Eventualità

Guerra

Non è facile descrivere quel momento. Parlo dell’attimo, alla fermata del bus, in cui il piede di un ragazzino il cui corpo nervoso balla in vestiti sfrontatamente larghi si stacca dal pallone di cuoio a rombi verdi e bianchi e il pallone rifiuta di tornare – cosa che invece aveva fatto molte altre volte in precedenza – e fugge a piccoli saltelli, attraversa la strada, prova a nascondersi sotto la ruota di un bus appena arrivato.

Il bus sbuffa, si piega un po’ su un lato, apre due bocche gemelle. Qualcuno entra, qualcuno esce. Cetaceo in lamiera, vomita dei Giona, o li defeca, poi sbuffa di nuovo, chiude le labbra. Riparte.

C’è chi ha visto tutto e quell’esplosione se l’aspetta: si riconoscono perché i loro occhi si strizzano in attesa della detonazione annunciata. Ma i più stavano guardando altrove.
Le ombre son corte per il picco del sole, e il vento del tardo inverno porta con sé le prime dolcezze delle magnolie. Quando quel suono esplode, esplode anche uno stormo di piccioni: detriti scomposti, schegge, macerie iridescenti in un volo che non si posa, non si posa, non si posa. Poi si posa.

Si fermano i suoni, si stringono gli stomaci nella prigione delle costole. Cos’è stato? Un agguato? Un incursione? No, un pallone. Bianco e verde. Eccolo lì, lo vedi?, tutto accartocciato. Era solo un pallone – guardalo – poi è stato una bomba, e adesso non è niente.
Meno male.

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Fatti

Odissea

Oggi il pruno ti ha chiamato. Ha posto il suo dito appuntito sotto al tuo mento e ti ha girato la faccia, che tu potessi vederlo, quel suo bianco profumo acuto che non si sente nel naso, ma sul fondo della lingua, come un sapore di frutti acerbi e di corteccia.

A un certo punto, mentre camminavi, il piccolo gruppo di persone che avevi visto all’andata, seduto a chiacchierare sul ciglio di una scarpata, se n’è andato e adesso che torni, loro non ci sono più. Dato che sai dov’erano seduti, ora puoi notare sull’erba un avvallamento che nessuno oltre a te avrebbe notato.

Ti chiedi dove ti trovassi tu, quando quelle persone hanno deciso di lasciare il loro posto e in che modo sia stata presa la decisione. Chi di loro abbia detto ‘adesso s’è fatto tardi’, o ‘mi sta venendo freddo’, o ‘mi fa un poco male la schiena’.

Forse, ma non è detto, hai sbagliato a non seguire il suggerimento del piccolo stormo in cielo che ostinatamente ti indicava l’est, mentre tu continui a procedere verso ovest, con le ciglia accese per il sole basso che ti imprigionano la vista come minuscole inferriate d’oro.

Ma a te, non ti conosce nessuno. Sei solo uno che oggi annusa una viola. Uno specchio appoggiato al muro di una casa vuota che da cent’anni riflette uno spicchio di cielo e un po’ di muro.

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