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Se gli animali si accorgessero di poter parlare

Se gli animali si accorgessero di poter parlare, dovrebbero decidere di stare zitti. Se la loro bocca avesse la giusta forma per plasmare parole tornendole con la lingua, gli animali dovrebbero fare finta di niente, non farlo sapere a nessuno. Non abbassarsi al livello del verbo. Della voce che esce talvolta sgraziata, come i passi di un bambino che impara a camminare. Talvolta bugiarda di dolcezze che non ha, altre volte feroce, rabbiosa, frustrata, o ancora pesante di promesse e speranze e paure che incrinano il suono, di pianto doloroso come una mano che preme sulla gola.

Se gli animali si accorgessero di poter parlare, non dovrebbero cedere alla lusinga di dire la propria. Dire la propria non conta davvero. Non conta davvero il raccontarsi, spiegare, starnazzare la propria visione del mondo in un mondo che ha tante versione di sé quanti sono i battiti di ciglia di chi lo guarda. Non si facciano attirare dall’inganno in cui è caduto l’uomo quando ha capito di poter trasformare i suoni in parole, masticandoli contro il palato.

Se gli animali si accorgessero di poter parlare, dovrebbero trattare come un assurdo canto di sirene da evitare anche le sorprese della filosofia e l’incanto delle belle storie: non sono che la consolazione che ci siamo inventati per sopravvivere alla fatica del saper dire. Perché quando si comincia a parlare non si può più tornare indietro: ormai è fatta. Si può solo provare a fare delle parole qualcosa di buono: che siano gentili, che non facciano troppo male. Che siano vere. Che attraversino muri come le lucertole in estate, capaci di trovare ogni fessura tra le pietre. Che facciano sentire, per un attimo, quasi liberi dentro quel piccolo scarto tra ciò che il mondo fa di noi e ciò che noi facciamo del mondo.

Se gli animali si accorgessero di poter parlare, potrebbero sentire la voglia di raccontare, ad esempio, di un certo sentiero di ghiaia che corre in mezzo al verde, acceso come una lampadina nel buio, quando il buio fa paura. Dovrebbero stiracchiarsi, invece, e (se la conformazione del loro corpo glielo consente) sbadigliare. Socchiudere gli occhi al sole.
Forse è proprio quella pupilla il centro del mondo. Il punto dove si è infilato l’ago del compasso che ne ha disegnato il cerchio.

E così via.

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