Eventualità, Fatti

Le parole delle canzoni

Come ghiaia buttata in un secchio di metallo si scontrano le parole nelle canzoni. Niente significano, se non quello che dicono: ballami, leggi in me quello che non c’è. Cantami sopra il testo sbagliato che ti pare di aver capito. Comprami e piangi mentre mi ascolti. Dedicami alla persona che ami. Che amavi. Ripensando al giorno in cui, un pomeriggio d’estate, ti stese una fila di carte da gioco sulla schiena. Ricordi ancora – è vero? – il graffio sottile che t’impose la sua unghia del pollice, troppo lunga e dai bordi squadrati come gli angoli alti delle chiese che si riflettono sul selciato e dividono fili d’erba e le linee di formiche in confini mobili, urlanti di cicale.

Come il rimbalzare di una pallina in un corridoio deserto si ripetono i ritornelli e non hanno nessun significato, se non quello che dicono di avere: ripetimi in mente fino a sfinirti, sillabami in silenzio quando sei in pubblico. Stonami con la testa fuori dal finestrino dell’auto, mentre il tramonto esplode negli specchietti retrovisore e lascia gli occhi abbacinati a veder bianco per qualche minuto, e poi un roteare di stelle che piano piano tornano a comporre il mondo. Dimenticami, alla fine: arriverà un’altra a sostituirmi e allora crederai che, sì, ora sono lì tutti i significati del mondo. Ascolta quell’arpeggio, come finge di toccare tutte le corde del cuore: fa solo finta, ma è così bravo da sembrare vero.

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Eventualità

Se non fossi me

Se non fossi me,
sarei pesce rosso.
Roteare di spirali in vetro liscio.
Nessuna inutile zigrinatura,
sfericità di lampadina.
Pronte dimenticanze.
Nuovi ricordi.
Pronte dimenticanze.
Sarei uovo di quaglia,
scorza fragile di contenuti irruenti.
Argini sottili e calcaree trasparenze,
perfettamente imperfette,
create per fallire,
per infrangersi in scaglie
nel nascere della vita.
Se non fossi me,
sarei un lenzuolo di lino
steso ad asciugare
In una giornata di vento.
Croccare di detersivo rappreso al sole,
battito d’ali sfrontate di invisibili geometrie.
Fibre inconsapevoli.
Tela bianca, vela di nave pirata
o velo da sposa,
se girato una volta intorno a una testa bambina.
O bersaglio scodinzolante
per merde di piccione
in inesorabile caduta libera.

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Eventualità, Istruzioni

Istruzioni per calcolare il tempo

Si cominci con l’immaginare il lungo corridoio di un museo. Le statue senza naso dipingono ombre lunghe sulle pareti alle loro spalle. Natiche di marmo dalle linee morbide come carni vive.

Verrà in mente, a questo punto, un fatto dimenticato: che le sirene, negli antichi miti, non erano pensate per metà pesci come le pensiamo noi, bensì la folle unione di donne e uccelli marini, appollaiati agli scogli con le loro zampe coriacee di antichi sali marini. Ci si chiederà, allora, se dalle loro labbra di carne sfuggisse, a volte, un grido acuto di gabbiano, a salutare il mare nell’incombere della sera.

Ci si fermi con la mente, adesso, di fronte a una testa pallida. Si noti che il suo naso di marmo è solcato al centro da una piccola fossetta. Si faccia una considerazione: quella fossetta è quasi uguale a quella che attraversa per il lungo la punta del vostro stesso naso.

Si ragioni su quanto a lungo possa viaggiare attraverso i volti una fossetta sul naso. Adesso non si potrà non pensare che il ticchettare nervoso delle lancette sugli orologi del mondo sia, in fondo, poco più di una convenzione poco pratica, superata dai fatti.
Si proceda calcolando i giorni con metodi più moderni, ad esempio tenendo in conto la forma del naso di una statua greca, contando le volte in cui quel naso è tornato, migrando attraverso i visi come uno stormo di uccelli quando viene l’autunno.

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Eventualità

Quel che non si vede

Si avvolge in spirali l’odore dolce dell’uva passa che sfrigola in padella, insieme ai ceci, al sedano, alle carote a cubetti. Bolle in una pentola l’acqua salata. Il sale disegna sui bordi i profili di catene montuose bianche, come i disegni sulle stampe giapponesi. Lei non li conosce, quei disegni, perché solo le sue gambe sono in casa: il suo corpo, dal bacino in su, si trova fuori dalla finestra, appoggiato con i gomiti al davanzale.

L’aria è aria gentile.

Gli orecchini (lampadari d’argento fatti brillanti dal tramonto) le beccheggiano intorno al viso come navi al porto, con il mare in bonaccia. Davanti a lei ogni cosa (la strada che si stende sotto come un cordone, le persiane dell’edificio di fronte, un terrazzino con un pallone a rombi gialli e neri, la fontana con le bocche dell’acqua a forma di testa di leone, un ragazzino in ciabatte che, camminando, ne perde una, la calcia in avanti e corre un po’, per riprenderla) è dell’oro acceso che ha il sole basso.

Dietro di lei, nel fresco severo della casa, che trattiene l’ultimo inverno ancora per un po’, prima di arrendersi alla primavera, qualcuno sta preparando la cena. Acciottolano piano le pentole come sassi in una bottiglia. Si alza ogni tanto qualche parola che non ha bisogno di risposte. Lei sente il suono rotondo del mestolo che percorre i confini della pentola, e poi viene sbattuto una volta sul bordo, prima di tornare ad appoggiarsi sul lavello.

Nel lavandino scricchiolano dei gamberetti congelati che, dilatati dal calore, lottano per uscire dalla loro prigione di ghiaccio. Tap tap tap tap tap. Un coltello affetta i funghi in fette sottili.


Il mondo è liquido. Si insinua in ogni fessura, senza lasciare spazi vuoti.

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Eventualità, Fatti

Lettera dal fronte

Mi fa piacere sapere che a casa state bene e lo stesso si dice di me.

Immobile. Nel buio. Mimetizzato con la notte. Scricchiolii che non sono io. Pensiero che pensa il pensiero. Lettere dal fronte. Fronte imperlata, fronte solcata da una ruga centrale, fronte ampia di capelli smarriti. Fronte guerresca di una guerra che non combattemmo. Come sei affascinante, moglie mia. La mamma è sotto il tiro del cannone. Come sei affascinante come sei soave come sei brava. Sento le sirene la notte. Come Ulisse son legato, ma a me mi lega una stanchezza che fa le gambe pesanti e a chi chiama non mi fa rispondere.

I bambini stanno bene? Come sei affascinante quando ti affacci alla finestra e mi dici tutto bene? Sono nati i vitellini? Se c’era luna crescente allora dureranno. Non tagliare le unghie al piccolino. Qua ci son monti alti fino al cielo che se n’è parlato tanto, ma a vederli è un crepare. Come sei affascinante quando ti raccogli la gonna per raccogliere le more ed è tutto un raccogliere. Mandami, se puoi, un chilo di pane e un pugno di more. E se si schiacciano? Se si schiacciano mi si tingeranno le dita, e me le passerò in faccia e mi disegnerò un rossetto, come nei giochi delle bambine.

Ti ricordo, ti penso, ti muoio.

Non si dovrebbe morire se non di noia, quando fa estate e arrivano le due. D’amore, di mancanze, di pensiero. Di pensiero che pensa il pensiero. Che fa parole. Che le intaglia su legni morbidi solcati da fiumi antichi come il sempre. Come il mare quando lo guardi e pensi alla costa dall’altra parte e immagini il punto in cui le onde invertono il verso e la riva cui portano è un’altra riva. Al punto in cui il mare cambia direzione perché è il mare di un altro suolo.

Son troppi pensieri e dolori troppo grandi per un petto che si è fatto piccolo dal troppo sonno. Se ti parlo in bocca mi arriva solo l’eco della mia stessa voce.

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Eventualità, Luoghi

Una nota località turistica

Pianetto di Galeata

Si tratta di una nota località turistica. L’hotel è collocato sulla riva sud del grande lago. L’albergo si chiama, con poca fantasia dei titolari,’Hotel del lago’. Affacciata sull’acqua c’è una terrazza panoramica dove i turisti possono consumare la prima colazione o sorbire un drink prima di cena godendo dello spettacolo del tramonto (come brilla, sull’acqua, quel sole di fuoco! A guardarlo sembra di poterlo mettere in bocca e farlo passare da una guancia all’altra come una caramella d’orzo).

Nelle camere manca il frigobar. Questa mancanza è costata alla struttura ricettiva una stella, ma quella stella non è mai stata tolta dall’insegna: qualcuno si è limitato a svitare la lampadina che la illuminava. Me restano altre quattro brillanti come occhi di gatto quando li illumina i fari di un’auto.

Sulla riva est si trova il night club. Ogni sera disco music anni Settanta-ottanta fino al mattino. Ottime occasioni per indossare giacche argentate come le schiene dei pesci. Chiusura settimanale: martedì.

Sul lato ovest ecco la piattaforma per il noleggio dei pedalò. I turisti sono pregati di non gettare rifiuti in acqua per non recare danno alle specie lacustri: trote, anguille, pesci lanterna e unicorni.

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Eventualità

Se gli animali si accorgessero di poter parlare

Se gli animali si accorgessero di poter parlare, dovrebbero decidere di stare zitti. Se la loro bocca avesse la giusta forma per plasmare parole tornendole con la lingua, gli animali dovrebbero fare finta di niente, non farlo sapere a nessuno. Non abbassarsi al livello del verbo. Della voce che esce talvolta sgraziata, come i passi di un bambino che impara a camminare. Talvolta bugiarda di dolcezze che non ha, altre volte feroce, rabbiosa, frustrata, o ancora pesante di promesse e speranze e paure che incrinano il suono, di pianto doloroso come una mano che preme sulla gola.

Se gli animali si accorgessero di poter parlare, non dovrebbero cedere alla lusinga di dire la propria. Dire la propria non conta davvero. Non conta davvero il raccontarsi, spiegare, starnazzare la propria visione del mondo in un mondo che ha tante versione di sé quanti sono i battiti di ciglia di chi lo guarda. Non si facciano attirare dall’inganno in cui è caduto l’uomo quando ha capito di poter trasformare i suoni in parole, masticandoli contro il palato.

Se gli animali si accorgessero di poter parlare, dovrebbero trattare come un assurdo canto di sirene da evitare anche le sorprese della filosofia e l’incanto delle belle storie: non sono che la consolazione che ci siamo inventati per sopravvivere alla fatica del saper dire. Perché quando si comincia a parlare non si può più tornare indietro: ormai è fatta. Si può solo provare a fare delle parole qualcosa di buono: che siano gentili, che non facciano troppo male. Che siano vere. Che attraversino muri come le lucertole in estate, capaci di trovare ogni fessura tra le pietre. Che facciano sentire, per un attimo, quasi liberi dentro quel piccolo scarto tra ciò che il mondo fa di noi e ciò che noi facciamo del mondo.

Se gli animali si accorgessero di poter parlare, potrebbero sentire la voglia di raccontare, ad esempio, di un certo sentiero di ghiaia che corre in mezzo al verde, acceso come una lampadina nel buio, quando il buio fa paura. Dovrebbero stiracchiarsi, invece, e (se la conformazione del loro corpo glielo consente) sbadigliare. Socchiudere gli occhi al sole.
Forse è proprio quella pupilla il centro del mondo. Il punto dove si è infilato l’ago del compasso che ne ha disegnato il cerchio.

E così via.

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