Fatti

La prima viola

La prima viola vista quest’anno era una viola recisa, lasciata sulla terra pressata del sentiero. Era – lo si vedeva bene – una viola ombrosa, di fosso, con petali scuri come il cerchio denso che resta sul fondo del bicchiere di vino bevuto.

Qualcuna delle parole che sento, forse arriva anche fin laggiù, alla sua piccola altezza: “La pasta, ti dicevo, viene peggio se la si fa con la macchina, ha tutto un sapore come di ferro, tutto un sapore che sembra un veleno”, “Non fa niente, non morde, non avere paura”. “Così gli ho detto, gli ho detto una volta per tutte quel che pensavo di lui”.

La prima viola vista quest’anno era un viola recisa, il suo sguardo già un po’ appassito a osservare indulgente i copertoni delle biciclette, le gambe nervose dei corridori, le zampe ricce dei cani barboni, ad ascoltare il battere diverso di piedi leggeri, di piedi stanchi, di piedi rumorosi come risacca marina.

Una mano, poco prima, aveva saggiato quel gambo cedevole e, senza colpa, in un attimo l’aveva reciso. Come per ogni fatto, anche per questo c’è stato un prima e un dopo, certo, ma nessuno ci ha fatto caso.

Qualcuno ha atteso inconsapevole che quella carne verde s’ammollasse nel sudore delle dita, poi l’ha lasciata scivolare via, che fosse esattamente quella, la prima viola che avrei visto quest’anno.

A volte, raramente, le viole sbocciano al sole. Eppure le più belle, è un fatto risaputo, sono quelle che crescono nell’ombra.

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Eventualità, Fatti

Trascurabili voli

Ai piedi delle scuole, aeroplani sfatti, reduci di piccole avarie di carta.

Le loro ali di cellulosa, per qualche denso istante, hanno franto il vento e l’hanno fatto risuonare in un fischio da cicala.

Succede così, che le cicale possono attendere nascoste sotto strati di terra sommando giorni fino a farli diventare anni, prima di conoscere il sole (rotondo e pallido che allappa i denti come una susina acerba), prima che la terra si decida a guidare i loro piedi di spillo fino alle strade maestre solcate nel legno di una vecchia corteccia affinché possano lasciare lì la loro pelle e, leggere e azzurrognole, sperimentare lo slancio intrepido che precede il primo volo.

Dimenticato, il corpo vuoto intanto rimane aggrappato al legno con il suo profilo croccante da foglia secca, ad aspettare paziente che il vento gonfi i polmoni e soffi abbastanza forte da strapparlo via e insegnare anche a lui come si vola.

Quella esuvia di sottilissima pergamena, allora, sorvolerà forse lo specchio opaco del mare, e le mille dita spalancate delle faggete, e il baluginare astrale che le città sanno comporre quando viene la notte e alla fine imparerà a conoscere, osservando con le sue minuscole orbite vuote, le diverse trame delle quali è composto tutto quel che c’è. Un giorno incontrerà – è verosimile – uno stormo di cavalli alati che disegna in cielo le sue geometrie aguzze contro il sottile velo da sposa dell’aria.

Ma saranno eventi, questi, senza nessuna conseguenza.

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Fatti

Una partenza

Tutto quel che era stato fino a quel momento – molti lo chiamano anima – gli frullò ancora un attimo dentro al petto: uccello impazzito in cerca di un’uscita. Ecco che la trovò nello stretto tubo della gola e lo risalì svelto perché forse quel buio gli faceva paura.

Con le sue alucce gli carezzò la pelle tenera come una ferita aperta che riveste l’interno delle gote e poi volò fuori passando dalla bocca socchiusa.
Fece ancora due giri intorno a quella testa familiare, per dirle addio, e poi si allontanò in alto, verso l’azzurro troppo carico del cielo.

Prima di sparire in niente.

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Fatti

Cose che succedono da qualche parte

Due cavoli e qualche finocchio crescono chiusi come un pugno in un orto riarso in cui le zolle si mescolano a sabbia e conchiglie salate.

La terra fradicia lascia andare il tronco sottile di un abete. Lui cade piano e, alla fine del suo percorso, si appoggia su un altro albero, a farsi consolare.

Lungo i bordi di una strada della quale non sappiamo il nome, corre via veloce una neve lontana che qua ha mancato di cadere.

E molto altro ancora.

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Quello che non voglio sapere

Non voglio sapere quel che succede nel cosmo, tra le galassie fredde come bocce dimenticate sul prato quando scende la notte, nel rapprendersi delle rugiade, paralizzate nel punto dove le ha lasciate l’ultimo tiro.
Non voglio sapere niente delle supernove, stelle esplose milioni di anni fa la cui luce arriva a noi oggi, muto ricordo incompreso.
Che tra un miliardo di anni il sole sarà così caldo da prosciugare, goccia dopo goccia, tutti gli oceani, lasciandoli asciutti, salati e stanchi come le guance dopo molto piangere.
Non voglio sapere che ogni cosa che oggi si trova raccolta nell’ingorda voragine dello spazio finirà: che le stelle moriranno, e non ne nasceranno di nuove, e l’universo sarà popolato solo da buchi neri, e nane bianche, e che poi anche quelli evaporeranno e alla fine non rimarrà che l’incredibile niente.

Voglio che, per me, l’universo sia solo cielo. Il familiare coperchio sotto cui sobbolle piano piano la Terra; un cielo che talvolta è del colore viola che hanno i fiori della cicoria, oppure d’un azzurro semplice, da carta da parati, altre volte rosso come la buccia di velluto delle pesche, o imbiancato per le nubi che garriscono come lenzuola stese ad asciugare, assolate e crepitanti.

E poi, quando fa buio, voglio che sia come guardare in una ciotola piena di more ancora tiepide di rovo, con i loro mille piccoli occhi di luce.

Dai molti misteri.

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Geografia fisica

Scoppia come scoppia un chicco d’uva sotto i denti, l’oggi.
Solo ieri c’era l’alabastro delle schiene di quei miei coetanei che, colmi fino all’orlo dei loro sedici anni, attraversarono correndo piazzale della Vittoria lasciandosi dietro scie di vestiti come traslucide bave di lumaca a tracciare strade che non esistono, e si tuffarono nudi nell’acqua fredda della fontana marzolina. Flessibili di giovinezza, nudi come dio. Un calcio in faccia alle miserie a venire.

Quale di quelle fibre elastiche, quale di quelle cellule sane, immaginava i compromessi cui sarebbero stati chiamati a scendere? C’era già, tra i grani di rosario delle vertebre, la premonizione della ruga triste che avrebbe appannato lo smalto azzurro delle loro iridi?

Avranno fatto in tempo, forse, prima di diventare altri da loro, ad andare in motorino in due, dentro una sera lucida, la testa del passeggero sul vibrare della schiena di quello che guida, nel tremolio laccato di un ultimo sole, netto come il disegno su una scatola di cioccolatini di lusso.

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I vicini di casa

I vicini di casa sono voci ovattate, attutite da pareti sottili che risuonano vuote al battere delle nocche. “Chiamavo per quel contratto di luce e gas”, dicono dentro cornette che non vedi, e “sai che non è facile”, e “saluta Patrizia da parte mia”, e ridono cori di risate a battute che non hai sentito.
I vicini di casa sono passi sul soffitto. Sono acciottolare di piatti, odore di soffritto e di torta alle mele. Sono il ringhio della sedia strusciata sul pavimento che divora il dialogo del film che stiamo guardando, fanno perdere il segno del libro che leggiamo.
I vicini di casa sono il primo saluto che gli rivolgiamo, il giorno del nostro trasloco. I sorrisi incerti: “Benvenuta, benvenuta, chissà se mi sarai amica, chissà se sarai molesta, chissà se ci parleremo ancora, da qui a un anno?”.

Sono il campanello suonato a mezzogiorno e dieci: “Lei è caldamente pregata di fare più piano”.
Sono la sagoma scura dentro la coda del nostro occhio, quando saliamo le scale: “Buonasera”.
Sono una fila di nomi sui campanelli. Sono il piego di libri che abbiamo ritirato per loro quando è passato il corriere e ora aspetta il loro ritorno – estraneo – sul nostro mobile dell’ingresso.
Sono il battere di un martello che pianta il chiodo per appendere un quadro che noi non vedremo.

Sono il lenzuolo bianco a fiorellini azzurri, fradicio d’acqua e profumato alla lavanda che il vento forte ci ha portato sul balcone e che poi noi raccogliamo e pieghiamo per restituirlo al proprietario, affinché domani possa esser di nuovo steso a sventolare e regalarci la risacca della sua ombra attraverso la nostra finestra aperta.

Sono la quota pagata all’amministratore affinché si possano fare quei lavori giù nel vialetto.
Sono il cartello giallo che nella notte è comparso appeso al cancello: AFFITTASI BILOCALE ARREDATO.
Sono la pianta quasi secca su un balcone, l’impossibilità di darle acqua: la lontana vicinanza degli atti mancati.
Sono il braccialetto di perline azzurre caduto su un gradino che qualcuno oggi ha spostato sul contatore del gas, che non debba finire pestato: forse, con pazienza, ritroverà il suo polso.

Sono il piccolo cosmonauta che vediamo dentro lo spioncino mentre si muove in quel piccolo universo convesso e scende le scale, proprio come facciamo noi, senza il peso d’esser noi.

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Cose che succedono a volte

Non è questione di calendario, ma di sacro. Sacro è ogni momento in cui il mondo ti mette un dito sotto al mento per alzarti la faccia in alto, a farti vedere quel che c’è.

Succede, a volte.

Quando cammini in un vicolo vuoto e da una finestra esce un acciottolio di piatti e c’è una radio accesa e le voci delle persone si intrecciano a quelle della canzone e tu per un attimo entri dentro quella vita che non è tua.

Quando ti cucini qualcosa di buono, poi ti apparecchi la tavola e finalmente ti siedi.

Quando incolli a una pagina a righe un biglietto aereo, o una foto dai bordi smussati, o una foglia d’acero. Rossa.

Quando accarezzi un animale che dorme.

Quando, in ginocchio sul balcone, cuci con ago e filo la stoffa della tua sedia a sdraio verde e ripassi i punti tante volte, perché siano sicuri, e l’aria è dolce e stare lì è un po’ come pregare.

Quando si fa sera, in quel momento in cui il cielo si fa come di cristallo e tu sei lì a vederlo.

Quando le parole si mettono in fila e scorrono come acqua da un rubinetto aperto.

Quando sei alla finestra e senti per caso un pezzo di conversazione che fa così: “probabilmente mi sto sbagliando”.

Quando una persona che ti vuole bene ti dice: “Guarda, quelle sono le nuvole che ti piacciono”.

Quando hai corso veloce e poi ti fermi e i muscoli delle gambe pulsano come la pancia di una lucertola al sole.

Quando senti una canzone e ti vien voglia di ballare e forse non balli, ma quella melodia continua a suonare in testa ancora un po’.

Quando cambi idea.

Quando è notte e cammini verso casa e passi davanti alla vetrina accesa di una mesticheria e davanti c’è un vecchio fermo a guardare e a un certo punto ti accorgi che sorride e vuoi vedere cosa lo fa sorridere allora rallenti un attimo e vedi che sono sassi dipinti a far finta d’essere gufi, gatti, coccinelle, girasoli.

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La battaglia di via della Ripa

Via della Ripa, Forlì

Furono le donne, quel giorno (a chi interessano le date si potrà dire che era il 24 marzo del 1944), affacciate dalle loro finestre, a guardare morire quel pugno di giovani, tanti quanti sono le dita di una mano stanca. Li videro morire fucilati da un plotone di soldati minacciato dai nazisti. Colpiti troppo in basso perché gli potesse essere concesso il misero premio di morire subito. Lasciati lì, ancora vivi, dopo lo schianto delle ginocchia arrese sul selciato a respirare quell’ultima aria dolorosa. Quegli uomini con le facce scure hanno tutti vent’anni, anno più anno meno, e la loro colpa è quella di aver provato a evitare quella guerra. Alla guerra, però, non sono riusciti a scappare: gli è saltata addosso nella forma di una fucilata senza tante cerimonie, di fronte al muro scrostato della caserma di via della Ripa.

Di parolacce ne dissero, le donne affacciate alle finestre. Tirarono fuori tutte le parole peggiori che venivano loro in mente e ne saltarono fuori alcune che non sapevano nemmeno di conoscere, come se le avessero conservate da qualche parte per poterle usare in occasioni come questa.

Passano i giorni, ma sono pochi e ancora il sangue dei cinque morti scurisce il selciato. Nella caserma si tiene un processo dall’esito certo: altri dieci saranno fucilati. Le ragioni sono le stesse.

Il lavoro, allora, quel lavoro da servette che facevano, più numeri che persone, diventa un’arma: le donne escono dalle fabbriche, ognuna dalla sua, e camminano verso via della Ripa. Restano lì, come un muro, e quando qualcuno spara una fucilata nessuna batte un ciglio, anche se l’uccello che s’agita nascosto nella gabbia toracica starnazza come se volesse uscire dalla bocca. Ma non può.

Andò a finire che le donne rimasero lì per due giorni. Quando il secondo giorno cominciava a scurire fu deciso che nessuno sarebbe stato fucilato. Per qualcuno, forse, sarebbe stato meglio andarsene lì, davanti a quel muro, che poi non fece altro che andare a morire in qualche campo di concentramento, di fame e pidocchi e della paura grande d’esser lontani. Ma si sa che, in quel momento, nessuno poteva guardare troppo oltre. Se si guardava, quel che si vedeva erano i propri piedi impolverati, e il muro di una caserma, e una battaglia da combattere.

Dopo si vedrà.

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Ci si ripete

Come quando si dice una cosa a mezza voce. Una cosa così, tanto per dire, che non meritava nemmeno il muoversi del muscolo tozzo della lingua a formarne le parole. Una cosa che va presa per quel che è: senza contenuto, ma solo una questione di coordinazione tra la laringe, dove le corde vocali fanno vibrare l’aria spinta dai polmoni, della fisarmonica del torace, del diaframma e dell’addome, poi anche del naso e della gran cassa di risonanza della bocca. Un bel gioco di abilità senza troppe pretese, se non quello di fare un po’ di musica, come quando si soffia per gioco su un filo d’erba teso tra i pollici.

“Oggi tira vento”, potrebbe essere la frase. O “cos’è quell’animale?”. O “sento un odore come di noce moscata”. La persona che si ha davanti dovrebbe, allora, annuire, senza nemmeno alzare gli occhi. Invece capita, a volte, che quella persona non senta bene. “Come hai detto?”, chiede.

Si è costretti, allora, a ripetersi.

Ed eccola lì, quella frase oziosa, a galleggiare nell’aria, la luce che riflette sulla sua superficie liscia. E gli occhi di tutti sembrano fissarla in un silenzio imbarazzato. Per tutto il tempo concesso a una bolla di sapone prima di esplodere sul selciato in una chiazza umida.

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