Eventualità, Fatti

Lettera dal fronte

Mi fa piacere sapere che a casa state bene e lo stesso si dice di me.

Immobile. Nel buio. Mimetizzato con la notte. Scricchiolii che non sono io. Pensiero che pensa il pensiero. Lettere dal fronte. Fronte imperlata, fronte solcata da una ruga centrale, fronte ampia di capelli smarriti. Fronte guerresca di una guerra che non combattemmo. Come sei affascinante, moglie mia. La mamma è sotto il tiro del cannone. Come sei affascinante come sei soave come sei brava. Sento le sirene la notte. Come Ulisse son legato, ma a me mi lega una stanchezza che fa le gambe pesanti e a chi chiama non mi fa rispondere.

I bambini stanno bene? Come sei affascinante quando ti affacci alla finestra e mi dici tutto bene? Sono nati i vitellini? Se c’era luna crescente allora dureranno. Non tagliare le unghie al piccolino. Qua ci son monti alti fino al cielo che se n’è parlato tanto, ma a vederli è un crepare. Come sei affascinante quando ti raccogli la gonna per raccogliere le more ed è tutto un raccogliere. Mandami, se puoi, un chilo di pane e un pugno di more. E se si schiacciano? Se si schiacciano mi si tingeranno le dita, e me le passerò in faccia e mi disegnerò un rossetto, come nei giochi delle bambine.

Ti ricordo, ti penso, ti muoio.

Non si dovrebbe morire se non di noia, quando fa estate e arrivano le due. D’amore, di mancanze, di pensiero. Di pensiero che pensa il pensiero. Che fa parole. Che le intaglia su legni morbidi solcati da fiumi antichi come il sempre. Come il mare quando lo guardi e pensi alla costa dall’altra parte e immagini il punto in cui le onde invertono il verso e la riva cui portano è un’altra riva. Al punto in cui il mare cambia direzione perché è il mare di un altro suolo.

Son troppi pensieri e dolori troppo grandi per un petto che si è fatto piccolo dal troppo sonno. Se ti parlo in bocca mi arriva solo l’eco della mia stessa voce.

Standard
Eventualità, Luoghi

Una nota località turistica

Pianetto di Galeata

Si tratta di una nota località turistica. L’hotel è collocato sulla riva sud del grande lago. L’albergo si chiama, con poca fantasia dei titolari,’Hotel del lago’. Affacciata sull’acqua c’è una terrazza panoramica dove i turisti possono consumare la prima colazione o sorbire un drink prima di cena godendo dello spettacolo del tramonto (come brilla, sull’acqua, quel sole di fuoco! A guardarlo sembra di poterlo mettere in bocca e farlo passare da una guancia all’altra come una caramella d’orzo).

Nelle camere manca il frigobar. Questa mancanza è costata alla struttura ricettiva una stella, ma quella stella non è mai stata tolta dall’insegna: qualcuno si è limitato a svitare la lampadina che la illuminava. Me restano altre quattro brillanti come occhi di gatto quando li illumina i fari di un’auto.

Sulla riva est si trova il night club. Ogni sera disco music anni Settanta-ottanta fino al mattino. Ottime occasioni per indossare giacche argentate come le schiene dei pesci. Chiusura settimanale: martedì.

Sul lato ovest ecco la piattaforma per il noleggio dei pedalò. I turisti sono pregati di non gettare rifiuti in acqua per non recare danno alle specie lacustri: trote, anguille, pesci lanterna e unicorni.

Standard
Eventualità

Se gli animali si accorgessero di poter parlare

Se gli animali si accorgessero di poter parlare, dovrebbero decidere di stare zitti. Se la loro bocca avesse la giusta forma per plasmare parole tornendole con la lingua, gli animali dovrebbero fare finta di niente, non farlo sapere a nessuno. Non abbassarsi al livello del verbo. Della voce che esce talvolta sgraziata, come i passi di un bambino che impara a camminare. Talvolta bugiarda di dolcezze che non ha, altre volte feroce, rabbiosa, frustrata, o ancora pesante di promesse e speranze e paure che incrinano il suono, di pianto doloroso come una mano che preme sulla gola.

Se gli animali si accorgessero di poter parlare, non dovrebbero cedere alla lusinga di dire la propria. Dire la propria non conta davvero. Non conta davvero il raccontarsi, spiegare, starnazzare la propria visione del mondo in un mondo che ha tante versione di sé quanti sono i battiti di ciglia di chi lo guarda. Non si facciano attirare dall’inganno in cui è caduto l’uomo quando ha capito di poter trasformare i suoni in parole, masticandoli contro il palato.

Se gli animali si accorgessero di poter parlare, dovrebbero trattare come un assurdo canto di sirene da evitare anche le sorprese della filosofia e l’incanto delle belle storie: non sono che la consolazione che ci siamo inventati per sopravvivere alla fatica del saper dire. Perché quando si comincia a parlare non si può più tornare indietro: ormai è fatta. Si può solo provare a fare delle parole qualcosa di buono: che siano gentili, che non facciano troppo male. Che siano vere. Che attraversino muri come le lucertole in estate, capaci di trovare ogni fessura tra le pietre. Che facciano sentire, per un attimo, quasi liberi dentro quel piccolo scarto tra ciò che il mondo fa di noi e ciò che noi facciamo del mondo.

Se gli animali si accorgessero di poter parlare, potrebbero sentire la voglia di raccontare, ad esempio, di un certo sentiero di ghiaia che corre in mezzo al verde, acceso come una lampadina nel buio, quando il buio fa paura. Dovrebbero stiracchiarsi, invece, e (se la conformazione del loro corpo glielo consente) sbadigliare. Socchiudere gli occhi al sole.
Forse è proprio quella pupilla il centro del mondo. Il punto dove si è infilato l’ago del compasso che ne ha disegnato il cerchio.

E così via.

Standard
Eventualità, Luoghi

Porta Schiavonia

Porta Schiavonia, Forlì

Si scontra con un cielo di latte. Si staglia contro il bianco. Si potrebbe dire che si tratta di una vecchia foto, anche se si sente il freddo sulle guance e per vederla tutta bisogna alzare il mento in alto. Nonostante questo sembra quasi di poter vedere le quattro piegature sul cartoncino: forse era rimasta riposta dentro un portafoglio per un po’. Forse, a fare il giro intorno, non si vedrebbe la parete sul retro, con l’erba che cresce tra le crepe e una bicicletta appoggiata su un angolo, ma una scritta in corsivo sbavato: “Saluti e baci”.

A vederla così, in controluce, si notano piccole guglie che non si ricordavano. Tutto un geroglifico barocco che ne rende aguzze le linee e restituisce una porta Schiavonia diversa: ricca come una chiesa portoghese, complessa come una grotta pesante di stalattiti. Opulenta come un gioiello sardo.

Poi la porta si avvicina nello scorrere della strada sotto i piedi, ed ecco che si può vedere meglio: quelle non sono guglie, ma uccelli. Piccioni gonfi di freddo, appollaiati a curve e spigoli come gargoille dal petto vivo, carichi di pulci e piccoli pensieri volatili.

Quasi l’avevamo dimenticato, per un istante, che non c’è architettura che la natura non abbia pensato prima e meglio. Ce lo ricorda una porta che non conosce dentro o fuori, ma solo un caldo concerto di gole che gorgogliano e un cielo che si china un attimo a specchiarsi negli occhi di chi passa e guarda in su, offrendo le sue iridi al mondo.

Standard
Eventualità, Fatti

La sfida di esistere

Il Moloch è un’antica divinità venerata nella Geenna. E’ un mostro che viene raffigurato come il diavolo. Così simile al diavolo da avere anche delle corna ritorte in cima al capo. E ha occhi vuoti, come le statue di marmo, ed esiste solo fino al torso. Sotto…Niente. Sotto ha un piedistallo. Se si sercano altre rappresentazioni per vedere le gambe del Moloch se ne trova una dove ha gambe affusolate, da modella.

Il moloch, però, è anche un animale. È un rettile che abita nei deserti australiani. Il moloch orridus è un rettile barocco, pieno di guglie, dal dorso spinoso come le caverne sotterranee, carico di stalattiti e stalagmiti capaci di trafiggere la carne. I suoi occhi sono rotondi, le sue palpebre sono solo rapide cataratte che appaiono e scompaiono davanti alla ferita verticali delle loro pupille. È un animale, quello, irto di ogni cosa, ingeneroso. Probabilmente urticante.

La sua bocca è a forma di becco. Incapace di bere. La sua inospitalità lo rende inadatto anche a se stesso. Incapace di abbeverarsi. Capace solo di morire di sete, e rinsecchirsi in mezzo al deserto. Roccia tra le rocce. Se non fosse che l’evoluzione l’ha dotato di una risorsa inaspettata: il moloch, infatti, sa bere dalle zampe. Le sue zampe hanno delle terminazioni che sono come cannucce, sicché lui, anche nei deserti aridi in cui vive, solo sostando sulla sabbia sa suggerne l’umidità attraverso i piedi. Catturarne ogni stilla, come fa un fiore con le sue radici. Un’umidità che, attraverso un sistema fognario di tutto rispetto, sa arrivargli in bocca.

Il narvalo è un unicorno. Il narvalo è un cetaceo, simile ad una balena: una massa color melanzana, enorme. Se vogliamo inespressiva. L’unica cosa che lo differenzia da una balena è il corno che ha sulla fronte. Un corno lunghissimo, cesellato, disegnato da un disegnatore sublime. Appuntito come una spada. Vive nei mari dell’Artico. Nuota come un fantasma sotto i ghiacci. Nuota come un fantasma sotto chilometri di ghiaccio. Ma il narvalo non è un pesce: lui respira, e senza ossigeno muore. Così il ghiaccio può ucciderlo, se gli impedisce di riemergere. Ma, ecco, la natura (l’evoluzione), gli ha regalato un corno. E così lui nuota sotto un ghiaccio che ha gli strumenti per infrangere.

Sfida l’immaginazione, e la batte, esistendo. Come il moloch. Come me. Come noi.

Standard
Eventualità, Istruzioni

Istruzioni per ricordare – 2

Si può approfittare di quel preciso momento in cui ci si addormenta, senza sapere come. Sarà facile, allora, riportare alla mente con inequivocabile chiarezza di quella volta in cui viaggiasti veloce verso Selinunte e incontrasti un uomo con la barba o forse no, con gli occhiali di tartaruga o forse no, che teneva sul palmo della mano destra una falena grigia infilzata da uno spillo, dalle ali di opale mutevole, colme di tentativi ed errori e di sfibranti lotte contro le lampadine accese, di notte.

Di quando una lucertola color lucertola ti raccontò di quanti nomi hanno a disposizione le lucertole per indicare il sole e gli angoli retti degli scalini. Ricorderai bene di quando fosti abbracciato come quando si tampona una ferita che sanguina, fosti cerotto, garza, laccio emostatico, cubetto di ghiaccio che sospende e non cancella, rossetto sul colletto di una camicia e dopobarba da due soldi.

Veleggiasti, una volta, su un mare giallo di salsedine.

Come avevi fatto a dimenticarlo?

Torneranno in mente, all’improvviso, giorni che non si ricordavano più. Tanto per fare un esempio, di quando una volta, ubriachi fradici, inciampammo su un cumulonembo e a me cadde un dente davanti. Suonavamo i campanelli, le ocarine e i pianoforti e poi scappavamo via lontano in groppa ad un moscone di quelli con la schiena verde cangiante come un vestito da ballo.


Ti verrà in mente anche un ottimo progetto, davvero geniale. È un po’complicato spiegarlo ora: occorrono corda, foglie secche, un pezzo di carta a righe piegato in quattro parti uguali, un pennarello verde e un cerchione di bicicletta. Una volta realizzato può servire a molte cose, ad esempio a curare l’acne o salvare il mondo

Standard
Eventualità, Luoghi, Persone

Le dolci coste dell’isola di Kiritimati

Mi trovo tra le mani un globo di latta. Ammaccato, ma non scolorito, potrebbe sparirmi in un pugno, se lo chiudessi.

Immagino occhi come quel mondo. Guardo il globo e li cerco. Li ritrovo lì, nell’azzurro screziato dell’Oceano Pacifico, il sole li riempie in un pomeriggio d’estate, un sorriso li inclina. La pupilla è la minuscola, misteriosa isola di Kiritimati, proprio al centro, quasi impossibile vederla, se non sai dove guardare: un tratto violetto nel grande blu. Cerco gli stessi occhi una sera all’imbrunire, quando il giorno si fa crepuscolo e la vita fa meno paura, li vedo lì, aperti sull’Antartide, intorno solo mare e una vita che insegna ad ogni ora a ricominciare.

Occhi che hanno ricominciato ad ogni battito di ciglia, ad ogni sguardo hanno avuto un mondo nuovo.

Trovo quegli occhi al buio, aperti sulle lande della Russia, occhi e stelle venute male, inutile anche solo starle a guardare, solo eruzioni cutanee di un cielo perso: lo toccavi con un dito, ora non t’importa più. Ho visto quegli occhi sperare e sognare, ragionare e innamorarsi tra la Namibia e il Mozambico, il mare intorno, da cornice. Occhi chiusi lì, in Europa, palpebre stanche, a riposarsi ancora un po’, per poter ricominciare, domani, a cercare un modo per potersi pensare migliori.

Standard