Fatti, Luoghi

Cose nel tempo

Ex Gil, viale della Libertà, Forlì

C’è un edificio rosso che era una cosa e ora ne è un’altra e affaccia su un viale che si chiamava in un modo e ora si chiama in un altro. Cominciamo dalla via: il viale è largo e l’asfalto è crepato dallo spingere sotterraneo delle radici dei pini marittimi, anche se qua il mare non si vede. Comincia da una piazza ovale che al centro ha un obelisco e sopra l’obelisco una statua scura che, vista da lontano, sembra rappresentare un orso che tiene in mano una tavolozza, ma in realtà quella è la vittoria e la vittoria, si sa, ha le ali per volar via da chi vuole illudersi di averla afferrata. Il viale procede dritto come un ago che si infila nella stoffa per cucirne due lembi: un lembo è la piazza ovale con la statua d’orso e l’altro lembo è una stazione per i treni, squadrata e pallida come la faccia di un bambino con l’influenza intestinale che ha appena vomitato il pranzo. Quella via si chiamava via Benito Mussolini e a battezzarla fu lui stesso, nel periodo in cui era impegnato a fare anche cose buone, così si sarebbe detto negli anni a venire. Oggi quel viale porta sempre da lì a lì, ma ha un nome diverso: si chiama viale della Libertà e chi ha scelto il nome nuovo l’ha fatto cercandosi in testa il contrario di ‘Benito Mussolini’.

Poi c’è il palazzo. Il palazzo è rosso, dicevamo, ed è composto da una serie di pezzi che sembrano poggiati l’uno all’altro senza continuità, come in un goffo gioco di costruzioni fatto di parallelepipedi e strane forme arrotondate che da dentro sono stanze dalle pareti morbide, sulle quali non si possono attaccare quadri. In quel palazzo, una manciata d’anni fa, i giovani balilla, le camicie chiuse fino all’ultimo bottone, imparavano a ubbidire. Quando guardavano in alto, sulla torre che sorge al centro dell’edificio come un piccolo grattacielo che sarebbe incapace di toccare il cielo, se questo non gli venisse incontro, non vedevano quel che si vede ora. Vedevano delle lettere in rilievo che componevano una frase: ‘Nel nome di Dio e dell’Italia giuro di eseguire gli ordini del Duce e di servire con tutte le mie forze e se è necessario col mio sangue la causa della rivoluzione fascista’. Così dicevano.

Chi alza oggi gli occhi verso la torre, quella frase la può vedere ancora, ma la legge sommando simboli che sono solo il fantasma di quelle lettere. L’impronta sgretolata e stanca che hanno lasciato sull’intonaco quando da lì le hanno strappate le mani delle persone come si butta una creatura alla vita strappandola al ventre caldo della madre e hanno guardato nascere una libertà neonata, che ha riempito i polmoni con il suo primo urlo.

Negli anni intonaco si è sommato a intonaco e mani di vernice si sono sommate a strati di vernice, ma nessuna ha coperto il fantasma di quella scritta che resta così, negativo di una brutta fotografia che non si ha voglia di riguardare, ma che si deve ricordare, per non ripeterne la posa.

La storia è liquida. Vi intingono le dita le persone che la abitano, finché son vive e a volte ancora dopo, per scrivere qualche riga, nel modo che pare quello buono. E si potrebbe dire che è giusto così.

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