Istruzioni

Istruzioni per astrologie mobili

Si cominci con l’osservazione delle stelle. Si guardino fino a coglierne i bagliori, verdastri come la pancia degli insetti estivi che occupano con le loro luminescenze gli spazi tra le pietre di vecchi muri sdentati.

A questo punto si provi a cogliere tracce di vita a venire nella fissità di quei punti in mezzo al nero, tremolanti come pupille dietro al merletto leggero delle lacrime. L’intrecciarsi dei destini, dicono, stanno scritti lì, in quei disegni segreti, nel tratto che non si vede, tra una luce e l’altra.

Si finirà per pensare – è inevitabile – che quella fissità da lampiride mal si adatti alla liquidità del domani, di quel che non c’è ancora ma ci sarà; quell’avvenire che non conosce geometrie se non quelle d’un attimo, pronte a infrangersi sulle cose in cavalloni isterici.

Si prenda in considerazione, allora, il volo basso delle rondini che sorvolano un fosso.
Con i loro corpi tiepidi di piume guidati da piccoli pensieri volatili, anche loro disegnano in cielo quella che sembra la costellazione del capricorno, ma è solo un attimo, lo stridere di un secondo.

Poi, subito, resta di nuovo solo la ribellione di garriti acuti, e batter d’ali anarchici, e un planare per gioco sul bacile capovolto che è il cielo.

Si considerino quelle tracce, allora. E, se si desidera, molte altre ancora.

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Eventualità, Luoghi

Uno dei punti di vista

Cemitério de Agramonte

Il caldo è scomodo come un paio di pantaloni troppo aderenti. Dal cancello principale del cimitero portoghese esce un vecchio, la faccia gli si scioglie piano sulla camicia di flanella e il manico lucido del suo bastone di ferro proietta sulle lapidi scure dei colerosi piccoli fuochi fatui, ombre di specchio, fantasmi ballerini.
Ogni tanto, da dietro una siepe o un muretto basso, sbucano delle donne dai capelli ingrigiti con in mano un annaffiatoio, un paio di cesoie, un mazzo di fiori d’un rosso stanco, cariche di commozioni antiche come quadrifogli lasciati a seccare tra le pagine di un libro.

In mezzo al cielo dardeggia un sole inopportuno che fa tremare l’aria come una leggera tenda trasparente. L’urlo delle cicale si accorda con una lontana musica sincopata, buona per ballare.

Nel cimitero ci sono tombe antiche, spezzate come denti anziani, cappelle sontuose, angeli addolorati dal capo chino, un soldato in uniforme, un cristo con il costato acuto sotto la pelle di pietra. Ci sono, poi, le sepolture nuove. Bianche e lisce, i caratteri dei nomi d’un oro che s’incendia di sole. C’è, tra queste tombe, anche quella di Joaquim M., morto nel 2017, ed è la sua antica faccia viva a guardare un punto lontano da un ovale smaltato, piccolo oblò tra quel che c’era e quel che c’è.

Lì sopra, sul piano di marmo, sdraiato a occhi socchiusi, sta un gatto grigio e bianco, a vegliare su quel morto come se fosse il suo morto. Questo quello che penserebbe senz’altro chi si trovasse a passare di lì. Forse si chinerebbe, allora, ad accogliere quella piccola testa nell’incavo della mano, per consolarla di una pena supposta, percorrerebbe con il palmo la linea morbida della sua schiena e pronuncerebbe una frase come: “Bravo micino”. La ripeterebbe due volte, forse: “Bravo micino, bravo micino”.

Ma, diciamolo, forse quella sarebbe un’illusione. Il gioco pigro di una mente che non conosce abissi.
Chi lo sa, come guardano il mondo, attraverso la fessura dei loro occhi gialli? Se tengono in conto concetti oziosi come l’esistere e il non esistere più. O se per loro il tempo non è che un cerchio acciambellato per riposare, caldo di fusa e di corse sognate. Il piccolo punto dove si sviluppa l’adesso.

Qui.

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Fatti

Geografia fisica

Scoppia come scoppia un chicco d’uva sotto i denti, l’oggi.
Solo ieri c’era l’alabastro delle schiene di quei miei coetanei che, colmi fino all’orlo dei loro sedici anni, attraversarono correndo piazzale della Vittoria lasciandosi dietro scie di vestiti come traslucide bave di lumaca a tracciare strade che non esistono, e si tuffarono nudi nell’acqua fredda della fontana marzolina. Flessibili di giovinezza, nudi come dio. Un calcio in faccia alle miserie a venire.

Quale di quelle fibre elastiche, quale di quelle cellule sane, immaginava i compromessi cui sarebbero stati chiamati a scendere? C’era già, tra i grani di rosario delle vertebre, la premonizione della ruga triste che avrebbe appannato lo smalto azzurro delle loro iridi?

Avranno fatto in tempo, forse, prima di diventare altri da loro, ad andare in motorino in due, dentro una sera lucida, la testa del passeggero sul vibrare della schiena di quello che guida, nel tremolio laccato di un ultimo sole, netto come il disegno su una scatola di cioccolatini di lusso.

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Fatti, Persone

I vicini di casa

I vicini di casa sono voci ovattate, attutite da pareti sottili che risuonano vuote al battere delle nocche. “Chiamavo per quel contratto di luce e gas”, dicono dentro cornette che non vedi, e “sai che non è facile”, e “saluta Patrizia da parte mia”, e ridono cori di risate a battute che non hai sentito.
I vicini di casa sono passi sul soffitto. Sono acciottolare di piatti, odore di soffritto e di torta alle mele. Sono il ringhio della sedia strusciata sul pavimento che divora il dialogo del film che stiamo guardando, fanno perdere il segno del libro che leggiamo.
I vicini di casa sono il primo saluto che gli rivolgiamo, il giorno del nostro trasloco. I sorrisi incerti: “Benvenuta, benvenuta, chissà se mi sarai amica, chissà se sarai molesta, chissà se ci parleremo ancora, da qui a un anno?”.

Sono il campanello suonato a mezzogiorno e dieci: “Lei è caldamente pregata di fare più piano”.
Sono la sagoma scura dentro la coda del nostro occhio, quando saliamo le scale: “Buonasera”.
Sono una fila di nomi sui campanelli. Sono il piego di libri che abbiamo ritirato per loro quando è passato il corriere e ora aspetta il loro ritorno – estraneo – sul nostro mobile dell’ingresso.
Sono il battere di un martello che pianta il chiodo per appendere un quadro che noi non vedremo.

Sono il lenzuolo bianco a fiorellini azzurri, fradicio d’acqua e profumato alla lavanda che il vento forte ci ha portato sul balcone e che poi noi raccogliamo e pieghiamo per restituirlo al proprietario, affinché domani possa esser di nuovo steso a sventolare e regalarci la risacca della sua ombra attraverso la nostra finestra aperta.

Sono la quota pagata all’amministratore affinché si possano fare quei lavori giù nel vialetto.
Sono il cartello giallo che nella notte è comparso appeso al cancello: AFFITTASI BILOCALE ARREDATO.
Sono la pianta quasi secca su un balcone, l’impossibilità di darle acqua: la lontana vicinanza degli atti mancati.
Sono il braccialetto di perline azzurre caduto su un gradino che qualcuno oggi ha spostato sul contatore del gas, che non debba finire pestato: forse, con pazienza, ritroverà il suo polso.

Sono il piccolo cosmonauta che vediamo dentro lo spioncino mentre si muove in quel piccolo universo convesso e scende le scale, proprio come facciamo noi, senza il peso d’esser noi.

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Eventualità

Discorso del bicchiere svuotato

Dice così, il bicchiere svuotato,
l’ultimo sorso giù per la gola in un plop come di piede che esce dal fango.
Quel che vedi sul tavolo è un cilindro senza un lato
e può sembrare che lo spettacolo sia già tutto finito,
invece la mia bocca aperta di vetro smerigliato
soffia ancora un ultimo sbuffo di vapore.
Alito caldo che riaccende l’azione
Cataratte d’un attimo contro lo scorrere delle cose
Orli di velo per lo sposalizio del giorno
Solo per un attimo, poi basta davvero

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Istruzioni

Istruzioni per misurare il tempo

Si disegni nella mente un uomo di mezza età e lo si immagini seduto su una sedia di plastica arancione in mezzo ad altre sedie di plastica arancione nella sala d’aspetto di un ospedale. L’uomo potrebbe indossare un maglioncino verde con una profilatura gialla sulle maniche.

Si immagini che quell’uomo stia aspettando che sua figlia partorisca.

Si portino avanti, a questo punto, i pensieri e si supponga che, mentre aspetta, l’uomo stia leggendo una lettera la cui totalità è composta da due fogli color bianco quando il bianco invecchia. Ipotizziamo che uno dei due fogli l’uomo lo stia tenendo con due mani dalle nocche dure come gusci di noce e che l’altro dei due fogli si trovi, invece, ripiegato sulle ginocchia.

Non importa che ci si interroghi troppo sull’eventualità che quel secondo foglio sia già stato letto o, al contrario, sia ancora da leggere. Si immagini, invece, che quei fogli compongano una vecchia lettera che, tanti anni fa, qualcuno gli aveva scritto. Forse quella lettera, per motivi che non ci interessano troppo, è arrivata a destinazione solo quel giorno, oppure era stata dimenticata e ora è come leggerla per la prima volta. Quel che conta è che quelle pagine raccontano una storia lontana, di un passato appannato in cui lui era giovane e il suo corpo non l’aveva ancora tradito in nessuno dei molti modi in cui può tradire un corpo quando invecchia, di quando i suoi piedi camminavano leggeri e il suo viso era compatto come un terreno ancora da dissodare. Di quando certe risate scroscianti come campanelli suonavano sempre per lui e il tempo si srotolava davanti a lui come il tappeto rosso che porta a una festa, ai suoi lampadari di cristallo, ai molti brindisi, alle stoffe di seta.

Immaginiamo che l’uomo legga quelle righe che parlano di chi era e non è più e che intanto, di là, sua figlia partorisca, aggiungendo, così, un anello a quella lunga catena che è il tempo come lo conosciamo.

Non che sia importante.

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Eventualità, Fatti

Cose che succedono a volte

Non è questione di calendario, ma di sacro. Sacro è ogni momento in cui il mondo ti mette un dito sotto al mento per alzarti la faccia in alto, a farti vedere quel che c’è.

Succede, a volte.

Quando cammini in un vicolo vuoto e da una finestra esce un acciottolio di piatti e c’è una radio accesa e le voci delle persone si intrecciano a quelle della canzone e tu per un attimo entri dentro quella vita che non è tua.

Quando ti cucini qualcosa di buono, poi ti apparecchi la tavola e finalmente ti siedi.

Quando incolli a una pagina a righe un biglietto aereo, o una foto dai bordi smussati, o una foglia d’acero. Rossa.

Quando accarezzi un animale che dorme.

Quando, in ginocchio sul balcone, cuci con ago e filo la stoffa della tua sedia a sdraio verde e ripassi i punti tante volte, perché siano sicuri, e l’aria è dolce e stare lì è un po’ come pregare.

Quando si fa sera, in quel momento in cui il cielo si fa come di cristallo e tu sei lì a vederlo.

Quando le parole si mettono in fila e scorrono come acqua da un rubinetto aperto.

Quando sei alla finestra e senti per caso un pezzo di conversazione che fa così: “probabilmente mi sto sbagliando”.

Quando una persona che ti vuole bene ti dice: “Guarda, quelle sono le nuvole che ti piacciono”.

Quando hai corso veloce e poi ti fermi e i muscoli delle gambe pulsano come la pancia di una lucertola al sole.

Quando senti una canzone e ti vien voglia di ballare e forse non balli, ma quella melodia continua a suonare in testa ancora un po’.

Quando cambi idea.

Quando è notte e cammini verso casa e passi davanti alla vetrina accesa di una mesticheria e davanti c’è un vecchio fermo a guardare e a un certo punto ti accorgi che sorride e vuoi vedere cosa lo fa sorridere allora rallenti un attimo e vedi che sono sassi dipinti a far finta d’essere gufi, gatti, coccinelle, girasoli.

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Fatti

La battaglia di via della Ripa

Via della Ripa, Forlì

Furono le donne, quel giorno (a chi interessano le date si potrà dire che era il 24 marzo del 1944), affacciate dalle loro finestre, a guardare morire quel pugno di giovani, tanti quanti sono le dita di una mano stanca. Li videro morire fucilati da un plotone di soldati minacciato dai nazisti. Colpiti troppo in basso perché gli potesse essere concesso il misero premio di morire subito. Lasciati lì, ancora vivi, dopo lo schianto delle ginocchia arrese sul selciato a respirare quell’ultima aria dolorosa. Quegli uomini con le facce scure hanno tutti vent’anni, anno più anno meno, e la loro colpa è quella di aver provato a evitare quella guerra. Alla guerra, però, non sono riusciti a scappare: gli è saltata addosso nella forma di una fucilata senza tante cerimonie, di fronte al muro scrostato della caserma di via della Ripa.

Di parolacce ne dissero, le donne affacciate alle finestre. Tirarono fuori tutte le parole peggiori che venivano loro in mente e ne saltarono fuori alcune che non sapevano nemmeno di conoscere, come se le avessero conservate da qualche parte per poterle usare in occasioni come questa.

Passano i giorni, ma sono pochi e ancora il sangue dei cinque morti scurisce il selciato. Nella caserma si tiene un processo dall’esito certo: altri dieci saranno fucilati. Le ragioni sono le stesse.

Il lavoro, allora, quel lavoro da servette che facevano, più numeri che persone, diventa un’arma: le donne escono dalle fabbriche, ognuna dalla sua, e camminano verso via della Ripa. Restano lì, come un muro, e quando qualcuno spara una fucilata nessuna batte un ciglio, anche se l’uccello che s’agita nascosto nella gabbia toracica starnazza come se volesse uscire dalla bocca. Ma non può.

Andò a finire che le donne rimasero lì per due giorni. Quando il secondo giorno cominciava a scurire fu deciso che nessuno sarebbe stato fucilato. Per qualcuno, forse, sarebbe stato meglio andarsene lì, davanti a quel muro, che poi non fece altro che andare a morire in qualche campo di concentramento, di fame e pidocchi e della paura grande d’esser lontani. Ma si sa che, in quel momento, nessuno poteva guardare troppo oltre. Se si guardava, quel che si vedeva erano i propri piedi impolverati, e il muro di una caserma, e una battaglia da combattere.

Dopo si vedrà.

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Fatti

Ci si ripete

Come quando si dice una cosa a mezza voce. Una cosa così, tanto per dire, che non meritava nemmeno il muoversi del muscolo tozzo della lingua a formarne le parole. Una cosa che va presa per quel che è: senza contenuto, ma solo una questione di coordinazione tra la laringe, dove le corde vocali fanno vibrare l’aria spinta dai polmoni, della fisarmonica del torace, del diaframma e dell’addome, poi anche del naso e della gran cassa di risonanza della bocca. Un bel gioco di abilità senza troppe pretese, se non quello di fare un po’ di musica, come quando si soffia per gioco su un filo d’erba teso tra i pollici.

“Oggi tira vento”, potrebbe essere la frase. O “cos’è quell’animale?”. O “sento un odore come di noce moscata”. La persona che si ha davanti dovrebbe, allora, annuire, senza nemmeno alzare gli occhi. Invece capita, a volte, che quella persona non senta bene. “Come hai detto?”, chiede.

Si è costretti, allora, a ripetersi.

Ed eccola lì, quella frase oziosa, a galleggiare nell’aria, la luce che riflette sulla sua superficie liscia. E gli occhi di tutti sembrano fissarla in un silenzio imbarazzato. Per tutto il tempo concesso a una bolla di sapone prima di esplodere sul selciato in una chiazza umida.

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Istruzioni

Istruzioni per sopravvivere a una tempesta

Per cominciare ci si dovrebbe affacciare alla finestra. La finestra che guarda ad ovest va bene. Non importa se è buio. Si aprano le ante, si nutra il silenzio con lo schiocco rapido dei cardini. Si scruti per un attimo nell’invisibile, fino a che quel che si ricorda si sovrappone a quel che si vede. Più ricordata che vista, ad esempio, è la vetrina del negozio che vende pietre dure e bracciali portafortuna, giù in basso. Per un attimo brillerà la dentatura metallica della saracinesca abbassata e il rettangolo lattiginoso del cartello con sopra scritto ‘chiuso’. Ma la scritta non si vede: la si ricorda.

Si giri la faccia verso quel disordinato vento tiepido che poi, molto più tardi nella notte, porterà un sonnolento scroscio di pioggia. Si guardino i rami delle palme agitarsi in quel vento come i capelli disinibiti di una spogliarellista. Si allungano, le palme, dai ridicoli cortiletti divisi dall’asfalto da tristi ringhiere scrostate: fazzoletti di terra asciutta e poche zolle di erba corta che si sviluppano tutti nella verticalità delle piante assurdamente esotiche che poggiano i loro piedi di corteccia tra i mozziconi e l’urina dei cani.

A questo punto si guardi oltre. Si noterà che sulla strada oscillano due lampioni (si potesse guardare oltre se ne vedrebbero molti di più, ma due lampioni è il massimo che possiamo vedere da quella precisa prospettiva). Sono tre gusci rovesciati, appesi al centro di un lungo cavo teso da una casa all’altra. Si vedrà che sull’asfalto e sui muri dondola, sempre più veloce, un fascio di gialla luce liquida, come il principio di una mareggiata.

Si lasci che gli occhi accompagnino quei marosi, le pupille come biglie lasciate andare nelle superfici lisce di una ciotola.

Sembrerà di capire, per un attimo, che non è opponendosi alle onde che si potrà sopravvivere a una tempesta. Ma sarà un concetto vago, presto inghiottito dal buio in un ‘plop’ di caramella dura.

Si chiuda la finestra.

Sta per piovere.

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