
Mentre si cammina nel centro di una città dove non s’è mai stati, viene fuori un rumore.
È un rumore come uno sfiato di balena, o una sirena antiaerea, o un corno nel giorno della caccia alla volpe.
Ci si ferma lì, tra un’aiuola di genziane e una chiesa ortodossa a pianta esagonale, ci si guarda attorno, che gli occhi spieghino quel che non capiscono le orecchie.
Nessuno pare sentire niente. Continuano quel che facevano. Camminano, chiacchierano, fanno scorrere le grucce dei cappotti appesi con dita scrupolose da bibliotecari.
Un cane, lui sì, ha alzato la testa. Ma forse è un caso.
Sarà un messaggio che solo noi possiamo sentire? O sarà un rumore di qui, che per noi è strano, ma che per loro è niente?
Poi smette. Resta nell’aria un’eco breve, come quando si parla ad alta voce nelle stanze di una casa vuota.
Non se ne parla. Uno scrollare di spalle, e si riprende a camminare: forse era un gioco, chi si spaventa perde.
Forse erano le trombe del giudizio, ma, di tacito accordo, le abbiamo ignorate nel pigro mimetismo della domenica pomeriggio.
Se davvero avevano bisogno, richiameranno.