Eventualità

Il discorso della sedia impagliata

Se si chiudono gli occhi, sdraiati in un bosco ventoso o sull’argine di un fiume seccato dall’estate, si sente il rumore che fanno i mobili di notte, quando le luci sono spente e le persone che dormono confondono i suoni veri e i suoni sognati. Ciocchi furtivi, misteriosi, causati da un ribollire di viscere lignee, chiuse tra i nodi piallati, coperti di antitarlo lucido. Se il vento tirerà un po’più forte, quei mobili vivi che sono gli alberi, faranno il suono che fa la cassapanca del corridoio quando ci si appoggia sopra la borsa della spesa (magari con dentro un melone) oppure un ginocchio, se ci si appoggia sopra un ginocchio fermandosi un attimo a rispondere al telefono.

Clac.

Ecco, allora, che sono i mobili, forse, con le loro digestioni lente di schegge e chiodi, a fingere di essere ancora vivi, e d’essere ancora torri verdi, capaci di svettare contro il cielo, templi del vento forte. Case d’uccello dal becco rosso. Ecco perché scricchiola una sedia di legno morbido, impagliata. Scheletro fossile inerte e irriconoscibile di un animale primitivo ormai estinto, ridotto al silenzio, ridotto ad un’immobilità imposta. Un cigolio, tutto quello che ha da dire al mondo. Un cigolio ribelle e irriverente, destinato a rimanere inascoltato. Il petto curvo ad accogliere culi pesanti, indifferenti. E niente più che un cigolio a dire ‘basta’.

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