta di un vecchio album di fotografie. Le parole, se ci si passava un dito sopra, sgusciavano fuori dal foglio come se per leggerle si dovesse afferrarle nell’aria con i denti, per poi risputarle fuori una dopo l’altra come semi d’uva.

Quando fu l’ora della comunione le due donne si alzarono e la grassa porse il braccio a quella magra.

Amen.
Amen.

Mentre puliva il calice con il panno bianco, inserendolo dentro con un gesto da massaia, le donne si incamminarono lungo la navata centrale, a braccetto come due sposi.

“Ora alzatevi in piedi”, stava dicendo il prete quando il portone smise di ondeggiare sotto il peso della spinta della donna bassa, che aveva tenuto aperta l’anta qualche secondo in più, per far passare la donna magra.

In chiesa, ora, non rimaneva nessuno. Il prete rimase zitto per un istante.

“Ora alzatevi in piedi”, ripeté, ma con meno convinzione, perché gli sembrava assurdo continuare a dir messa senza nessuno a guardarlo, ma non gli pareva nemmeno troppo corretto interrompere tutto così, come un ciclo di lavatrice prima della centrifuga.

Pronunciò ancora qualche parola e lasciò che rimbalzasse tra le navate, facendo il giro tra le basse candele accese e i broccati viola del confessionale. Poi si chinò a grattarsi una caviglia, ma senza riuscire a raggiungere il punto che gli prudeva, allora scese i gradini fino alla prima panca e lì si sedette. Alzò la sottana fino al ginocchio, accavallò la gamba destra sulla sinistra e abbassò l’elastico del calzino di spugna bianco che gli aveva lasciato due segni profondi sulla pelle. Linee lunghe come di fiumi in secca. Proprio in quel punto grattò con l’unghia dell’indice, aggrottando le sopracciglia per l’impegno.

Attese solo qualche minuto prima di uscire in strada nel ciocco dell’interruttore.

La sera iniziava a farsi notte. Solo uno scampolo di luce indugiava tra due palazzi in fondo alla via. Da destra veniva un altro prete che usciva, come lui, dalla sua funzione. Sul momento, a dire il vero, gli era sembrato una donna con indosso un castigato abito da sera. Invece no.
Quando fu lì, proprio davanti a lui, i loro occhi si incrociarono per un attimo. Fu come avessero parlato: il mento gli s’increspò di una risata e tutto quel riso gorgogliò fuori dalla bocca.

Fu un istante. Poi il prete fu subito lontano e di lui non restò che un vago batter di tacchi.

Il portone era da chiudere a chiave, prima di tornare a casa.

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Istruzioni

Istruzioni per non fare niente

Per i principianti è consigliabile assumere la posizione distesa.
Si faccia appello, a questo punto, ai nostri sensi. Si può cominciare con l’ascoltare. Si può ascoltare, ad esempio, un acciottolare di piatti, il canto degli uccelli, voci lontane, o la cantilena monotona del traffico giù un strada.

Se si vuole si può anche guardare. Niente di troppo complesso: il soffitto può andar bene, con le sue microscopiche gibbosità d’intonaco. Si noterà ben presto che, se colpite dal sole nel modo giusto, quelle piccole irregolarità sanno gettare ombre lunghe.

Qualcuno ritiene che per non far niente sia necessario non pensare. E’ un errore comune che è opportuno sfatare. Condizione necessaria per non far niente è quella di non produrre e non consumare nulla.
Si pensi, dunque, se si vuole. Basta lasciare andare avanti e indietro la risacca dei pensieri, come una tenda bianca in una giornata di vento, quando la casa la inghiotte per subito risputarla e non fa altro che questo: inghiottire e risputare.

Si può inventare una storia, se si desidera, oppure solo l’inizio di una storia che potrebbe essere qualcosa come: “E’ curioso, a pensarci, che non riesca a ricordare la prima volta che i miei occhi incontrarono il suo sguardo obliquo, torbido come uno stagno brulicante di girini“.

Se si possiedono già delle competenze nell’arte del non far nulla non è necessario che si resti sdraiati: è considerato non far niente anche una camminata a passo moderato, leggere un libro già letto, accarezzare la pancia calda di un gatto, osservare le cattedrali costruite dalle nuvole, un’ora passata seduti a un tavolo di fronte a una fila di matite colorate senza mai muoversi se non per alzare, ogni tanto, una mano ad assicurarsi che la punta della matita blu sia bene in linea con il giallo.

Si vada avanti fino a quando il non far niente verrà a noia, poi si continui fino a quando non ci si annoierà più.

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Persone

Storia della tessitrice di mondi

Ulassai è un paese composto da case scivolate come una frana giù da una parete di roccia. Si trova arroccato nel cuore dell’Ogliastra, in Sardegna. Intorno alle case che – se considerate insieme – compongono il paese c’è tutta una chiostra di pietre, e picchi, e voragini. Le rupi sono come la dentatura sgangherata di un vecchio, consumata da molti gusci di noce, e molte fami.

Qui, nel 1919, è nata Maria Lai, bambina assetata di storie da custodire per farne arte quando si fosse fatta l’ora, anche se in principio non sapeva a cosa le sarebbero servite tutte quelle parole. Maria le ascoltava solo per il gusto di ascoltarle, quelle antiche leggende che parlavano di pastori, e di nubifragi, e di morti violente e di fate, ma ascoltava anche il silenzio e lo ascoltava per ore, nascosta sotto un mobile, o dietro una porta aperta, come un gatto avido di ombre e di nicchie.

“C’è chi nasce con una particolare esigenza”. Così diceva di sé: “c’è chi nasce con la particolare esigenza d’esser fuori dal mondo e non rispondere alle regole della società”. E Maria Lai per tutta la vita seppe tenersi ai margini del mondo, ma senza smettere mai di ascoltarne la voce segreta e di tentare di tradurla, affinché tutti la potessero capire.

“Aveva ragione mio padre”, diceva mentre le rocce si facevano scala sotto i suoi piedi esperti e la conducevano in cima a un picco, a guardare le cose da un punto nuovo. “Aveva ragione mio padre: sono una capretta ansiosa di precipizi”.

Così Maria Lai, senza spendere troppe parole, si mise sul ciglio di molti precipizi, anche di uno dei più famelici: quello, misterioso, dell’arte. Si sporse fino a caderci dentro con una felice vertigine, in un tuffo che non fa male. Fece arte senza ubbidire alle sue regole, in un mondo che non aveva voglia di guardare nella direzione che indicavano le donne, e l’ha fatto anche cucendo sui suoi finti libri: rileggendo un gesto antico, da femmina, e trasformandolo in un atto sovversivo.

Maria Lai guardava le lenzuola di sua nonna, la trama sottile tenuta insieme da spessi rammendi, a saldare bordi logori. “Nonna, queste lenzuola sono scritte”. “Cosa c’è scritto?”. E allora lei decifrava quei rammendi e intesseva storie lontane.
Quelle storie poi le ha cucite, una dopo l’altra, usando il suo linguaggio alieno, su libri di stoffa pieni di parole che non si possono leggere se non per finta. “Questi sono libri timidi, non vogliono essere sfogliati. Non insistiamo, perché contengono segreti”.

Poi eccola di nuovo a cucire, Maria Lai, quando decise di legare insieme con ventisette metri di nastro azzurro tutte le case di Ulassai e poi su e su fino alla cima del monte Gedili, unendo le persone tra loro e poi le persone alle rocce e le case alle case.

E forse, se avesse potuto, quel nastro azzurro Maria Lai l’avrebbe dipanato ancora e ancora, fuori dai confini del paese, fin sulla rena, tra gli elicrisi d’argento, e avanti ancora, nel salato del mare, ad appesantirsi d’acqua, becchettato dai pesci. Poi fuori di nuovo, in un’altra sabbia, su un’altra sponda e avanti ancora, ignorando i confini, i qui e i là, i dissapori, e le invidie e le paure, e chi sei tu, chi sono io, avrebbe lasciato che si srotolasse ancora, abbaiato dai cani, a pettinar l’erba, a tendersi tra i rami… che si potesse finalmente vedere, quel tracciato celeste che è trama e ordito di ogni cosa. A unirle tutte l’una all’altra, come le parole di una poesia.

https://youtu.be/TL8mGWVreeI

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Eventualità, Fatti

Piccola classificazione di silenzi

1) Sincronico

Hai gli occhi chiusi sulle ombre corte delle due del pomeriggio. Si allontana e si avvicina il suono monotono di una sirena d’ambulanza. Un cane raschia tra la gola e i picchi aguzzi dei denti il suo latrato. Le cicale tendono nell’aria un frinire esausto, inevitabile come un singhiozzo che non si riesce a interrompere. Due finestre gemelle, una di fronte all’altra, si scambiano le note, ora malinconiche ora sincopate, di due canzoni diverse, come saliva durante un lungo bacio, o una respirazione bocca a bocca senza troppe speranze.

Succede, a un certo punto, che si spegne la sirena, inghiottita da un angolo di strada. Il cane tace, distratto, forse, da una carezza annoiata, o dal risuonare del suo nome nella bocca del padrone. “Poldo, zitto”, e tanto basta. Poi le cicale, come d’accordo, interrompono il loro rugginoso cigolio fatto di zampe magre e ali, e dure scorze. Si sono accordate, le canzoni, per terminare nello stesso istante, come un lungo respiro prima di ricominciare a suonare. Pausa.
Una simile sincronia potrebbe non capitare mai, eppure capita. Almeno qualche volta, quando si ha voglia di notarlo.

Il silenzio assurdo del caso

2) Immaginato

La fotografia non è onesta: quando l’hai scattata si sentiva la risacca delle onde e si sentiva la risata appuntita di un bambino. Si sentiva il vento che frustava un paio di pantaloni appesi alle stecche di un ombrellone (giallo). Si sentiva anche la forza liquida delle due persone che si muovevano in acqua, spostandone i volumi per sostituirli (il tempo di un istante, non di più) con quelli delle forme del proprio corpo. Ora, a riguardarla, quell’immagine azzurra non fa nessun rumore, tranne quello, solo sussurrato, di una storia ancora da inventare.

Il silenzio apparente del non detto

3) Sottopelle

Hai una piccola ferita aperta. Mettiamo che sia sul labbro inferiore. Ne puoi sentire con la lingua i bordi duri, screpolati, aridi come un terreno senz’acqua. Lì l’acqua c’è, ed è una saliva che sembra asciugare invece di bagnare, come onde salate su una riva, capace solo di inaridire e seccare radici. Senti anche il suo battere sordo fino a quando, avvicinandoti allo specchio, scopri che quel pulsare puoi anche vederlo. È un leggero guizzo nella carne viva, uguale al contrarsi veloce del corpo dei rettili.

Ti viene in mente che una volta, alla fermata del bus, hai visto battere il cuore di una ragazza che aspettava la sua corsa, attraverso la sua maglietta bianca, ed era proprio così: un breve spasimo senza rumore.

Il silenzio del vivere

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Istruzioni

Istruzioni per andare

Si cominci con il primo passo. Gli altri arriveranno da soli, che non c’è un passo che non ne desideri di successivi. Ci si potrebbe trovare a percorrere, ad esempio, un sentiero polveroso, il sole una colata liquida d’un bianco che chiude gli occhi. Si pensi alle note di una melodia della quale si conosce solo il ritornello e le si ripeta dentro fino a che quel concerto silenzioso non avrà innestato il suo circolo inconcludente, tornando a ripetersi ogni volta che la memoria, messa di fronte al baratro dell’ignoto, è costretta a tornare sui suoi passi per non finirci dentro, come un mantra pop per mistici dilettanti.

È lo scricchiolare di quelle ossa verdi di clorofilla e fibra (crescite rapide di nuove adolescenze) che sentiamo passando vicino alle giovani altezze di un gruppo di lunghe canne? Erano germogli teneri che foravano la terra, ieri, oggi sono pareti vertiginose e capelli taglienti scossi al vento, piste di decollo per coleotteri coriacei dalla scorza lucida come quella delle susine, se la si sfrega sul lembo della camicia.

Si guardi oltre: si vedranno tre torri alte, alla fine della campagna: un campanile e due chiese. Sono – penserete – le piccole tracce di una città che non si vede, non diverse, in fondo, dalla lunga linea lucida lasciata sulla pelle rugosa di un muro a secco da una lumaca con il guscio di leopardo, oppure da quella merda viola, frutto di bacche di sambuco ingoiate da un becco vorace.

A questo punto verrà in mente – a proposito di tracce – quella volta che, mentre stavate guidando, sul parabrezza della vostra auto rimase impressa la luminescenza cangiante lasciata dalle ali gialle di una farfalla.

Ci si fermi un attimo, allora, il piede destro in attesa del prossimo passo, e si pensi a quanti sacrifici silenziosi comporta il procedere nel mondo, quanti caduti sotto l’ascia impietosa del nostro procedere, che non si sa nemmeno se ne valga la pena davvero, di proseguire ancora, che le ingiustizie sembrano tante più di quelle che si possono contare, e il peso troppo da poter trasportare da soli, se si riflette sul fatto che davvero il benessere di uno ruba quello d’altri e via dicendo.

Poi si prenda fiato e si continui ad andare.

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Luoghi, Persone

La via dei cieli

C’è un uomo che, un giorno di diversi anni fa, camminando in strada si chinò a raccogliere l’involucro accartocciato di una caramella e lo mise in tasca. Poi, dopo qualche passo, ne vide un altro, e raccolse anche quello. E così via. Tornato a casa si frugò nelle tasche e dispose sul tavolo quel bottino dal vago aroma di anice e menta e decise di farci un quadro. Precisamente un mosaico di cui quelle cartine sarebbero stati i primi tasselli. Così successe che, ogni volta che usciva di casa, l’uomo cominciò a raccogliere i rettangoli di plastica delle caramelle.

Funziona così: la carta si arrotola tra le dita piano piano, fino a farne un tubicino sottile. Si lascia che i polpastrelli ne consolidino la forma scorrendo avanti e indietro. Poi, con la colla, si fissa la carta di caramella a un cartoncino, vicino ad altre carte di caramella arrotolate come lei.

L’uomo, sin da subito, si diede una regola, perché sono le regole a rendere interessanti i giochi: valgono solo le carte di caramella trovate per strada. Vietato comprarle. Per questo è così difficile trovare gli involucri di caramella dei colori giusti per finire il disegno. Alcuni colori sono facili da trovare, come il rosso e il verde. Altri, invece, sono difficilissimi. L’azzurro è il colore più raro di tutti.

Man mano che andava avanti con i suoi mosaici, l’uomo aveva cominciato ad accorgersi che sotto ai suoi occhi si formava una città diversa: una città nella quale i nomi delle vie non avevano più molta importanza, ma ne avevano, invece, i colori delle carte di caramella. Questo perché non è uguale la probabilità di trovare – mettiamo – il giallo in ogni quartiere della città: con l’andare del tempo l’uomo aveva imparato che per trovare giallo in buona quantità doveva andare nel viottolo che costeggiava i giardini pubblici, perché era li che andava a passeggiare una persona amante delle caramelle al limone. Ogni pochi passi ne scartava una e la metteva in bocca, ma non prima di averne lasciato cadere a terra l’involucro, forse con una certa circospezione per non esser vista, oppure – chi lo sa? – con ostentata sfacciataggine.

Così, ormai esperto, l’uomo aveva pensato di realizzare di suo pugno una mappa diversa della città, non più fatta di nomi di papi e di generali, di svolte a destra o a sinistra, di salite e di discese, ma di colori.
Qui di solito si trova il viola, qui capita di trovare il rosa, ma non manca nemmeno il bianco, più sporadicamente. Lì c’è il verde. Là il rosso. Ecco la curva del violetto e quello è il viale dell’arancione acceso.

Alla fine l’uomo trovò anche l’azzurro. La prima volta che raccolse la cartina accartocciata di una caramella menta e liquirizia pensò a un caso fortunato. Fu solo per sicurezza che preferì tornare a controllare anche il giorno successivo, senza nutrire troppe speranze, ma eccola di nuovo lì, quell’iride rettangolare a fissarlo dall’asfalto. Il giorno dopo due. Poi una. Oggi niente. Oggi tre. E capì che – eccola – quella era la via dell’azzurro.

La via di molti cieli a venire.

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