Eventualità

Se non fossi me

Se non fossi me,
sarei pesce rosso.
Roteare di spirali in vetro liscio.
Nessuna inutile zigrinatura,
sfericità di lampadina.
Pronte dimenticanze.
Nuovi ricordi.
Pronte dimenticanze.
Sarei uovo di quaglia,
scorza fragile di contenuti irruenti.
Argini sottili e calcaree trasparenze,
perfettamente imperfette,
create per fallire,
per infrangersi in scaglie
nel nascere della vita.
Se non fossi me,
sarei un lenzuolo di lino
steso ad asciugare
In una giornata di vento.
Croccare di detersivo rappreso al sole,
battito d’ali sfrontate di invisibili geometrie.
Fibre inconsapevoli.
Tela bianca, vela di nave pirata
o velo da sposa,
se girato una volta intorno a una testa bambina.
O bersaglio scodinzolante
per merde di piccione
in inesorabile caduta libera.

Standard
Eventualità, Istruzioni

Istruzioni per calcolare il tempo

Si cominci con l’immaginare il lungo corridoio di un museo. Le statue senza naso dipingono ombre lunghe sulle pareti alle loro spalle. Natiche di marmo dalle linee morbide come carni vive.

Verrà in mente, a questo punto, un fatto dimenticato: che le sirene, negli antichi miti, non erano pensate per metà pesci come le pensiamo noi, bensì la folle unione di donne e uccelli marini, appollaiati agli scogli con le loro zampe coriacee di antichi sali marini. Ci si chiederà, allora, se dalle loro labbra di carne sfuggisse, a volte, un grido acuto di gabbiano, a salutare il mare nell’incombere della sera.

Ci si fermi con la mente, adesso, di fronte a una testa pallida. Si noti che il suo naso di marmo è solcato al centro da una piccola fossetta. Si faccia una considerazione: quella fossetta è quasi uguale a quella che attraversa per il lungo la punta del vostro stesso naso.

Si ragioni su quanto a lungo possa viaggiare attraverso i volti una fossetta sul naso. Adesso non si potrà non pensare che il ticchettare nervoso delle lancette sugli orologi del mondo sia, in fondo, poco più di una convenzione poco pratica, superata dai fatti.
Si proceda calcolando i giorni con metodi più moderni, ad esempio tenendo in conto la forma del naso di una statua greca, contando le volte in cui quel naso è tornato, migrando attraverso i visi come uno stormo di uccelli quando viene l’autunno.

Standard
Fatti, Persone

Nemici invisibili

Una donna in piedi al centro del salotto, di fronte alla finestra aperta. Qualcuno, vedendola, potrebbe pensare che stia facendo ginnastica.

Alza le braccia con forza, verso il soffitto. Lancia calci violenti all’aria, gomitate a qualcuno che non c’è. Eccolo! Non lo vedi: non è lì, proprio dietro alle sue spalle. Allunga d’un tratto il collo, piegando il busto in avanti, sferrando una testata ad un naso ch’è altrove. Una lotta all’ultimo sangue con nessuno.

Ora la donna si è stesa a terra, con le gambe sopra a un tappeto che appare ruvido come la schiena di un ratto e la testa sul pavimento a piastrelle gialle, e sferra un attacco senza requie al suo nemico invisibile, battendo i talloni contro il nulla, a raffica.

Poi, come rispondendo ad un richiamo a ultrasuoni, che nessun orecchio tranne il suo può sentire, si alza, mettendosi prima a sedere e poi facendo leva con le mani sulle ginocchia. Eccola sparire dietro un angolo lasciando di sé solo una breve impressione sulla retina di chi la osserva.

Una manciata di secondi.

Torna con in mano un panno bianco, sul quale è ricamata in rosa la lettera L, e comincia a spolverare un tavolo di legno chiaro, che si trova appoggiato alla parete a destra.

Microcosmi di polvere le ballano intorno per un attimo, illuminati da una lama di luce.

Standard
Istruzioni

Istruzioni per prepararsi a volare

Si cominci con il restare fermi.

Davanti abbiamo una parete che è un arrampicarsi verticale verso un cielo orizzontale, come quello che disegnano i bambini. Lassù, non viste, ci sono le stelle: palle di gas anarchici che pulsano di bianco e di verde e di colori lontani. Baluginare notturno prima che lo ingoi il giorno.

Guizzano i muscoli immobili d’una immobilità fremente.

Si scoprirà che da qualche parte suona una musica vaga come un imbrunire.

Non si potrà non pensare, ora, a magma caldo che ci ribolle sotto, nel punto della terra dove s’è puntato il compasso per disegnarne il centro. Poi a cellule impazzite, esplosioni roventi, crateri gelidi o ribollenti, mitocondri zigrinati che da uno si fanno due, pianeti che si incontrano e scontrano, con placche materiche e con DNA confusi, pronti a stiracchiarsi, allungarsi e confondersi per inventarsi nuovi.

Torneranno in mente, a questo punto, le parole sconnesse di una filastrocca che cantavate da bambini che citava, tra le altre cose, cosce di pollo e merletti. Ci si stiracchi, allora, tendendo la schiena come si tende un arco prima di scagliare la freccia.

Ma non la si scagli, per ora.

Standard
Eventualità

Quel che non si vede

Si avvolge in spirali l’odore dolce dell’uva passa che sfrigola in padella, insieme ai ceci, al sedano, alle carote a cubetti. Bolle in una pentola l’acqua salata. Il sale disegna sui bordi i profili di catene montuose bianche, come i disegni sulle stampe giapponesi. Lei non li conosce, quei disegni, perché solo le sue gambe sono in casa: il suo corpo, dal bacino in su, si trova fuori dalla finestra, appoggiato con i gomiti al davanzale.

L’aria è aria gentile.

Gli orecchini (lampadari d’argento fatti brillanti dal tramonto) le beccheggiano intorno al viso come navi al porto, con il mare in bonaccia. Davanti a lei ogni cosa (la strada che si stende sotto come un cordone, le persiane dell’edificio di fronte, un terrazzino con un pallone a rombi gialli e neri, la fontana con le bocche dell’acqua a forma di testa di leone, un ragazzino in ciabatte che, camminando, ne perde una, la calcia in avanti e corre un po’, per riprenderla) è dell’oro acceso che ha il sole basso.

Dietro di lei, nel fresco severo della casa, che trattiene l’ultimo inverno ancora per un po’, prima di arrendersi alla primavera, qualcuno sta preparando la cena. Acciottolano piano le pentole come sassi in una bottiglia. Si alza ogni tanto qualche parola che non ha bisogno di risposte. Lei sente il suono rotondo del mestolo che percorre i confini della pentola, e poi viene sbattuto una volta sul bordo, prima di tornare ad appoggiarsi sul lavello.

Nel lavandino scricchiolano dei gamberetti congelati che, dilatati dal calore, lottano per uscire dalla loro prigione di ghiaccio. Tap tap tap tap tap. Un coltello affetta i funghi in fette sottili.


Il mondo è liquido. Si insinua in ogni fessura, senza lasciare spazi vuoti.

Standard
Istruzioni, Luoghi, Persone

Istruzioni per andare al mare in una mattina di febbraio

Fridtjof Nansen nacque in Norvegia nel 1861, in un mondo fatto di ghiacci e freddo che a guardarlo sembra sempre uguale a se stesso. La conosciamo, però, la storia dei molti modi degli esquimesi per chiamare la neve che, come per magia, fanno comparire tante varietà di neve quante sono i termini che la descrivono. Perché non sempre sono le cose a far nascere le parole: spesso sono proprio le parole a far emergere come un faro le cose dal buio dove sono immerse prima di dar loro un nome.

Così Fristjof si mise a guardare quei ghiacci e quelle nevi e a illuminarli con il suo sguardo, un metro dopo l’altro fino a che arrivò al mare. Qui non si fermò: si imbarcò sulla nave Viking, che era una nave per la pesca delle foche, e percorse in lungo e in largo il mare della Groenlandia. In quelle increspature macchiate dal sole leggeva misteri che gli sembrava ogni giorno di decifrare un po’ meglio del precedente.

Il vento gli urlava in bocca e lui gli rispondeva ed era tutto un gridarsi in faccia in un frullare di spruzzi salati come farfalle dalle ali trasparenti. Osservava come si muovevano i ghiacci e ascoltava lo squittire delle foche. Un giorno Nansen, in mezzo al baluginare dell’acqua, scorse alcuni pezzi di un relitto. Quei pezzi di legno fradicio lui li lesse come si legge un prontuario e si convinse dell’esistenza di una corrente artica che partiva dalla Siberia e proseguiva verso il Polo Nord e da lì verso la Groenlandia.

Così fece costruire una nave e la battezzò con il nome ‘Fram’ che in norvegese significa ‘Avanti’. Avanti era la direzione verso la quale guardava Nansen ed è facile immaginarlo scrutare l’orizzonte con la mano tesa a riparare gli occhi chiari dalla luce, come in un saluto militare che invece era solo un modo per spingere gli occhi ancora più in là e trasformare ancora una volta l’orizzonte in una linea di partenza.

Era il 14 giugno del 1893 quando Fridtjof salpò da Oslo per raggiungere il Polo Nord facendosi spingere da una corrente che intuiva senza saperla davvero, di cui ricordava solo la carezza gelida sulle guance e quel tocco era bastato a farlo innamorare. Viveri per sei anni, carburante per otto anni, Fram fu lasciata andare alla deriva in mezzo ai ghiacci fino a che i ghiacci non la morsero davvero, stringendo le mandibole intorno ai suoi fianchi, prima rallentandola e poi fermandola davvero là in mezzo a quel deserto freddo. Nansen, però, voleva ancora andare avanti. Allora scese e la corrente che aveva cercato la inventò con la forza dei suoi piedi. Tracciò i suoi passi sulla neve ghiacciata. Erano passati due anni. Nessuno era mai arrivato così vicino al Polo Nord quanto Nansen fece quella volta. Le cose che aveva visto gli restarono attaccate agli occhi e gli resero lo sguardo pesante la troppa neve, i troppi ghiacci e fu con quello sguardo proiettato in avanti che, dopo la prima Guerra Mondiale, inventò il passaporto che consentiva agli apolidi l’immigrazione in un paese diverso da quello di origine: che si vada dove si vuole e dove si può. Dove portano le correnti finché ci portano.

Per andare al mare una mattina di febbraio una buona idea può essere quella di percorrere via Fridtjof Nansen fino in fondo, sbirciando nei cortili delle case con le saracinesche sprangate e l’erba alta, e una palla sgonfia gialla e nera appiattita nell’alcova del barbecue. Si arriverà, allora, fino alla sabbia che è un piccolo deserto soffice e lucente: scaglie di conchiglia e brillare di vetro in potenza e si ascolterà una risacca lenta, e qualche strillo di gabbiano.

Un frullare d’ali e tanto spazio davanti ancora da capire.

Standard
Persone

Un funambolo

Doma la paura come si doma un puledro selvaggio. Affondaci le unghie, falle sentire chi comanda. Questo ho imparato percorrendo la linea, tesa sul vuoto a unire due punti, come un’idea. Sono un funambolo e disegno poesie, le spremo fuori dalla vita con i denti, come si fa uscire la polpa dei lupini dalla loro buccia gialla. E più alto è l’abisso, più grande la sfida.

Io sono il primo uomo che sbarca sulla luna ogni volta che con il tratteggio dei miei piedi traccio una linea tra due punti, senza cadere. E non cado mai nemmeno con il vento contro. Me lo faccio amico, il vento, lascio che mi gonfi la camicia, che mi spettini i capelli, volgo il mio corpo per ingannarlo, perché, senza accorgersene, si trovi a favorirmi nella traversata. E quando matura la primavera e percorro il filo a piedi scalzi, ecco che con le dita suono il pianoforte.

Il cavo ha indurito le mie curve e sui calli sono arrivate le vesciche che sono diventate un altro strato di calli. Eppure come sono leggero mentre suono la mia musica senza note. A volte chiudo gli occhi e qualcuno dice ‘Oh!’, ma non sanno che anche con gli occhi chiusi vedo ogni palmo.

Vedo la mia paura crescere e gonfiarsi come un lenzuolo steso al sole ed è a quel punto che io la cavalco più forte, premo i calcagli contro i suoi fianchi, che corra al galoppo, che mi porti lontano dove non son mai stato, a bordo di quei due centimetri di fune.

E quando qualcuno mi chiede a cosa penso mentre appoggio un piede avanti all’altro, nel punto più lontano da entrambe le rive, io non la dico mai la verità: che nella maggior parte dei casi penso a cosa mangerò per cena, e penso al profilo tondo di un culo sodo e non ci penso che la poesia è là in giro, dappertutto, che non c’è neanche bisogno di cercarla: ti si attacca addosso come il costume bagnato dopo il primo tuffo al mare.

Standard