Eventualità, Istruzioni

Istruzioni per ricordare – 2

Si può approfittare di quel preciso momento in cui ci si addormenta, senza sapere come. Sarà facile, allora, riportare alla mente con inequivocabile chiarezza di quella volta in cui viaggiasti veloce verso Selinunte e incontrasti un uomo con la barba o forse no, con gli occhiali di tartaruga o forse no, che teneva sul palmo della mano destra una falena grigia infilzata da uno spillo, dalle ali di opale mutevole, colme di tentativi ed errori e di sfibranti lotte contro le lampadine accese, di notte.

Di quando una lucertola color lucertola ti raccontò di quanti nomi hanno a disposizione le lucertole per indicare il sole e gli angoli retti degli scalini. Ricorderai bene di quando fosti abbracciato come quando si tampona una ferita che sanguina, fosti cerotto, garza, laccio emostatico, cubetto di ghiaccio che sospende e non cancella, rossetto sul colletto di una camicia e dopobarba da due soldi.

Veleggiasti, una volta, su un mare giallo di salsedine.

Come avevi fatto a dimenticarlo?

Torneranno in mente, all’improvviso, giorni che non si ricordavano più. Tanto per fare un esempio, di quando una volta, ubriachi fradici, inciampammo su un cumulonembo e a me cadde un dente davanti. Suonavamo i campanelli, le ocarine e i pianoforti e poi scappavamo via lontano in groppa ad un moscone di quelli con la schiena verde cangiante come un vestito da ballo.


Ti verrà in mente anche un ottimo progetto, davvero geniale. È un po’complicato spiegarlo ora: occorrono corda, foglie secche, un pezzo di carta a righe piegato in quattro parti uguali, un pennarello verde e un cerchione di bicicletta. Una volta realizzato può servire a molte cose, ad esempio a curare l’acne o salvare il mondo

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Le dolci coste dell’isola di Kiritimati

Mi trovo tra le mani un globo di latta. Ammaccato, ma non scolorito, potrebbe sparirmi in un pugno, se lo chiudessi.

Immagino occhi come quel mondo. Guardo il globo e li cerco. Li ritrovo lì, nell’azzurro screziato dell’Oceano Pacifico, il sole li riempie in un pomeriggio d’estate, un sorriso li inclina. La pupilla è la minuscola, misteriosa isola di Kiritimati, proprio al centro, quasi impossibile vederla, se non sai dove guardare: un tratto violetto nel grande blu. Cerco gli stessi occhi una sera all’imbrunire, quando il giorno si fa crepuscolo e la vita fa meno paura, li vedo lì, aperti sull’Antartide, intorno solo mare e una vita che insegna ad ogni ora a ricominciare.

Occhi che hanno ricominciato ad ogni battito di ciglia, ad ogni sguardo hanno avuto un mondo nuovo.

Trovo quegli occhi al buio, aperti sulle lande della Russia, occhi e stelle venute male, inutile anche solo starle a guardare, solo eruzioni cutanee di un cielo perso: lo toccavi con un dito, ora non t’importa più. Ho visto quegli occhi sperare e sognare, ragionare e innamorarsi tra la Namibia e il Mozambico, il mare intorno, da cornice. Occhi chiusi lì, in Europa, palpebre stanche, a riposarsi ancora un po’, per poter ricominciare, domani, a cercare un modo per potersi pensare migliori.

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Ombre

Le ombre, nelle case diroccate, fingono di essere ombre d’una casa vera. Si dispongono, nette, proprio uguali a quelle che si stagliano sulle pareti del salotto buono, la domenica mattina.

A loro non importa che manchi il tetto, che ci sia un buco sul pavimento e che, affacciandosi, si possa vedere la base terra battuta della cantina.
Le ombre non si curano del muschio che cresce tra i mattoni, del guano d’uccello e di un viso di bambola senza occhi, buttato in un lato, tra recenti lattine di birra, memoria di un festino ormai già dimenticato, e chiazze di piogge antiche, e antiche nevi.

Alle ombre non importa che alle finestre manchino gli infissi: da lì entra la luce del sole al tramonto, obliqua, che trasforma i fili d’erba in lunghe ciglia d’occhi languidi. E quella luce basta, alle ombre, per pretendere d’essere ombre di una casa abitata e di comporre un angolo sulla parete migliore.

Linee rette, come un miraggio.

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La memoria del pesce rosso

In una boccia girano due pesci. Uno è rosso. L’altro è rosa come la pelle sottile sulla testa dei neonati. Attraverso le squame appena nate si vede il groviglio dei suoi intestini.

Il tempo non è tempo, per i pesci rossi. Loro non procedono l’esistere in avanti, bensì in cerchio, secondo i contorni della loro boccia.
I pesci, si dice, non conoscono la memoria. Il loro procedere cerchio disegna un punto, che è sempre presente, incapace di tornare indietro, o guardare avanti.

Nuovi ricordi, pronte dimenticanze. Nuovi ricordi. Pronte dimenticanze.

Questi due pesci (uno rosso e uno trasparente), quindi, non sono capaci di ricordare nemmeno per un istante il piano liscio dello scaffale che li sorregge insieme al loro piccolo mondo di vetro soffiato, timbrato dal segno circolare lasciato da un bicchiere di vino rosso (ora vuoto). Non sanno tenere alla mente niente della fila di libri che possono vedere da tutta la vita, ordinatamente inseriti nella scrivania, senza però saperne leggere i titoli. Non pensano nulla del quadro sulla parete est, che rappresenta in un disegno a carboncino un pesce diverso da loro, baffuto (un pesce gatto, s’intende) che guizza fuori da un lago. Non sbirciano il mondo fuori dalla finestra (rettangoli di luce lontani, un pino, la linea retta dell’angolo di una parete di mattoncini rossi).

Non rammentano più nulla di quando, quasi un attimo fa, davanti a loro, una donna che non ricordano di avere mai visto prima ha offerto la mano ad un uomo i cui lineamenti a loro sembrano appena nati e poi si è inchinata piano, sorridendo con solo metà della bocca.

“Mi concede questo ballo?”

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Modeste istruzioni per capire il mondo

Per capire il mondo occorre innanzitutto partire da qualcosa. Ad esempio si può partire dal suono che fanno i passeri quando si levano in un volo basso, nei fossi, tra i rovi e l’erba secca. Per capire quel suono non resta che imitarlo. Bisogna cercarlo con la bocca come un cantante lirico cerca la nota giusta. No, niente fischi. Non si parla di cinguettii, ora. Quel rumore si trova da qualche parte tra la lingua e il palato. Si comincia fissando la lingua nella prima insenatura del palato, appuntandola proprio dove inizia la cunetta che conduce ai denti. Ma i denti non c’entran niente, ora. Dopo aver fissato la lingua saldamente, ecco che la si deve cogliere di sorpresa con una improvvisa raffica di vento. Una folata di scirocco che spira da sud, dalle terre calde dei polmoni, passando dallo stretto della gola.

Si sganci, allora, la lingua, che assecondi il vento. La si lasci sventolare in bocca come vela di nave pirata. Che si sciolga al vento e si agiti, indomita, finché dura il fiato. E quanto dura, il fiato! Sempre almeno sette secondi più di quel che si pensava. Sarà un trrrrrr perfetto, allora, quel che verrà fuori. Eccolo, quel battito d’ali anarchico, leggero e deciso come una stretta di mano.


Cosa ci vuole, a questo punto, a capire il mondo? L’odore asciutto della terra che si sfarina quando non c’è acqua e quello denso quando si fa fango dopo un temporale. Quello acre dell’erba, il ventre molle dei fiori, delle orchidee selvagge più rosse della timidezza. A vedere i passi che si son susseguiti: quelli di lupo, di scoiattolo, di coleottero, di soldato, di contadina. E di più: come è facile, ora, veder ali di fata nei semi dell’acero. Ed eccole lì, di nuovo, impellicciate a festa mentre ronzano attorno al dolce dell’acacia. E ti vien subito da pensare che esiste un universo pieno di piccole cose invisibili. Coleotteri cornuti, muschi tentacolari, zecche pazienti, sassi iridescenti, lame di luce, la rivoluzione di un microcosmo di grani di polvere, una bassa casetta di mattoni, in mezzo al bosco, con il tetto ricoperto di aghi di pino che un giorno, presto o tardi, crollerà. L’ombra lunga di fiore selvatico viola, con la corolla a forma di papalina, come un compunto cardinale.

Come un punto cardinale.

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Piccola classificazione di silenzi

1) Quasi sognato.

Le lancette hanno fatto diventare domani l’oggi da otto minuti. Nove. La finestra è aperta sulle tapparelle chiuse, se si escludono i fori da scolapasta a tratteggiare le stecche marroni della luce gialla dei lampioni giù in strada. Stai per scivolare nel sonno. Una volta che ti sarai addormentato sognerai la parete di una grande rupe alla quale sono appesi tanti angioletti di pezza, con la testa piena di bambagia e le ali di carta d’alluminio che, quando il vento soffia loro addosso, si muovono come un volo argenteo di foglie di pioppo.

In questo preciso momento, appena prima del sogno, da fuori ti arrivano voci allegre che scandiscono un conto alla rovescia. Nove otto sette. Come a Capodanno, pensi. Sei cinque quattro. Forse un compleanno. Tre due uno. Ed eccole, abbacinanti, le ali degli angeli di pezza mosse dal vento sognato.

Il silenzio di un conto alla rovescia lanciato nel niente.

2) Sottomarino.

Quando sei tutto immerso sposti l’esatta quantità d’acqua che corrisponde al tuo corpo. Con le braccia scavi nel mare con la frenesia di un cercatore di tesori sepolti. Ti trovi, ora, a guardare un azzurro opaco e non c’è molto altro che tu possa vedere così, con gli occhi spalancati a mescolare lacrime e salsedini. A quel punto resti lì, fermo in una lotta muscolare contro l’antigravità del mare. Ed ecco che ne senti nelle orecchie il crepitio, come foglie secche che divampano in un camino.

Il silenzio rovente degli abissi.

3) Che viene dopo.

Ascolti la storia che uno scrittore ha scritto per te. Le parole si infilano nell’imbuto degli occhi e si versano in testa, nella stanza misteriosa dove diventano voce muta. Ogni tanto ti fermi per andare a bere un bicchiere d’acqua, o aprire la finestra, o dire “ricordati che sono le sette”, a qualcuno che è bene ricordi che sono le sette. Le pagine ti sfogliano come una margherita, fino all’ultimo petalo. Anzi, fino alla punta di freccia dell’ultimo petalo. L’ultima frase, ad esempio, potrebbe essere: “Meno male . Detesto sentire i cani che ululano”. La storia sembra finita, ma non lo è. C’è ancora da ascoltare quel silenzio finale che è nella riga bianca dopo l’ultima. E’ quella la riga più importante di tutta la storia: l’unica davvero greve di cose grandiose, di una potenza impaziente di farsi atto.

Il silenzio del seme piantato.

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Cicoria comune

Non saponaria. Non malva. Non ciclamino. È cicoria. Cicoria comune. Erba di fosso di piena estate, cri cri di cicale, e gorgoglii lenti di acque coraggiose: quel che resta di evaporazioni selvagge.

È cicoria, quella pianta che si arrampica al cielo tra le gramigne secchie, irta su gambi magri e ritorti, segmentati di nodosità coriacee, copie sfacciate di rami d’albero. Fiore di cicoria, quel ventaglietto di petali del colore del cielo quando si riflette nelle pozzanghere, dopo un temporale, se dopo il temporale si è rasserenato.

Non ginestra, non papavero: è della cicoria quel piccolo fuoco d’artificio silenzioso, che esplode di pistilli viola (occhi screziati, quelli, che non vengono ammirati quasi mai, solo talvolta, quando un poeta passa di lì).

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