

Oggi il pruno ti ha chiamato. Ha posto il suo dito appuntito sotto al tuo mento e ti ha girato la faccia, che tu potessi vederlo, quel suo bianco profumo acuto che non si sente nel naso, ma sul fondo della lingua, come un sapore di frutti acerbi e di corteccia.
A un certo punto, mentre camminavi, il piccolo gruppo di persone che avevi visto all’andata, seduto a chiacchierare sul ciglio di una scarpata, se n’è andato e adesso che torni, loro non ci sono più. Dato che sai dov’erano seduti, ora puoi notare sull’erba un avvallamento che nessuno oltre a te avrebbe notato.
Ti chiedi dove ti trovassi tu, quando quelle persone hanno deciso di lasciare il loro posto e in che modo sia stata presa la decisione. Chi di loro abbia detto ‘adesso s’è fatto tardi’, o ‘mi sta venendo freddo’, o ‘mi fa un poco male la schiena’.
Forse, ma non è detto, hai sbagliato a non seguire il suggerimento del piccolo stormo in cielo che ostinatamente ti indicava l’est, mentre tu continui a procedere verso ovest, con le ciglia accese per il sole basso che ti imprigionano la vista come minuscole inferriate d’oro.
Ma a te, non ti conosce nessuno. Sei solo uno che oggi annusa una viola. Uno specchio appoggiato al muro di una casa vuota che da cent’anni riflette uno spicchio di cielo e un po’ di muro.
Un perdersi tra i segni di una giornata di fine inverno. Qual è la meta?
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