Fatti, Persone

Le chiavi

Quando entravano in casa più tardi del solito, la sera, facevano tintinnare forte le chiavi in un artificioso concertino di metallo davanti all’uscio ancora chiuso.

Lo facevano per avvertire chi era dentro (ma dentro, a quanto si sapeva, non c’era nessuno) del loro arrivo.

“Siamo qua, mostri”, dicevano, “dovete andare perché è il nostro turno, ora”.

Erano stati al cinema, probabilmente, e ora, le penne arruffate dal freddo nei loro cappotti misto lana, stavano pregustando il vicinissimo momento in cui si sarebbero scaldati un tè, o avrebbero versato un dito di liquore nella tazza rossa della colazione, per far durare la bella serata ancora un po’, prima di lasciarla andare per sempre, senza troppi rimpianti, nell’anestesia del sonno che non fa sentire il dolore: solo (a volte) un fastidioso formicolio, o poco più. Non c’era tempo per le cose che fanno paura. Era una questione di opportunità.

Agitavano le chiavi nel percorso che le portava dalla tasca alla toppa, allora, concordi nella loro domestica scaramanzia. Poi schiudevano decisi la porta e la lasciavano aperta per un attimo di troppo, affinché il buio che si trovava dentro avesse il tempo di travasarsi in quello all’esterno, in un osmosi silenziosa.

E gentile.

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Fatti

Un temporale improvviso

Sono una chiesa in cui sei entrato per caso.

Quel giorno pioveva una pioggia pesante. Le gocce s’infrangevano a terra in un suono come di guscio d’uovo schiacciato. Se avessi potuto toccarlo, quel cielo itterico, avresti sentito che conservava un antico fastidio, come un vecchio livido ingiallito.

Sono una chiesa in cui sei entrato per caso, solo per ripararti. La testa china non per contrizione.
Quando, alla fine, il sole ha morso i vetri del rosone, sei uscito senza un amen.

T’ho visto, poi, girarti per un attimo a guardarmi con la compassione distratta che hanno i bambini verso gli adulti quando non li sanno consolare.

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Fatti

Attenersi ai fatti

Ci sono due file di formiche. Le formiche procedono in direzione opposte e la loro corsa appare all’occhio come un luccichio nero. Si tratta, invece, di piccoli corpi tripartiti della lunghezza di circa tre millimetri ciascuno, il cui esoscheletro è composto principalmente di chitina.

Le zampe veloci delle formiche, lavorando all’unisono per ore e giorni, hanno inciso nella terra arida un solco che, se non ci volesse attenere ai fatti, si potrebbe definire “simile a una strada”. Si potrebbe anche dire che le zampe delle formiche producono una specie di suono scricchiolante, secco, come di un fuoco che brucia molto molto lontano.

“Forse un giorno potresti parlare di queste formiche”, dice una voce che, però, non ottiene risposta se non, forse, un mugolio distratto.

Nello stesso campo di stoppie sul quale le formiche hanno tracciato il loro sentiero, ci sono dei massi, dei massi molto grossi, impilati uno sull’altro, uno sull’altro, uno sull’altro, a creare una forma convenzionalmente detta “cilindrica”. I massi, per loro costituzione, sono grigi, ma sopra quella superficie ruvida sono cresciuti muschi che il sole ha riarso rendendoli arancioni, nientemeno. Su quella pila di pietre, volendo, è possibile salire fino a raggiungerne la cima, imbiondita d’erbe secche. Se lo si facesse si potrebbe conquistare qualche metro di orizzonte, sentire il proprio corpo opporsi a un vento quasi solido, inventare un nuovo nome per quel luogo che ne ha già uno e per poi dimenticarlo subito dopo.

Se ci si volesse discostare da ciò che è certo, si potrebbe ipotizzare che quel cumulo di sassi, tanti anni fa, fosse un castello. “Non vedo perché non potrebbe essere un castello”, dice la voce di prima.

Ma atteniamoci ai fatti: sono le ore 20.32, il sole tramonterà tra undici minuti, l’aria spira da nord-ovest, due file parallele d’insetti smuovono invisibili granelli di polvere. Qualcosa sta per finire, qualcosa sta per cominciare.

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Fatti

Istantanea

Bis bis bis bis bis. L’elenco è lungo e il suono è quello di un sibilo di serpente sibilato da un bambino, per gioco, seduto a gambe incrociate in un cortile di marna.

Dietro ognuno di quei bis c’è una persona della quale non resta che un’immagine fissa, l’istantanea illusoria di un quadro di famiglia immaginato.
Certo, se ne conoscono le relazioni: quella è sua moglie, quello suo marito, quelli i suoi figli. Non s’è vista, però, la reazione chimica che avviene quando una vita ne incontra un’altra.

E quando l’albero genealogico ha molti rami, sono comunque rami che si vedono solo in controluce, come quando il sole è molto basso all’orizzonte e allunga le ombre e quell’ombra sembra nera come il negativo di una fotografia.

La vita è un gatto bianco che, di notte, corre veloce dietro le sbarre di una cancellata, spaventato dal tuono, pur senza saper pensare al temporale che seguirà.

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Fatti

La prima viola

La prima viola vista quest’anno era una viola recisa, lasciata sulla terra pressata del sentiero. Era – lo si vedeva bene – una viola ombrosa, di fosso, con petali scuri come il cerchio denso che resta sul fondo del bicchiere di vino bevuto.

Qualcuna delle parole che sento, forse arriva anche fin laggiù, alla sua piccola altezza: “La pasta, ti dicevo, viene peggio se la si fa con la macchina, ha tutto un sapore come di ferro, tutto un sapore che sembra un veleno”, “Non fa niente, non morde, non avere paura”. “Così gli ho detto, gli ho detto una volta per tutte quel che pensavo di lui”.

La prima viola vista quest’anno era un viola recisa, il suo sguardo già un po’ appassito a osservare indulgente i copertoni delle biciclette, le gambe nervose dei corridori, le zampe ricce dei cani barboni, ad ascoltare il battere diverso di piedi leggeri, di piedi stanchi, di piedi rumorosi come risacca marina.

Una mano, poco prima, aveva saggiato quel gambo cedevole e, senza colpa, in un attimo l’aveva reciso. Come per ogni fatto, anche per questo c’è stato un prima e un dopo, certo, ma nessuno ci ha fatto caso.

Qualcuno ha atteso inconsapevole che quella carne verde s’ammollasse nel sudore delle dita, poi l’ha lasciata scivolare via, che fosse esattamente quella, la prima viola che avrei visto quest’anno.

A volte, raramente, le viole sbocciano al sole. Eppure le più belle, è un fatto risaputo, sono quelle che crescono nell’ombra.

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Eventualità, Fatti

Trascurabili voli

Ai piedi delle scuole, aeroplani sfatti, reduci di piccole avarie di carta.

Le loro ali di cellulosa, per qualche denso istante, hanno franto il vento e l’hanno fatto risuonare in un fischio da cicala.

Succede così, che le cicale possono attendere nascoste sotto strati di terra sommando giorni fino a farli diventare anni, prima di conoscere il sole (rotondo e pallido che allappa i denti come una susina acerba), prima che la terra si decida a guidare i loro piedi di spillo fino alle strade maestre solcate nel legno di una vecchia corteccia affinché possano lasciare lì la loro pelle e, leggere e azzurrognole, sperimentare lo slancio intrepido che precede il primo volo.

Dimenticato, il corpo vuoto intanto rimane aggrappato al legno con il suo profilo croccante da foglia secca, ad aspettare paziente che il vento gonfi i polmoni e soffi abbastanza forte da strapparlo via e insegnare anche a lui come si vola.

Quella esuvia di sottilissima pergamena, allora, sorvolerà forse lo specchio opaco del mare, e le mille dita spalancate delle faggete, e il baluginare astrale che le città sanno comporre quando viene la notte e alla fine imparerà a conoscere, osservando con le sue minuscole orbite vuote, le diverse trame delle quali è composto tutto quel che c’è. Un giorno incontrerà – è verosimile – uno stormo di cavalli alati che disegna in cielo le sue geometrie aguzze contro il sottile velo da sposa dell’aria.

Ma saranno eventi, questi, senza nessuna conseguenza.

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Fatti

Una partenza

Tutto quel che era stato fino a quel momento – molti lo chiamano anima – gli frullò ancora un attimo dentro al petto: uccello impazzito in cerca di un’uscita. Ecco che la trovò nello stretto tubo della gola e lo risalì svelto perché forse quel buio gli faceva paura.

Con le sue alucce gli carezzò la pelle tenera come una ferita aperta che riveste l’interno delle gote e poi volò fuori passando dalla bocca socchiusa.
Fece ancora due giri intorno a quella testa familiare, per dirle addio, e poi si allontanò in alto, verso l’azzurro troppo carico del cielo.

Prima di sparire in niente.

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Fatti

Cose che succedono da qualche parte

Due cavoli e qualche finocchio crescono chiusi come un pugno in un orto riarso in cui le zolle si mescolano a sabbia e conchiglie salate.

La terra fradicia lascia andare il tronco sottile di un abete. Lui cade piano e, alla fine del suo percorso, si appoggia su un altro albero, a farsi consolare.

Lungo i bordi di una strada della quale non sappiamo il nome, corre via veloce una neve lontana che qua ha mancato di cadere.

E molto altro ancora.

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Eventualità, Fatti

Quello che non voglio sapere

Non voglio sapere quel che succede nel cosmo, tra le galassie fredde come bocce dimenticate sul prato quando scende la notte, nel rapprendersi delle rugiade, paralizzate nel punto dove le ha lasciate l’ultimo tiro.
Non voglio sapere niente delle supernove, stelle esplose milioni di anni fa la cui luce arriva a noi oggi, muto ricordo incompreso.
Che tra un miliardo di anni il sole sarà così caldo da prosciugare, goccia dopo goccia, tutti gli oceani, lasciandoli asciutti, salati e stanchi come le guance dopo molto piangere.
Non voglio sapere che ogni cosa che oggi si trova raccolta nell’ingorda voragine dello spazio finirà: che le stelle moriranno, e non ne nasceranno di nuove, e l’universo sarà popolato solo da buchi neri, e nane bianche, e che poi anche quelli evaporeranno e alla fine non rimarrà che l’incredibile niente.

Voglio che, per me, l’universo sia solo cielo. Il familiare coperchio sotto cui sobbolle piano piano la Terra; un cielo che talvolta è del colore viola che hanno i fiori della cicoria, oppure d’un azzurro semplice, da carta da parati, altre volte rosso come la buccia di velluto delle pesche, o imbiancato per le nubi che garriscono come lenzuola stese ad asciugare, assolate e crepitanti.

E poi, quando fa buio, voglio che sia come guardare in una ciotola piena di more ancora tiepide di rovo, con i loro mille piccoli occhi di luce.

Dai molti misteri.

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Fatti

Geografia fisica

Scoppia come scoppia un chicco d’uva sotto i denti, l’oggi.
Solo ieri c’era l’alabastro delle schiene di quei miei coetanei che, colmi fino all’orlo dei loro sedici anni, attraversarono correndo piazzale della Vittoria lasciandosi dietro scie di vestiti come traslucide bave di lumaca a tracciare strade che non esistono, e si tuffarono nudi nell’acqua fredda della fontana marzolina. Flessibili di giovinezza, nudi come dio. Un calcio in faccia alle miserie a venire.

Quale di quelle fibre elastiche, quale di quelle cellule sane, immaginava i compromessi cui sarebbero stati chiamati a scendere? C’era già, tra i grani di rosario delle vertebre, la premonizione della ruga triste che avrebbe appannato lo smalto azzurro delle loro iridi?

Avranno fatto in tempo, forse, prima di diventare altri da loro, ad andare in motorino in due, dentro una sera lucida, la testa del passeggero sul vibrare della schiena di quello che guida, nel tremolio laccato di un ultimo sole, netto come il disegno su una scatola di cioccolatini di lusso.

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