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La crisi delle banche

Camminando in una città nel cuore di agosto, può succedere di percorrere una strada che non si percorre d’abitudine e trovarla un po’cambiata. Ad esempio si può scoprire che a due passi dal bar cubano ‘New day delicacy’ ha chiuso una banca. Se si sbircia oltre il riflesso del proprio volto, al di là dei vetri si vedrà che nell’anticamera stretta tra due porte a vetri si sono ammucchiate foglie secche e batuffoli di polvere.

Dentro non c’è più niente.

Non ci sono più i computer ronzanti di ventole asmatiche, non ci sono più le poltrone girevoli con gli schienali imbottiti. Non ci sono più le penne di fronte ai vetri divisori, legate da catenelle di metallo dorato come squallidi rosari laici della sfiducia nel prossimo. Sul davanzale, però, rimane un pezzo di terra cilindrica, della forma di un vaso che ora non c’è più.
Alla terra è aggrappata una pianta grassa, ancora verde e pasciuta.

Può capitare, anche se si sa che i dispiaceri nella vita son ben altri, di sentirsi crescere un malessere nello stomaco. Succede al pensiero di cosa farà a quella pianta l’arsura dell’estate, prima che l’estate sia finita. E’ una pianta che, diciamocelo, niente sa delle bolle immobiliari americane, che poi gli economisti chiamano ‘crisi del subprime’. Non se ne intende dei prestiti che son stati fatti là dall’altra parte del mondo, a famiglie senza reddito che mai li avrebbero potuti rimborsare. Per attinenze botaniche potrebbe sapere, forse, che se una farfalla cavolaia batte le ali nell’orto sul retro di una casa nella periferia di Springfield (se quella casa appartiene a qualcuno carico di debiti con le banche che non potrà ripagare mai) dall’altra parte del mondo, in una via assolata di una cittadina italiana, si può formare un uragano finanziario, capace di spazzar via d’un colpo l’impiegato alla cassa che, ogni mercoledì prima della pausa pranzo, riempiva un bicchier d’acqua di rubinetto e lo versava sulle sue radici albine. Ma tutto sommato non sa neanche questo.

Può venire, a quel punto, l’istinto di cercare una qualche spranga di ferro e rompere il vetro per salvarla da tutto quel niente che la circonda come una condanna.

Ma è consigliabile, invece, proseguire.

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