
La mamma è appoggiata con i gomiti al banco della sala d’attesa del dentista e parla con la segretaria. C’è ancora da aspettare. Nell’aria c’è un forte odore di ginocchio sbucciato, o forse di cerotto imbevuto di disinfettante.
La testa del bambino arriva sì e no alle sue ginocchia. Più vicino al suo sguardo di qualunque altra cosa nella stanza, è il pavimento. Tanto vale ridurre ancora la distanza. Si accovaccia sui talloni, con l’indice segue le linee delle piastrelle fino ad arrivare a destinazione: un piccolo pezzo di ghiaia sfuggito alla suola di una scarpa. A quel punto si alza in un salto senza rumore per appoggiarsi con la schiena al bancone, la guancia annoiata a sfregare leggera la coscia della mamma.
Guardare: non c’è altro da fare.
Proprio lì davanti ai suoi occhi c’è una ragazzina che lui riconosce affine, nelle precise approssimazioni dell’infanzia, capaci trovare tra tutti il più simile, seguendo indizi incerti: la distanza degli incisivi, una certa unghia rosicchiata, il dondolare di un piede sotto la sedia.
Insieme a lei c’è una donna che forse le è madre. Le due sono chine sulla pagina comune della stessa rivista, guardano qualcosa, delle fotografie, e ogni tanto ridono piano. Per ogni risata, anche il bambino sorride.
Sorride un sorriso mimetico, inconsapevole, del quale si vergognerebbe, se qualcuno lo scoprisse. È un sorriso segreto, del resto, nascosto dal vertiginoso verticale di un bancone bianco. Perciò nessuno lo nota.
E se anche qualcuno, sventuratamente, dovesse notarlo, stiamo pur certi che lo terrebbe per sé.