Eventualità

Guerra

Non è facile descrivere quel momento. Parlo dell’attimo, alla fermata del bus, in cui il piede di un ragazzino il cui corpo nervoso balla in vestiti sfrontatamente larghi si stacca dal pallone di cuoio a rombi verdi e bianchi e il pallone rifiuta di tornare – cosa che invece aveva fatto molte altre volte in precedenza – e fugge a piccoli saltelli, attraversa la strada, prova a nascondersi sotto la ruota di un bus appena arrivato.

Il bus sbuffa, si piega un po’ su un lato, apre due bocche gemelle. Qualcuno entra, qualcuno esce. Cetaceo in lamiera, vomita dei Giona, o li defeca, poi sbuffa di nuovo, chiude le labbra. Riparte.

C’è chi ha visto tutto e quell’esplosione se l’aspetta: si riconoscono perché i loro occhi si strizzano in attesa della detonazione annunciata. Ma i più stavano guardando altrove.
Le ombre son corte per il picco del sole, e il vento del tardo inverno porta con sé le prime dolcezze delle magnolie. Quando quel suono esplode, esplode anche uno stormo di piccioni: detriti scomposti, schegge, macerie iridescenti in un volo che non si posa, non si posa, non si posa. Poi si posa.

Si fermano i suoni, si stringono gli stomaci nella prigione delle costole. Cos’è stato? Un agguato? Un incursione? No, un pallone. Bianco e verde. Eccolo lì, lo vedi?, tutto accartocciato. Era solo un pallone – guardalo – poi è stato una bomba, e adesso non è niente.
Meno male.

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