Fatti

Geografia fisica

Scoppia come scoppia un chicco d’uva sotto i denti, l’oggi.
Solo ieri c’era l’alabastro delle schiene di quei miei coetanei che, colmi fino all’orlo dei loro sedici anni, attraversarono correndo piazzale della Vittoria lasciandosi dietro scie di vestiti come traslucide bave di lumaca a tracciare strade che non esistono, e si tuffarono nudi nell’acqua fredda della fontana marzolina. Flessibili di giovinezza, nudi come dio. Un calcio in faccia alle miserie a venire.

Quale di quelle fibre elastiche, quale di quelle cellule sane, immaginava i compromessi cui sarebbero stati chiamati a scendere? C’era già, tra i grani di rosario delle vertebre, la premonizione della ruga triste che avrebbe appannato lo smalto azzurro delle loro iridi?

Avranno fatto in tempo, forse, prima di diventare altri da loro, ad andare in motorino in due, dentro una sera lucida, la testa del passeggero sul vibrare della schiena di quello che guida, nel tremolio laccato di un ultimo sole, netto come il disegno su una scatola di cioccolatini di lusso.

Standard
Fatti, Persone

I vicini di casa

I vicini di casa sono voci ovattate, attutite da pareti sottili che risuonano vuote al battere delle nocche. “Chiamavo per quel contratto di luce e gas”, dicono dentro cornette che non vedi, e “sai che non è facile”, e “saluta Patrizia da parte mia”, e ridono cori di risate a battute che non hai sentito.
I vicini di casa sono passi sul soffitto. Sono acciottolare di piatti, odore di soffritto e di torta alle mele. Sono il ringhio della sedia strusciata sul pavimento che divora il dialogo del film che stiamo guardando, fanno perdere il segno del libro che leggiamo.
I vicini di casa sono il primo saluto che gli rivolgiamo, il giorno del nostro trasloco. I sorrisi incerti: “Benvenuta, benvenuta, chissà se mi sarai amica, chissà se sarai molesta, chissà se ci parleremo ancora, da qui a un anno?”.

Sono il campanello suonato a mezzogiorno e dieci: “Lei è caldamente pregata di fare più piano”.
Sono la sagoma scura dentro la coda del nostro occhio, quando saliamo le scale: “Buonasera”.
Sono una fila di nomi sui campanelli. Sono il piego di libri che abbiamo ritirato per loro quando è passato il corriere e ora aspetta il loro ritorno – estraneo – sul nostro mobile dell’ingresso.
Sono il battere di un martello che pianta il chiodo per appendere un quadro che noi non vedremo.

Sono il lenzuolo bianco a fiorellini azzurri, fradicio d’acqua e profumato alla lavanda che il vento forte ci ha portato sul balcone e che poi noi raccogliamo e pieghiamo per restituirlo al proprietario, affinché domani possa esser di nuovo steso a sventolare e regalarci la risacca della sua ombra attraverso la nostra finestra aperta.

Sono la quota pagata all’amministratore affinché si possano fare quei lavori giù nel vialetto.
Sono il cartello giallo che nella notte è comparso appeso al cancello: AFFITTASI BILOCALE ARREDATO.
Sono la pianta quasi secca su un balcone, l’impossibilità di darle acqua: la lontana vicinanza degli atti mancati.
Sono il braccialetto di perline azzurre caduto su un gradino che qualcuno oggi ha spostato sul contatore del gas, che non debba finire pestato: forse, con pazienza, ritroverà il suo polso.

Sono il piccolo cosmonauta che vediamo dentro lo spioncino mentre si muove in quel piccolo universo convesso e scende le scale, proprio come facciamo noi, senza il peso d’esser noi.

Standard
Eventualità, Fatti

Cose che succedono a volte

Non è questione di calendario, ma di sacro. Sacro è ogni momento in cui il mondo ti mette un dito sotto al mento per alzarti la faccia in alto, a farti vedere quel che c’è.

Succede, a volte.

Quando cammini in un vicolo vuoto e da una finestra esce un acciottolio di piatti e c’è una radio accesa e le voci delle persone si intrecciano a quelle della canzone e tu per un attimo entri dentro quella vita che non è tua.

Quando ti cucini qualcosa di buono, poi ti apparecchi la tavola e finalmente ti siedi.

Quando incolli a una pagina a righe un biglietto aereo, o una foto dai bordi smussati, o una foglia d’acero. Rossa.

Quando accarezzi un animale che dorme.

Quando, in ginocchio sul balcone, cuci con ago e filo la stoffa della tua sedia a sdraio verde e ripassi i punti tante volte, perché siano sicuri, e l’aria è dolce e stare lì è un po’ come pregare.

Quando si fa sera, in quel momento in cui il cielo si fa come di cristallo e tu sei lì a vederlo.

Quando le parole si mettono in fila e scorrono come acqua da un rubinetto aperto.

Quando sei alla finestra e senti per caso un pezzo di conversazione che fa così: “probabilmente mi sto sbagliando”.

Quando una persona che ti vuole bene ti dice: “Guarda, quelle sono le nuvole che ti piacciono”.

Quando hai corso veloce e poi ti fermi e i muscoli delle gambe pulsano come la pancia di una lucertola al sole.

Quando senti una canzone e ti vien voglia di ballare e forse non balli, ma quella melodia continua a suonare in testa ancora un po’.

Quando cambi idea.

Quando è notte e cammini verso casa e passi davanti alla vetrina accesa di una mesticheria e davanti c’è un vecchio fermo a guardare e a un certo punto ti accorgi che sorride e vuoi vedere cosa lo fa sorridere allora rallenti un attimo e vedi che sono sassi dipinti a far finta d’essere gufi, gatti, coccinelle, girasoli.

Standard
Fatti

La battaglia di via della Ripa

Via della Ripa, Forlì

Furono le donne, quel giorno (a chi interessano le date si potrà dire che era il 24 marzo del 1944), affacciate dalle loro finestre, a guardare morire quel pugno di giovani, tanti quanti sono le dita di una mano stanca. Li videro morire fucilati da un plotone di soldati minacciato dai nazisti. Colpiti troppo in basso perché gli potesse essere concesso il misero premio di morire subito. Lasciati lì, ancora vivi, dopo lo schianto delle ginocchia arrese sul selciato a respirare quell’ultima aria dolorosa. Quegli uomini con le facce scure hanno tutti vent’anni, anno più anno meno, e la loro colpa è quella di aver provato a evitare quella guerra. Alla guerra, però, non sono riusciti a scappare: gli è saltata addosso nella forma di una fucilata senza tante cerimonie, di fronte al muro scrostato della caserma di via della Ripa.

Di parolacce ne dissero, le donne affacciate alle finestre. Tirarono fuori tutte le parole peggiori che venivano loro in mente e ne saltarono fuori alcune che non sapevano nemmeno di conoscere, come se le avessero conservate da qualche parte per poterle usare in occasioni come questa.

Passano i giorni, ma sono pochi e ancora il sangue dei cinque morti scurisce il selciato. Nella caserma si tiene un processo dall’esito certo: altri dieci saranno fucilati. Le ragioni sono le stesse.

Il lavoro, allora, quel lavoro da servette che facevano, più numeri che persone, diventa un’arma: le donne escono dalle fabbriche, ognuna dalla sua, e camminano verso via della Ripa. Restano lì, come un muro, e quando qualcuno spara una fucilata nessuna batte un ciglio, anche se l’uccello che s’agita nascosto nella gabbia toracica starnazza come se volesse uscire dalla bocca. Ma non può.

Andò a finire che le donne rimasero lì per due giorni. Quando il secondo giorno cominciava a scurire fu deciso che nessuno sarebbe stato fucilato. Per qualcuno, forse, sarebbe stato meglio andarsene lì, davanti a quel muro, che poi non fece altro che andare a morire in qualche campo di concentramento, di fame e pidocchi e della paura grande d’esser lontani. Ma si sa che, in quel momento, nessuno poteva guardare troppo oltre. Se si guardava, quel che si vedeva erano i propri piedi impolverati, e il muro di una caserma, e una battaglia da combattere.

Dopo si vedrà.

Standard
Fatti

Ci si ripete

Come quando si dice una cosa a mezza voce. Una cosa così, tanto per dire, che non meritava nemmeno il muoversi del muscolo tozzo della lingua a formarne le parole. Una cosa che va presa per quel che è: senza contenuto, ma solo una questione di coordinazione tra la laringe, dove le corde vocali fanno vibrare l’aria spinta dai polmoni, della fisarmonica del torace, del diaframma e dell’addome, poi anche del naso e della gran cassa di risonanza della bocca. Un bel gioco di abilità senza troppe pretese, se non quello di fare un po’ di musica, come quando si soffia per gioco su un filo d’erba teso tra i pollici.

“Oggi tira vento”, potrebbe essere la frase. O “cos’è quell’animale?”. O “sento un odore come di noce moscata”. La persona che si ha davanti dovrebbe, allora, annuire, senza nemmeno alzare gli occhi. Invece capita, a volte, che quella persona non senta bene. “Come hai detto?”, chiede.

Si è costretti, allora, a ripetersi.

Ed eccola lì, quella frase oziosa, a galleggiare nell’aria, la luce che riflette sulla sua superficie liscia. E gli occhi di tutti sembrano fissarla in un silenzio imbarazzato. Per tutto il tempo concesso a una bolla di sapone prima di esplodere sul selciato in una chiazza umida.

Standard
Fatti

Rabbia. Miraggi.

Sono strisce e tagli, i marmi del pavimento di marmo alla veneziana, mentre li guardo. Arrabbiata. Lo vedo ora per la prima volta, quel pavimento che tante volte ha sopportato il peso dei miei passi.

La noia delle ore di rabbia, e il torcicollo per un’innaturale immobilità, e la fame per il lungo sciopero mi montano dentro come una spuma di mare sporco, colma di capelli e mucillagini. Graffia dietro gli occhi, quel rancore e ciò che mostra sono miraggi febbricitanti. Illusioni tremolanti, fatte d’acqua o brucianti di fuoco (la ricordi, vero, l’aria rovente farsi densa e vibrare come gelatina dietro un falò di stoppie?).

Alcuni dei blocchi di marmo che compongono le mattonelle sembrano pezzi di carne. Tagli di manzo che va ossidandosi, i tessuti che scuriscono aggrediti dall’ossigeno impietoso. Lenzuoli di pancetta bordati di un pizzo di grasso candido. Grumi rappresi su un piatto di portata, sordi al tintinnare delle posate e al chiacchiericcio sazio dei commensali. Pavimento freddo per freddi piedi.

Alzo gli occhi e fuori dalla finestra vedo una casa che sembra la mia.

Standard
Fatti

Le ali delle formiche

Dice così, che le formiche alate non sono una specie a sé, ma sono semplici formiche alle quali, a un certo punto, spuntano le ali. È una natura misteriosa e sotterranea, che scorre come linfa in quel corpo da niente, a dire alle ali di premere sulla schiena coriacea fino a trapassarne la scorza.

Queste ali spuntano fuori da quella schiena di formica e, con pazienza, le insegnano a volare. Anche se lei non lo sa, è nata destinata a colonizzare nuovi mondi.

Che le sue zampe sottili come tela di ragno si stacchino dal suolo polveroso e incontrino altre altezze a colpi di reni nella danza dei pollini. Che il sole le baci la pelle lucida come un bottone di liquirizia, che l’aria faccia vibrare le sue antenne. Lascino andare, le mandibole, quella briciola di pane, che siano altre a contendersela.

Così succede che quelle ali ancora sgualcite portano in alto la formica lungo segrete traiettorie celesti. Quell’istinto fatto di rapidi impulsi nervosi, poi, la fa atterrare, ancora ebbra per le grandi altezze, a inventare una nuova città di grani di terra, là dove non c’era.

Allora, non più utilizzate, le ali si seccano come frutti non colti e poi si staccano dal corpo, dimenticate. Le mangerà il terreno alla prima pioggia o forse scenderanno un fiume fino al mare e finiranno lì la loro vita, nel rumoreggiare annoiato delle onde sulla riva bugnosa di conchiglie rotte e granchi morti.

Anche di questo, bisogna parlare. Dei residui. Delle ali sottili delle formiche, dei granelli di sabbia, delle dita stanche, dei pensieri già vecchi e di quelli a venire. E di una notte d’estate, quando la finestra aperta invitava ad entrare in casa un cigolio stanco, come di un’altalena lasciata sola a dondolare ancora per un po’.

Standard
Eventualità, Fatti

Piccola classificazione di silenzi

1) Sincronico

Hai gli occhi chiusi sulle ombre corte delle due del pomeriggio. Si allontana e si avvicina il suono monotono di una sirena d’ambulanza. Un cane raschia tra la gola e i picchi aguzzi dei denti il suo latrato. Le cicale tendono nell’aria un frinire esausto, inevitabile come un singhiozzo che non si riesce a interrompere. Due finestre gemelle, una di fronte all’altra, si scambiano le note, ora malinconiche ora sincopate, di due canzoni diverse, come saliva durante un lungo bacio, o una respirazione bocca a bocca senza troppe speranze.

Succede, a un certo punto, che si spegne la sirena, inghiottita da un angolo di strada. Il cane tace, distratto, forse, da una carezza annoiata, o dal risuonare del suo nome nella bocca del padrone. “Poldo, zitto”, e tanto basta. Poi le cicale, come d’accordo, interrompono il loro rugginoso cigolio fatto di zampe magre e ali, e dure scorze. Si sono accordate, le canzoni, per terminare nello stesso istante, come un lungo respiro prima di ricominciare a suonare. Pausa.
Una simile sincronia potrebbe non capitare mai, eppure capita. Almeno qualche volta, quando si ha voglia di notarlo.

Il silenzio assurdo del caso

2) Immaginato

La fotografia non è onesta: quando l’hai scattata si sentiva la risacca delle onde e si sentiva la risata appuntita di un bambino. Si sentiva il vento che frustava un paio di pantaloni appesi alle stecche di un ombrellone (giallo). Si sentiva anche la forza liquida delle due persone che si muovevano in acqua, spostandone i volumi per sostituirli (il tempo di un istante, non di più) con quelli delle forme del proprio corpo. Ora, a riguardarla, quell’immagine azzurra non fa nessun rumore, tranne quello, solo sussurrato, di una storia ancora da inventare.

Il silenzio apparente del non detto

3) Sottopelle

Hai una piccola ferita aperta. Mettiamo che sia sul labbro inferiore. Ne puoi sentire con la lingua i bordi duri, screpolati, aridi come un terreno senz’acqua. Lì l’acqua c’è, ed è una saliva che sembra asciugare invece di bagnare, come onde salate su una riva, capace solo di inaridire e seccare radici. Senti anche il suo battere sordo fino a quando, avvicinandoti allo specchio, scopri che quel pulsare puoi anche vederlo. È un leggero guizzo nella carne viva, uguale al contrarsi veloce del corpo dei rettili.

Ti viene in mente che una volta, alla fermata del bus, hai visto battere il cuore di una ragazza che aspettava la sua corsa, attraverso la sua maglietta bianca, ed era proprio così: un breve spasimo senza rumore.

Il silenzio del vivere

Standard
Fatti, Luoghi

Cose nel tempo

Ex Gil, viale della Libertà, Forlì

C’è un edificio rosso che era una cosa e ora ne è un’altra e affaccia su un viale che si chiamava in un modo e ora si chiama in un altro. Cominciamo dalla via: il viale è largo e l’asfalto è crepato dallo spingere sotterraneo delle radici dei pini marittimi, anche se qua il mare non si vede. Comincia da una piazza ovale che al centro ha un obelisco e sopra l’obelisco una statua scura che, vista da lontano, sembra rappresentare un orso che tiene in mano una tavolozza, ma in realtà quella è la vittoria e la vittoria, si sa, ha le ali per volar via da chi vuole illudersi di averla afferrata. Il viale procede dritto come un ago che si infila nella stoffa per cucirne due lembi: un lembo è la piazza ovale con la statua d’orso e l’altro lembo è una stazione per i treni, squadrata e pallida come la faccia di un bambino con l’influenza intestinale che ha appena vomitato il pranzo. Quella via si chiamava via Benito Mussolini e a battezzarla fu lui stesso, nel periodo in cui era impegnato a fare anche cose buone, così si sarebbe detto negli anni a venire. Oggi quel viale porta sempre da lì a lì, ma ha un nome diverso: si chiama viale della Libertà e chi ha scelto il nome nuovo l’ha fatto cercandosi in testa il contrario di ‘Benito Mussolini’.

Poi c’è il palazzo. Il palazzo è rosso, dicevamo, ed è composto da una serie di pezzi che sembrano poggiati l’uno all’altro senza continuità, come in un goffo gioco di costruzioni fatto di parallelepipedi e strane forme arrotondate che da dentro sono stanze dalle pareti morbide, sulle quali non si possono attaccare quadri. In quel palazzo, una manciata d’anni fa, i giovani balilla, le camicie chiuse fino all’ultimo bottone, imparavano a ubbidire. Quando guardavano in alto, sulla torre che sorge al centro dell’edificio come un piccolo grattacielo che sarebbe incapace di toccare il cielo, se questo non gli venisse incontro, non vedevano quel che si vede ora. Vedevano delle lettere in rilievo che componevano una frase: ‘Nel nome di Dio e dell’Italia giuro di eseguire gli ordini del Duce e di servire con tutte le mie forze e se è necessario col mio sangue la causa della rivoluzione fascista’. Così dicevano.

Chi alza oggi gli occhi verso la torre, quella frase la può vedere ancora, ma la legge sommando simboli che sono solo il fantasma di quelle lettere. L’impronta sgretolata e stanca che hanno lasciato sull’intonaco quando da lì le hanno strappate le mani delle persone come si butta una creatura alla vita strappandola al ventre caldo della madre e hanno guardato nascere una libertà neonata, che ha riempito i polmoni con il suo primo urlo.

Negli anni intonaco si è sommato a intonaco e mani di vernice si sono sommate a strati di vernice, ma nessuna ha coperto il fantasma di quella scritta che resta così, negativo di una brutta fotografia che non si ha voglia di riguardare, ma che si deve ricordare, per non ripeterne la posa.

La storia è liquida. Vi intingono le dita le persone che la abitano, finché son vive e a volte ancora dopo, per scrivere qualche riga, nel modo che pare quello buono. E si potrebbe dire che è giusto così.

Standard
Fatti

Camminare per strada all’ora di cena

Dalle finestre il suono ritmico delle voci dei tg, blandi lampi catodici nell’affacciarsi della prima oscurità. L’odore del sugo. Di frittura. Di brodo. Di origano. L’odore di origano ricorda quello delle fettine alla pizzaiola che servivano il martedì alla mensa delle medie.

Brandelli di frasi: è finito, una cosa pazzesca, domani glielo dico, di là, crede che non abbia capito, come fosse un dipinto, mettila più in basso, c’è un odore come di pioggia, no non quello. Acciottolare di posate, sommesse percussioni di un concerto per strumenti timidi.

Nel bacile rovesciato del cielo gridano le rondini. Una siepe di gelsomino mi cammina accanto finché non finisce il cancello come un cane fedele, sussurrando all’orecchio il suo profumo dolce come i colletti delle camicie delle maestre elementari. Qualcuno ride. Una brezza da nord soffia il suo alito dentro le finestre aperte.

Ogni cosa si trova altrove. Niente è qui tranne una sottile nostalgia per un passato inventato, ma anche quella non è altro che illusione. Un miraggio sottile come la patina d’aria tremolante di fronte ai falò, dovuto a mere contingenze: l’inclinazione dell’asse terrestre, oppure Venere in Urano.

Standard