Fatti

Rabbia. Miraggi.

Sono strisce e tagli, i marmi del pavimento di marmo alla veneziana, mentre li guardo. Arrabbiata. Lo vedo ora per la prima volta, quel pavimento che tante volte ha sopportato il peso dei miei passi.

La noia delle ore di rabbia, e il torcicollo per un’innaturale immobilità, e la fame per il lungo sciopero mi montano dentro come una spuma di mare sporco, colma di capelli e mucillagini. Graffia dietro gli occhi, quel rancore e ciò che mostra sono miraggi febbricitanti. Illusioni tremolanti, fatte d’acqua o brucianti di fuoco (la ricordi, vero, l’aria rovente farsi densa e vibrare come gelatina dietro un falò di stoppie?).

Alcuni dei blocchi di marmo che compongono le mattonelle sembrano pezzi di carne. Tagli di manzo che va ossidandosi, i tessuti che scuriscono aggrediti dall’ossigeno impietoso. Lenzuoli di pancetta bordati di un pizzo di grasso candido. Grumi rappresi su un piatto di portata, sordi al tintinnare delle posate e al chiacchiericcio sazio dei commensali. Pavimento freddo per freddi piedi.

Alzo gli occhi e fuori dalla finestra vedo una casa che sembra la mia.

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Fatti

Le ali delle formiche

Dice così, che le formiche alate non sono una specie a sé, ma sono semplici formiche alle quali, a un certo punto, spuntano le ali. È una natura misteriosa e sotterranea, che scorre come linfa in quel corpo da niente, a dire alle ali di premere sulla schiena coriacea fino a trapassarne la scorza.

Queste ali spuntano fuori da quella schiena di formica e, con pazienza, le insegnano a volare. Anche se lei non lo sa, è nata destinata a colonizzare nuovi mondi.

Che le sue zampe sottili come tela di ragno si stacchino dal suolo polveroso e incontrino altre altezze a colpi di reni nella danza dei pollini. Che il sole le baci la pelle lucida come un bottone di liquirizia, che l’aria faccia vibrare le sue antenne. Lascino andare, le mandibole, quella briciola di pane, che siano altre a contendersela.

Così succede che quelle ali ancora sgualcite portano in alto la formica lungo segrete traiettorie celesti. Quell’istinto fatto di rapidi impulsi nervosi, poi, la fa atterrare, ancora ebbra per le grandi altezze, a inventare una nuova città di grani di terra, là dove non c’era.

Allora, non più utilizzate, le ali si seccano come frutti non colti e poi si staccano dal corpo, dimenticate. Le mangerà il terreno alla prima pioggia o forse scenderanno un fiume fino al mare e finiranno lì la loro vita, nel rumoreggiare annoiato delle onde sulla riva bugnosa di conchiglie rotte e granchi morti.

Anche di questo, bisogna parlare. Dei residui. Delle ali sottili delle formiche, dei granelli di sabbia, delle dita stanche, dei pensieri già vecchi e di quelli a venire. E di una notte d’estate, quando la finestra aperta invitava ad entrare in casa un cigolio stanco, come di un’altalena lasciata sola a dondolare ancora per un po’.

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Eventualità, Fatti

Piccola classificazione di silenzi

1) Sincronico

Hai gli occhi chiusi sulle ombre corte delle due del pomeriggio. Si allontana e si avvicina il suono monotono di una sirena d’ambulanza. Un cane raschia tra la gola e i picchi aguzzi dei denti il suo latrato. Le cicale tendono nell’aria un frinire esausto, inevitabile come un singhiozzo che non si riesce a interrompere. Due finestre gemelle, una di fronte all’altra, si scambiano le note, ora malinconiche ora sincopate, di due canzoni diverse, come saliva durante un lungo bacio, o una respirazione bocca a bocca senza troppe speranze.

Succede, a un certo punto, che si spegne la sirena, inghiottita da un angolo di strada. Il cane tace, distratto, forse, da una carezza annoiata, o dal risuonare del suo nome nella bocca del padrone. “Poldo, zitto”, e tanto basta. Poi le cicale, come d’accordo, interrompono il loro rugginoso cigolio fatto di zampe magre e ali, e dure scorze. Si sono accordate, le canzoni, per terminare nello stesso istante, come un lungo respiro prima di ricominciare a suonare. Pausa.
Una simile sincronia potrebbe non capitare mai, eppure capita. Almeno qualche volta, quando si ha voglia di notarlo.

Il silenzio assurdo del caso

2) Immaginato

La fotografia non è onesta: quando l’hai scattata si sentiva la risacca delle onde e si sentiva la risata appuntita di un bambino. Si sentiva il vento che frustava un paio di pantaloni appesi alle stecche di un ombrellone (giallo). Si sentiva anche la forza liquida delle due persone che si muovevano in acqua, spostandone i volumi per sostituirli (il tempo di un istante, non di più) con quelli delle forme del proprio corpo. Ora, a riguardarla, quell’immagine azzurra non fa nessun rumore, tranne quello, solo sussurrato, di una storia ancora da inventare.

Il silenzio apparente del non detto

3) Sottopelle

Hai una piccola ferita aperta. Mettiamo che sia sul labbro inferiore. Ne puoi sentire con la lingua i bordi duri, screpolati, aridi come un terreno senz’acqua. Lì l’acqua c’è, ed è una saliva che sembra asciugare invece di bagnare, come onde salate su una riva, capace solo di inaridire e seccare radici. Senti anche il suo battere sordo fino a quando, avvicinandoti allo specchio, scopri che quel pulsare puoi anche vederlo. È un leggero guizzo nella carne viva, uguale al contrarsi veloce del corpo dei rettili.

Ti viene in mente che una volta, alla fermata del bus, hai visto battere il cuore di una ragazza che aspettava la sua corsa, attraverso la sua maglietta bianca, ed era proprio così: un breve spasimo senza rumore.

Il silenzio del vivere

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Fatti, Luoghi

Cose nel tempo

Ex Gil, viale della Libertà, Forlì

C’è un edificio rosso che era una cosa e ora ne è un’altra e affaccia su un viale che si chiamava in un modo e ora si chiama in un altro. Cominciamo dalla via: il viale è largo e l’asfalto è crepato dallo spingere sotterraneo delle radici dei pini marittimi, anche se qua il mare non si vede. Comincia da una piazza ovale che al centro ha un obelisco e sopra l’obelisco una statua scura che, vista da lontano, sembra rappresentare un orso che tiene in mano una tavolozza, ma in realtà quella è la vittoria e la vittoria, si sa, ha le ali per volar via da chi vuole illudersi di averla afferrata. Il viale procede dritto come un ago che si infila nella stoffa per cucirne due lembi: un lembo è la piazza ovale con la statua d’orso e l’altro lembo è una stazione per i treni, squadrata e pallida come la faccia di un bambino con l’influenza intestinale che ha appena vomitato il pranzo. Quella via si chiamava via Benito Mussolini e a battezzarla fu lui stesso, nel periodo in cui era impegnato a fare anche cose buone, così si sarebbe detto negli anni a venire. Oggi quel viale porta sempre da lì a lì, ma ha un nome diverso: si chiama viale della Libertà e chi ha scelto il nome nuovo l’ha fatto cercandosi in testa il contrario di ‘Benito Mussolini’.

Poi c’è il palazzo. Il palazzo è rosso, dicevamo, ed è composto da una serie di pezzi che sembrano poggiati l’uno all’altro senza continuità, come in un goffo gioco di costruzioni fatto di parallelepipedi e strane forme arrotondate che da dentro sono stanze dalle pareti morbide, sulle quali non si possono attaccare quadri. In quel palazzo, una manciata d’anni fa, i giovani balilla, le camicie chiuse fino all’ultimo bottone, imparavano a ubbidire. Quando guardavano in alto, sulla torre che sorge al centro dell’edificio come un piccolo grattacielo che sarebbe incapace di toccare il cielo, se questo non gli venisse incontro, non vedevano quel che si vede ora. Vedevano delle lettere in rilievo che componevano una frase: ‘Nel nome di Dio e dell’Italia giuro di eseguire gli ordini del Duce e di servire con tutte le mie forze e se è necessario col mio sangue la causa della rivoluzione fascista’. Così dicevano.

Chi alza oggi gli occhi verso la torre, quella frase la può vedere ancora, ma la legge sommando simboli che sono solo il fantasma di quelle lettere. L’impronta sgretolata e stanca che hanno lasciato sull’intonaco quando da lì le hanno strappate le mani delle persone come si butta una creatura alla vita strappandola al ventre caldo della madre e hanno guardato nascere una libertà neonata, che ha riempito i polmoni con il suo primo urlo.

Negli anni intonaco si è sommato a intonaco e mani di vernice si sono sommate a strati di vernice, ma nessuna ha coperto il fantasma di quella scritta che resta così, negativo di una brutta fotografia che non si ha voglia di riguardare, ma che si deve ricordare, per non ripeterne la posa.

La storia è liquida. Vi intingono le dita le persone che la abitano, finché son vive e a volte ancora dopo, per scrivere qualche riga, nel modo che pare quello buono. E si potrebbe dire che è giusto così.

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Fatti

Camminare per strada all’ora di cena

Dalle finestre il suono ritmico delle voci dei tg, blandi lampi catodici nell’affacciarsi della prima oscurità. L’odore del sugo. Di frittura. Di brodo. Di origano. L’odore di origano ricorda quello delle fettine alla pizzaiola che servivano il martedì alla mensa delle medie.

Brandelli di frasi: è finito, una cosa pazzesca, domani glielo dico, di là, crede che non abbia capito, come fosse un dipinto, mettila più in basso, c’è un odore come di pioggia, no non quello. Acciottolare di posate, sommesse percussioni di un concerto per strumenti timidi.

Nel bacile rovesciato del cielo gridano le rondini. Una siepe di gelsomino mi cammina accanto finché non finisce il cancello come un cane fedele, sussurrando all’orecchio il suo profumo dolce come i colletti delle camicie delle maestre elementari. Qualcuno ride. Una brezza da nord soffia il suo alito dentro le finestre aperte.

Ogni cosa si trova altrove. Niente è qui tranne una sottile nostalgia per un passato inventato, ma anche quella non è altro che illusione. Un miraggio sottile come la patina d’aria tremolante di fronte ai falò, dovuto a mere contingenze: l’inclinazione dell’asse terrestre, oppure Venere in Urano.

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Eventualità, Fatti

Fantasmi dell’avvenire

Sono luoghi infestati, solo che ad aggirarsi non sono fantasmi del passato, ma fantasmi dell’avvenire. Non sanno che la vita esiste, perché l’inesperienza dei loro sensi non la sa percepire. Forse tra qualche settimana, forse tra qualche decennio, sentiranno tra la lingua e il palato il sapore del tuorlo dell’uovo (sarà il primo sapore che ricorderanno quando, una volta cresciuti, andranno indietro nel tempo alla ricerca del sapore più antico) e quel giallo violento ferirà loro gli occhi come la punta di uno spillo.

Con voci che ora non sanno cosa siano misureranno lo spazio lanciando gorgoglii acuti che le stanze vuote della casa piena di scatoloni dei loro ancor giovani genitori gli restituiranno in eco. I loro occhi vedranno tramonti densi come la polpa di una pesca in agosto, ma li dimenticheranno. Ricorderanno, invece, l’impressione della trama della sedia a sdraio che resterà scolpita sulla pelle: piccole onde che si disegneranno sul dorso delle loro mani dopo essercisi seduti sopra a lungo, per ingannare la noia delle parole dei grandi. Sarà lo stesso disegno che si traccerà sulle loro schiene e sulle natiche come labile prova di nottate di stelle cadenti e goffi baci estivi, ancora lontani a venire.

Le loro mani si scontreranno con la superficie del mare e la scopriranno dura, se la si colpisce a pieno palmo, ma allo stesso tempo cedevole, se la si affronta con il taglio. Impareranno ad amare le superfici duttili: prima quella della carne materna, poi gli impasti di sale e farina con cui realizzare palline e lunghe bisce senza occhi, poi di nuovo carne, ma quella tesa e cedevole di una persona amata. Le loro dita ancora non conoscono il tatto, ma, quando quei fantasmi saranno nati, i loro polpastrelli cavalcheranno al galoppo le rughe sottili della carta, la crosta resistente come velcro dei vecchi intonaci, il viso di marmo muscoso della statua a forma di barboncino nel giardino della casa di fronte, conosceranno la pelle vellutata delle albicocche e, senza difficoltà, la distingueranno da quella untuosa dell’arancia.

Sapranno fare alcuni giochi con le dita che ancora non hanno, giochi che divertiranno molto i bambini. Ad esempio sapranno dare l’illusione che le dita delle due mani corrano velocissime le une sulle altre, oppure, ruotando i due palmi, potranno fingere che le due dita più lunghe si invertano di posto, come per magia. Con le loro dita che ancora non hanno carne e ossa ruberanno il nasino ai bambini. Prima, però, qualcuno dovrà averlo rubato loro, seminando il desiderio di vendetta che potranno riscattare solo più avanti, quando saranno cresciuti.

Quei fantasmi dell’avvenire fanno passi silenziosi come quelli degli uccelli. Se potessero pensare si chiederebbero quale fatalità ridicola li butterà nel mondo, affinché il mondo li possa poi digerire.

Forse tutto comincerà da un incrocio di sguardi sul vagone di un treno, dal ritardo sulla tabella di un appuntamento dal dentista, da un amico che presenta un amico, da un metro di velluto per rivestire una poltrona, da un’intossicazione alimentare, da un maglioncino rosso, dalla pressione esercitata da una mano sul pomello di una porta, dal correre delle lancette che vanno incontro veloci al momento in cui una decisione reversibile diventa, senza scampo, irreversibile.

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Eventualità, Fatti

Le parole delle canzoni

Come ghiaia buttata in un secchio di metallo si scontrano le parole nelle canzoni. Niente significano, se non quello che dicono: ballami, leggi in me quello che non c’è. Cantami sopra il testo sbagliato che ti pare di aver capito. Comprami e piangi mentre mi ascolti. Dedicami alla persona che ami. Che amavi. Ripensando al giorno in cui, un pomeriggio d’estate, ti stese una fila di carte da gioco sulla schiena. Ricordi ancora – è vero? – il graffio sottile che t’impose la sua unghia del pollice, troppo lunga e dai bordi squadrati come gli angoli alti delle chiese che si riflettono sul selciato e dividono fili d’erba e le linee di formiche in confini mobili, urlanti di cicale.

Come il rimbalzare di una pallina in un corridoio deserto si ripetono i ritornelli e non hanno nessun significato, se non quello che dicono di avere: ripetimi in mente fino a sfinirti, sillabami in silenzio quando sei in pubblico. Stonami con la testa fuori dal finestrino dell’auto, mentre il tramonto esplode negli specchietti retrovisore e lascia gli occhi abbacinati a veder bianco per qualche minuto, e poi un roteare di stelle che piano piano tornano a comporre il mondo. Dimenticami, alla fine: arriverà un’altra a sostituirmi e allora crederai che, sì, ora sono lì tutti i significati del mondo. Ascolta quell’arpeggio, come finge di toccare tutte le corde del cuore: fa solo finta, ma è così bravo da sembrare vero.

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Fatti

La morte violenta di una cosa da niente

Un insetto verde si posa sul tratto di liscio deserto che è per lui il mio braccio. E’ un insetto di dimensioni simili a quelle di un comune moscerino, ma del moscerino non ha la consistenza. Il suo corpo è fatto di una materia quasi trasparente e, posto che la sostanza di cui è composto si possa chiamar pelle, la sua pelle è sottile come la trama di un sogno quando ci si è già svegliati. Ha delle ali, anche, e sono ali quasi perfettamente trasparenti: piccole trine per bordi di maniche nuziali.

Con passi leggeri si avventura in salita lungo l’avambraccio, percorrendone le curve. Si afferra, come uno scalatore, a un peluzzo là dove inizia la mia mano, e sale ancora lungo il dorso, seguendo dritto il tracciato che segna l’osso del metacarpo che conduce al dito indice. L’insetto scavalca la giuntura e si trova lì, sulla falange, e non scivola sulla superficie insidiosa dell’unghia, ignorando i crepacci delle cuticole. Poi approda lì, sulla cima del dito, e si ferma. Guarda il panorama, forse. A modo suo assaggia la soddisfazione dell’impresa riuscita, mentre io comincio a diventare impaziente che quelle ali leggere lo portino via, per riavere indietro la meschina libertà di muovere la mano.

Quando provo a farlo volare soffiando, le sue zampe si arpionano ferma ai rilievi delle impronte digitali e si oppongono a quella folata di scirocco che è il mio fiato. Provo, allora, a depositarlo piano piano sulla ringhiera.

Solo che qui, nell’attrito tra il mio dito e il ferro, che a me pare un contatto da nulla, le cellule di cui è fatto si sbriciolano. L’insetto si sfalda come la pagina marcia di un vecchio libro e di lui resta poco più che un niente. Non è più verde, perché anche il colore se n’è andato insieme alla vita.
Il vento, a guardar bene, muove ancora una sottile zampetta scomposta, come una bandiera che indica resa.

Ma di guardar bene, in fondo, non ne vale la pena, a meno che non si voglia rischiare di guastarsi il buonumore per non valide ragioni.

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Fatti, Persone

Rivoluzioni

Che le rivoluzioni non siano tutte di uno stesso tipo, a Tonina lo insegnò il risuonare sordo di poche parole che le rimbalzarono in testa come un pugno di ghiaia gettato in un corridoio vuoto, dove ogni suono si moltiplica in eco.

Nessuno in casa lo sapeva, allora, che lei aiutava i partigiani. Era un segreto che si rigirava in bocca come una caramella troppo grande da inghiottire, ma troppo umida di saliva per poterla sputar fuori senza vergogna. Ogni giorno le sue gambe magre di molte fami la spingevano su per sentieri di montagna, con il petto gonfio di paura e di orgoglio. Di dubbi, anche: il dubbio di non essere nel giusto, perché la verità è viscida tra le dita come la schiena d’argento di un pesce e pretendere che stia ferma vuol dire chiederle d’esser morta.

Poi arrivò quel pomeriggio, ed era un pomeriggio composto da tutti quei rumori che compongono il silenzio: il verso monotono di un picchio lontano, il battere di un piede sul pavimento. Voci lontane, quasi sottomarine raggiungevano la cucina bagnata dal sole obliquo delle sei, che allunga le antenne ai coleotteri nella loro ombra sui muri intonacati.
La madre di Tonina era seduta a cucire vicino alla finestra, gli occhi così bassi da sembrare chiusi, e Tonina sgranava piselli come rosari laici.
Non alzò nemmeno la testa dal cucito, né fermò l’insistere dell’ago. Solo disse: “Sono d’accordo con te”.

Tonina, che oggi ha novantasette anni, quando lo racconta piange lacrime calde da quegli occhi opachi, quasi ciechi, e sono lacrime di una ragazzina intenta in cose enormi, con la convinzione di far bene e la paura di far male, desiderosa del sollievo grande che dà l’approvazione di chi t’ha data al mondo.

“In quel momento davvero non lo sapevo più, se la resistenza la stavo facendo io o la stava facendo lei”.

Come una lama di luce capace di illuminare in un attimo il microcosmo di polveri nell’aria, ogni tanto qualcosa lascia intravedere un mondo fatto di tante piccole rivoluzioni che si fanno anche così, senza alzare gli occhi dalla linea dritta di un orlo, in un esercizio domestico di amore, di politica, di etica, di domande, di disobbedienze e di libertà.

“Per questo oggi non ho voglia di parlare di quello che ho dato alla causa, ma di quello che ho ricevuto. Ho imparato, ad esempio, che non bisogna star zitti di fronte alle ingiustizie. Nessuno ti regala niente, e se vuoi la giustizia devi conquistarla ogni giorno. Valeva allora e vale ancora”.

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Fatti

E ora qualcosa di completamente diverso

“La parola ‘crisi’ indica oggi il momento in cui medici, diplomatici, banchieri e tecnici prendono il sopravvento e vengono sospese le libertà. Come i malati, i paesi diventano casi critici. Crisi, la parola greca che in tutte le lingue moderne ha voluto dire ‘scelta’ o ‘svolta’, ora sta a significare: ‘Guidatore, dacci dentro!’. Ma ‘crisi’ non ha necessariamente questo significato. Non comporta per forza una corsa precipitosa verso l’escalation del controllo. Può invece indicare l’attimo della scelta, quel momento meraviglioso in cui la gente all’improvviso si rende conto delle gabbie nelle quali si è rinchiusa e della possibilità di vivere in maniera diversa. Ed è questa la crisi, nel senso appunto di scelta, di fronte alla quale si trova oggi il mondo intero”.

Questo lo scriveva il filosofo Ivan Illich in un saggio del 1977. Più o meno nello stesso periodo Foucault cominciava a parlare di biopolitica, la figlia del biopotere, ovvero quel potere che ha cambiato pelle e non ha più molto a che vedere con quello del gran sovrano che taglia teste o, dando prova di grande bontà, elargisce indulgenze, ma è quello di una politica che può “fare vivere oppure respingere nella morte”. La gestione del corpo diventa affare politico. È la nuova politica.

Sembra facile dirlo ora: ora il corpo si muove attraverso maglie strette, fatte di decreti e autocertificazioni. Eppure non è una novità: quello che succede oggi aveva cominciato ad accadere ieri. Oggi, semplicemente, balza in avanti e si fa evidente nel contesto di crisi. Si può approfittare, adesso, di questa nuova evidenza, per far sì che questa crisi non si riduca a un ‘Guidatore, dacci dentro!’ che sta a dire: ‘Fai di me quel vuoi, purché usciamo da qui’, ma sia un’occasione per notare quello che c’era già (ma non si vedeva) e quello che ci sarà (e non si sarebbe visto), per poterci ripensare più liberi in quel piccolo segmento di autonomia che si trova tra ciò che le cose fanno di noi e ciò che noi facciamo delle cose.

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