Eventualità, Luoghi

Porta Schiavonia

Porta Schiavonia, Forlì

Si scontra con un cielo di latte. Si staglia contro il bianco. Si potrebbe dire che si tratta di una vecchia foto, anche se si sente il freddo sulle guance e per vederla tutta bisogna alzare il mento in alto. Nonostante questo sembra quasi di poter vedere le quattro piegature sul cartoncino: forse era rimasta riposta dentro un portafoglio per un po’. Forse, a fare il giro intorno, non si vedrebbe la parete sul retro, con l’erba che cresce tra le crepe e una bicicletta appoggiata su un angolo, ma una scritta in corsivo sbavato: “Saluti e baci”.

A vederla così, in controluce, si notano piccole guglie che non si ricordavano. Tutto un geroglifico barocco che ne rende aguzze le linee e restituisce una porta Schiavonia diversa: ricca come una chiesa portoghese, complessa come una grotta pesante di stalattiti. Opulenta come un gioiello sardo.

Poi la porta si avvicina nello scorrere della strada sotto i piedi, ed ecco che si può vedere meglio: quelle non sono guglie, ma uccelli. Piccioni gonfi di freddo, appollaiati a curve e spigoli come gargoille dal petto vivo, carichi di pulci e piccoli pensieri volatili.

Quasi l’avevamo dimenticato, per un istante, che non c’è architettura che la natura non abbia pensato prima e meglio. Ce lo ricorda una porta che non conosce dentro o fuori, ma solo un caldo concerto di gole che gorgogliano e un cielo che si china un attimo a specchiarsi negli occhi di chi passa e guarda in su, offrendo le sue iridi al mondo.

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Eventualità, Fatti

La sfida di esistere

Il Moloch è un’antica divinità venerata nella Geenna. E’ un mostro che viene raffigurato come il diavolo. Così simile al diavolo da avere anche delle corna ritorte in cima al capo. E ha occhi vuoti, come le statue di marmo, ed esiste solo fino al torso. Sotto…Niente. Sotto ha un piedistallo. Se si sercano altre rappresentazioni per vedere le gambe del Moloch se ne trova una dove ha gambe affusolate, da modella.

Il moloch, però, è anche un animale. È un rettile che abita nei deserti australiani. Il moloch orridus è un rettile barocco, pieno di guglie, dal dorso spinoso come le caverne sotterranee, carico di stalattiti e stalagmiti capaci di trafiggere la carne. I suoi occhi sono rotondi, le sue palpebre sono solo rapide cataratte che appaiono e scompaiono davanti alla ferita verticali delle loro pupille. È un animale, quello, irto di ogni cosa, ingeneroso. Probabilmente urticante.

La sua bocca è a forma di becco. Incapace di bere. La sua inospitalità lo rende inadatto anche a se stesso. Incapace di abbeverarsi. Capace solo di morire di sete, e rinsecchirsi in mezzo al deserto. Roccia tra le rocce. Se non fosse che l’evoluzione l’ha dotato di una risorsa inaspettata: il moloch, infatti, sa bere dalle zampe. Le sue zampe hanno delle terminazioni che sono come cannucce, sicché lui, anche nei deserti aridi in cui vive, solo sostando sulla sabbia sa suggerne l’umidità attraverso i piedi. Catturarne ogni stilla, come fa un fiore con le sue radici. Un’umidità che, attraverso un sistema fognario di tutto rispetto, sa arrivargli in bocca.

Il narvalo è un unicorno. Il narvalo è un cetaceo, simile ad una balena: una massa color melanzana, enorme. Se vogliamo inespressiva. L’unica cosa che lo differenzia da una balena è il corno che ha sulla fronte. Un corno lunghissimo, cesellato, disegnato da un disegnatore sublime. Appuntito come una spada. Vive nei mari dell’Artico. Nuota come un fantasma sotto i ghiacci. Nuota come un fantasma sotto chilometri di ghiaccio. Ma il narvalo non è un pesce: lui respira, e senza ossigeno muore. Così il ghiaccio può ucciderlo, se gli impedisce di riemergere. Ma, ecco, la natura (l’evoluzione), gli ha regalato un corno. E così lui nuota sotto un ghiaccio che ha gli strumenti per infrangere.

Sfida l’immaginazione, e la batte, esistendo. Come il moloch. Come me. Come noi.

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Istruzioni per ricordare – 2

Si può approfittare di quel preciso momento in cui ci si addormenta, senza sapere come. Sarà facile, allora, riportare alla mente con inequivocabile chiarezza di quella volta in cui viaggiasti veloce verso Selinunte e incontrasti un uomo con la barba o forse no, con gli occhiali di tartaruga o forse no, che teneva sul palmo della mano destra una falena grigia infilzata da uno spillo, dalle ali di opale mutevole, colme di tentativi ed errori e di sfibranti lotte contro le lampadine accese, di notte.

Di quando una lucertola color lucertola ti raccontò di quanti nomi hanno a disposizione le lucertole per indicare il sole e gli angoli retti degli scalini. Ricorderai bene di quando fosti abbracciato come quando si tampona una ferita che sanguina, fosti cerotto, garza, laccio emostatico, cubetto di ghiaccio che sospende e non cancella, rossetto sul colletto di una camicia e dopobarba da due soldi.

Veleggiasti, una volta, su un mare giallo di salsedine.

Come avevi fatto a dimenticarlo?

Torneranno in mente, all’improvviso, giorni che non si ricordavano più. Tanto per fare un esempio, di quando una volta, ubriachi fradici, inciampammo su un cumulonembo e a me cadde un dente davanti. Suonavamo i campanelli, le ocarine e i pianoforti e poi scappavamo via lontano in groppa ad un moscone di quelli con la schiena verde cangiante come un vestito da ballo.


Ti verrà in mente anche un ottimo progetto, davvero geniale. È un po’complicato spiegarlo ora: occorrono corda, foglie secche, un pezzo di carta a righe piegato in quattro parti uguali, un pennarello verde e un cerchione di bicicletta. Una volta realizzato può servire a molte cose, ad esempio a curare l’acne o salvare il mondo

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Le dolci coste dell’isola di Kiritimati

Mi trovo tra le mani un globo di latta. Ammaccato, ma non scolorito, potrebbe sparirmi in un pugno, se lo chiudessi.

Immagino occhi come quel mondo. Guardo il globo e li cerco. Li ritrovo lì, nell’azzurro screziato dell’Oceano Pacifico, il sole li riempie in un pomeriggio d’estate, un sorriso li inclina. La pupilla è la minuscola, misteriosa isola di Kiritimati, proprio al centro, quasi impossibile vederla, se non sai dove guardare: un tratto violetto nel grande blu. Cerco gli stessi occhi una sera all’imbrunire, quando il giorno si fa crepuscolo e la vita fa meno paura, li vedo lì, aperti sull’Antartide, intorno solo mare e una vita che insegna ad ogni ora a ricominciare.

Occhi che hanno ricominciato ad ogni battito di ciglia, ad ogni sguardo hanno avuto un mondo nuovo.

Trovo quegli occhi al buio, aperti sulle lande della Russia, occhi e stelle venute male, inutile anche solo starle a guardare, solo eruzioni cutanee di un cielo perso: lo toccavi con un dito, ora non t’importa più. Ho visto quegli occhi sperare e sognare, ragionare e innamorarsi tra la Namibia e il Mozambico, il mare intorno, da cornice. Occhi chiusi lì, in Europa, palpebre stanche, a riposarsi ancora un po’, per poter ricominciare, domani, a cercare un modo per potersi pensare migliori.

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Eventualità, Luoghi

Ombre

Le ombre, nelle case diroccate, fingono di essere ombre d’una casa vera. Si dispongono, nette, proprio uguali a quelle che si stagliano sulle pareti del salotto buono, la domenica mattina.

A loro non importa che manchi il tetto, che ci sia un buco sul pavimento e che, affacciandosi, si possa vedere la base terra battuta della cantina.
Le ombre non si curano del muschio che cresce tra i mattoni, del guano d’uccello e di un viso di bambola senza occhi, buttato in un lato, tra recenti lattine di birra, memoria di un festino ormai già dimenticato, e chiazze di piogge antiche, e antiche nevi.

Alle ombre non importa che alle finestre manchino gli infissi: da lì entra la luce del sole al tramonto, obliqua, che trasforma i fili d’erba in lunghe ciglia d’occhi languidi. E quella luce basta, alle ombre, per pretendere d’essere ombre di una casa abitata e di comporre un angolo sulla parete migliore.

Linee rette, come un miraggio.

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Eventualità

La memoria del pesce rosso

In una boccia girano due pesci. Uno è rosso. L’altro è rosa come la pelle sottile sulla testa dei neonati. Attraverso le squame appena nate si vede il groviglio dei suoi intestini.

Il tempo non è tempo, per i pesci rossi. Loro non procedono l’esistere in avanti, bensì in cerchio, secondo i contorni della loro boccia.
I pesci, si dice, non conoscono la memoria. Il loro procedere cerchio disegna un punto, che è sempre presente, incapace di tornare indietro, o guardare avanti.

Nuovi ricordi, pronte dimenticanze. Nuovi ricordi. Pronte dimenticanze.

Questi due pesci (uno rosso e uno trasparente), quindi, non sono capaci di ricordare nemmeno per un istante il piano liscio dello scaffale che li sorregge insieme al loro piccolo mondo di vetro soffiato, timbrato dal segno circolare lasciato da un bicchiere di vino rosso (ora vuoto). Non sanno tenere alla mente niente della fila di libri che possono vedere da tutta la vita, ordinatamente inseriti nella scrivania, senza però saperne leggere i titoli. Non pensano nulla del quadro sulla parete est, che rappresenta in un disegno a carboncino un pesce diverso da loro, baffuto (un pesce gatto, s’intende) che guizza fuori da un lago. Non sbirciano il mondo fuori dalla finestra (rettangoli di luce lontani, un pino, la linea retta dell’angolo di una parete di mattoncini rossi).

Non rammentano più nulla di quando, quasi un attimo fa, davanti a loro, una donna che non ricordano di avere mai visto prima ha offerto la mano ad un uomo i cui lineamenti a loro sembrano appena nati e poi si è inchinata piano, sorridendo con solo metà della bocca.

“Mi concede questo ballo?”

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Modeste istruzioni per capire il mondo

Per capire il mondo occorre innanzitutto partire da qualcosa. Ad esempio si può partire dal suono che fanno i passeri quando si levano in un volo basso, nei fossi, tra i rovi e l’erba secca. Per capire quel suono non resta che imitarlo. Bisogna cercarlo con la bocca come un cantante lirico cerca la nota giusta. No, niente fischi. Non si parla di cinguettii, ora. Quel rumore si trova da qualche parte tra la lingua e il palato. Si comincia fissando la lingua nella prima insenatura del palato, appuntandola proprio dove inizia la cunetta che conduce ai denti. Ma i denti non c’entran niente, ora. Dopo aver fissato la lingua saldamente, ecco che la si deve cogliere di sorpresa con una improvvisa raffica di vento. Una folata di scirocco che spira da sud, dalle terre calde dei polmoni, passando dallo stretto della gola.

Si sganci, allora, la lingua, che assecondi il vento. La si lasci sventolare in bocca come vela di nave pirata. Che si sciolga al vento e si agiti, indomita, finché dura il fiato. E quanto dura, il fiato! Sempre almeno sette secondi più di quel che si pensava. Sarà un trrrrrr perfetto, allora, quel che verrà fuori. Eccolo, quel battito d’ali anarchico, leggero e deciso come una stretta di mano.


Cosa ci vuole, a questo punto, a capire il mondo? L’odore asciutto della terra che si sfarina quando non c’è acqua e quello denso quando si fa fango dopo un temporale. Quello acre dell’erba, il ventre molle dei fiori, delle orchidee selvagge più rosse della timidezza. A vedere i passi che si son susseguiti: quelli di lupo, di scoiattolo, di coleottero, di soldato, di contadina. E di più: come è facile, ora, veder ali di fata nei semi dell’acero. Ed eccole lì, di nuovo, impellicciate a festa mentre ronzano attorno al dolce dell’acacia. E ti vien subito da pensare che esiste un universo pieno di piccole cose invisibili. Coleotteri cornuti, muschi tentacolari, zecche pazienti, sassi iridescenti, lame di luce, la rivoluzione di un microcosmo di grani di polvere, una bassa casetta di mattoni, in mezzo al bosco, con il tetto ricoperto di aghi di pino che un giorno, presto o tardi, crollerà. L’ombra lunga di fiore selvatico viola, con la corolla a forma di papalina, come un compunto cardinale.

Come un punto cardinale.

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