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Porta Schiavonia

Porta Schiavonia, Forlì

Si scontra con un cielo di latte. Si staglia contro il bianco. Si potrebbe dire che si tratta di una vecchia foto, anche se si sente il freddo sulle guance e per vederla tutta bisogna alzare il mento in alto. Nonostante questo sembra quasi di poter vedere le quattro piegature sul cartoncino: forse era rimasta riposta dentro un portafoglio per un po’. Forse, a fare il giro intorno, non si vedrebbe la parete sul retro, con l’erba che cresce tra le crepe e una bicicletta appoggiata su un angolo, ma una scritta in corsivo sbavato: “Saluti e baci”.

A vederla così, in controluce, si notano piccole guglie che non si ricordavano. Tutto un geroglifico barocco che ne rende aguzze le linee e restituisce una porta Schiavonia diversa: ricca come una chiesa portoghese, complessa come una grotta pesante di stalattiti. Opulenta come un gioiello sardo.

Poi la porta si avvicina nello scorrere della strada sotto i piedi, ed ecco che si può vedere meglio: quelle non sono guglie, ma uccelli. Piccioni gonfi di freddo, appollaiati a curve e spigoli come gargoille dal petto vivo, carichi di pulci e piccoli pensieri volatili.

Quasi l’avevamo dimenticato, per un istante, che non c’è architettura che la natura non abbia pensato prima e meglio. Ce lo ricorda una porta che non conosce dentro o fuori, ma solo un caldo concerto di gole che gorgogliano e un cielo che si china un attimo a specchiarsi negli occhi di chi passa e guarda in su, offrendo le sue iridi al mondo.

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Luoghi

La memoria di Atlantide

Venezia ha strade strette come spalle larghe, e ponti che sono braccia allungate a stringere mani e acqua verde come un occhio verde. Palazzi come stalattiti: guglie segrete e piccioni, brume e sciabordii e una chiesa dai visceri d’oro che ingoia e digerisce e labirinti di vie appese sul niente non fatte per perdersi ma per cercare e una volta trovato, smarrire per poter ricominciare.

Le scimmie delle nevi del Giappone, molti anni fa, furono portate in Texas, per un crudele esperimento. Lì, pian piano, impararono a mangiare cactus polverosi e a rotolarsi al sole come vecchi gatti. Poi l’esperimento continuò e qualcuno scaricò una montagna di cubetti di ghiaccio a farsi fanghiglia lì, sulla terra crepata dal caldo. Voleva sapere se dopo tanti anni le scimmie potessero ricordare le bianche montagne di Kyoto. Ed ecco che allora le poté vedere, le scimmie delle nevi, correre come impazzite verso quel freddo e succhiarlo con le labbra come fosse un prezioso gelato della memoria.

Venezia è come un’ Atlantide risputata dal mare. Forse lo rammenta ancora d’esser stata, in una vita lontana, una magica città degli abissi, intuita dal mondo in opaco brillare di madreperla ed è il mare che a volte ancora la chiama.

Si alzano in punta di piedi, allora, le strade e le case: aria, aria a quei polmoni di pietra e le alghe si aggrappano alle pietre per non annegare e larghe bracciate.

E il silenzio di brace del sole che cala.

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Come nasce una foresta fatata

Corniolo, Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi

Quel posto, ad esempio, è nato da una frana. Prima c’erano un corso d’acqua e alberi ed erba verde, e scricchiolare di foglie cadute, in autunno.
Poi, un giorno, dal picco che sovrastava la valle s’è staccata una fetta che è scivolata giù e giù ancora e la terra si è piegata come si piega un foglio di carta, anche se su quel foglio di carta c’è scritta una poesia.

Così il torrente è rimasto intrappolato come una lucciola tra due palmi di mano e s’è ingrossato ed è diventato un lago, e gli alberi che c’erano sono morti annegati. Ne restano gli scheletri lunghi e lisci come ossa, incrostati di funghi e abitati dai gufi.

A volerli navigare, i molti fiumi incisi sul legno, chi lo sa dove si può arrivare?

Pian piano sono arrivate le rane ad abbaiare il loro verso a bassa voce, come un segreto. L’odore aspro del bosco, la carne molle dei funghi. Vecchi passi quasi dimenticati: di lupo, di scoiattolo, di coleottero, di soldato, di zecca paziente, di contadini pieni di fame.

A un certo punto sono arrivati anche gli spettri degli uomini che, centinaia d’anni fa, hanno costruito la mulattiera arrampicata sul monte, sudandone le pietre una ad una: sono ancora lì, folte di muschio. Muschi tentacolari, silenzi, lame di luce su un microcosmo invisibile. E poi eccoli: gli elfi, le streghe, gli spiritelli dalle ali di vetro.

E’ così che nasce una foresta fatata.

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Le dolci coste dell’isola di Kiritimati

Mi trovo tra le mani un globo di latta. Ammaccato, ma non scolorito, potrebbe sparirmi in un pugno, se lo chiudessi.

Immagino occhi come quel mondo. Guardo il globo e li cerco. Li ritrovo lì, nell’azzurro screziato dell’Oceano Pacifico, il sole li riempie in un pomeriggio d’estate, un sorriso li inclina. La pupilla è la minuscola, misteriosa isola di Kiritimati, proprio al centro, quasi impossibile vederla, se non sai dove guardare: un tratto violetto nel grande blu. Cerco gli stessi occhi una sera all’imbrunire, quando il giorno si fa crepuscolo e la vita fa meno paura, li vedo lì, aperti sull’Antartide, intorno solo mare e una vita che insegna ad ogni ora a ricominciare.

Occhi che hanno ricominciato ad ogni battito di ciglia, ad ogni sguardo hanno avuto un mondo nuovo.

Trovo quegli occhi al buio, aperti sulle lande della Russia, occhi e stelle venute male, inutile anche solo starle a guardare, solo eruzioni cutanee di un cielo perso: lo toccavi con un dito, ora non t’importa più. Ho visto quegli occhi sperare e sognare, ragionare e innamorarsi tra la Namibia e il Mozambico, il mare intorno, da cornice. Occhi chiusi lì, in Europa, palpebre stanche, a riposarsi ancora un po’, per poter ricominciare, domani, a cercare un modo per potersi pensare migliori.

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Il regno delle luci

Un vecchio negozio di lampadari che non c’è più, sotto il porticato di via Flavio Biondo – “Questa la chiamo il mio gioiellino”. A dirlo è un uomo anziano, e lento, con i capelli bianchi e morbidi come un manicotto di lapin. Sta parlando di una lampada da scrivania con il paralume verde e lo stelo d’oro, come quelle che si trovano appollaiate sui tavoli di legno morbido delle sale da lettura delle vecchie biblioteche, abituate ad illuminare il ballo della polvere sopra pagine sottolineate a matita. “L’ho comprata da una persona che l’ha comprata da una persona che l’ha avuta in regalo dal custode di una vecchia biblioteca”, dice appunto l’uomo, che sta parlando con una bambina di forse dieci anni che porta un berretto di lana rossa, come se fosse in procinto di andarsene.

“Questa la chiamo il mio gioiellino”, ripete l’uomo, che ama ripetere le cose, quando gli sembra che siano cose interessanti. Intanto spolvera il cappello verde della lampada con un panno e controlla che la lampadina sia ben avvitata, scottandosi un po’ le dita, poi le consola soffiandoci sopra, come si soffia su un cucchiaio di brodo bollente. Dopo la appoggia di nuovo sul tavolo.


Sopra di loro, appesi al soffitto, pendono decine di lampadari di ogni foggia. Alcuni sono trasparenti e glaciali: fontane d’inverno, altri rossi, e viola, e gialli, come meduse pulsanti. Alcuni sono tentacolari, altri tozzi, alcuni squadrati, altri a forma di fiore o foglia. A starci sotto è come camminare, piccolissimi, sotto l’ombrello di funghi velenosi. O meglio nelle profondità abissali, illuminati da una mostruosa muta di spettrali pesci lanterna.


“Ciao, ciao, piccolina, a presto”, saluta l’uomo ridendo un po’, perché è contento, sotto quella foresta di luce. “Ciao, ciao, piccolina, a presto”, ripete. E le parole suonano lontane, come quando si parla sott’acqua.

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Ombre

Le ombre, nelle case diroccate, fingono di essere ombre d’una casa vera. Si dispongono, nette, proprio uguali a quelle che si stagliano sulle pareti del salotto buono, la domenica mattina.

A loro non importa che manchi il tetto, che ci sia un buco sul pavimento e che, affacciandosi, si possa vedere la base terra battuta della cantina.
Le ombre non si curano del muschio che cresce tra i mattoni, del guano d’uccello e di un viso di bambola senza occhi, buttato in un lato, tra recenti lattine di birra, memoria di un festino ormai già dimenticato, e chiazze di piogge antiche, e antiche nevi.

Alle ombre non importa che alle finestre manchino gli infissi: da lì entra la luce del sole al tramonto, obliqua, che trasforma i fili d’erba in lunghe ciglia d’occhi languidi. E quella luce basta, alle ombre, per pretendere d’essere ombre di una casa abitata e di comporre un angolo sulla parete migliore.

Linee rette, come un miraggio.

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La differenza tra un hotel e un motel

Il viaggiatore bene informato non può andare per il mondo senza conoscere la differenza tra un hotel e un motel. Il modo migliore per conoscerla è tramite buoni esempi pratici.
Al viaggiatore, ad esempio, in gioventù può esser verosimilmente capitato di trascorrere alcuni giorni all’Hotel Oscar di Atene, con veduta sul monte Parnasso, dimora dagli dei dell’Olimpo. Di giorno il viaggiatore avrà gettato i suoi “Oh” a rotolare giù dalle gradinate degli anfiteatri, sfiorato cariatidi, mangiato polvere e nontiscordardime. Di notte sarà rientrato nella sua stanza giallognola. A quel punto avrà notato che l’acqua che scendeva dai lavandini era calda e che il pavimento del bagno era coperto da una moquette beige e porosa come una spugna sporca. Se si sarà trattenuto per più di due giorni avrà scoperto stanza accanto era l’ufficio di due prostitute. Una si definiva Miss Bulgaria, anche se non sembrava bulgara e sfoggiava due sopracciglia così folte da essere una. L’altra si definiva prostituta ed era bionda e grassa come un neonato. Avevano nomi dei fidanzati tatuati una sul seno destro, l’altra sull’avambraccio sinistro. I nomi dei fidanzati erano scritti con i caratteri dell’alfabeto greco.
Il lenzuolo della stanza era un sudario su cui erano impresse le sagome gialle dei corpi che avevano preceduto quello presente. Una dissacrata sindone.
Al viaggiatore può esser capitato di viaggiare in una piccola comitiva e, per questioni economiche, di aver scelto una stanza con dei letti a castello. Senz’altro ne avrà occupato il piano inferiore. Il materasso che poteva vedere dal suo punto di osservazione era maculato come un dalmata. Prima di addormentarsi, nella penombra, il viaggiatore si sarà divertito a cercare disegni nuovi sulle macchie del materasso. Come fossero state nuvole cangianti nelle giornate ventose di un qualunque venti maggio. O ventidue.
Quattro macchie in particolare erano interessanti perché costituivano una sequenza. Raccontavano una storia come in un fumetto. Nella prima, la più grande, si vedeva l’ingresso circolare di una caverna e un uomo incappucciato che teneva in mano una lanterna che si stava per avventurare dentro. Poi entrava. E nelle tre macchie successive, sempre più piccole, si vedeva l’uomo incappucciato avanzare nelle tenebre, percorrendo sempre di più il cunicolo, tenendo alto il piccolo baluardo luminoso della sua lanterna, non ancora del tutto impotente contro il vortice di oscurità della grotta. Così mi addormentavo, completamente vestita per creare una sottile barriera tra me e la sporcizia.
Al ristorante dell’hotel, la sera, a cena, servivano strani cubi fatti di uovo giallissimo. Frittate cubiche con incastonate dentro fette di pomodoro e trucioli di origano. E poi mettevano sul piatto un altro cubo, questo bianco come un dente, fatto di formaggio salato, né secco, né umido, dall’aspetto di plastilina e dal sapore di latte e acqua di mare. Cene cubiche, strani incontri e macchie sui materassi.
Questo è l’Hotel Oscar.

Il Bates Motel, invece, è – appunto – un motel e si trova invece negli Stati Uniti. A gestirlo è un uomo in bianco e nero che si chiama Norman. Norman Bates, appunto. Quello è il motel di famiglia. Nella casa attigua (una casa tutta guglie e corvi e tegole grigie) vive, o forse viveva, o forse vivrà per sempre, la madre di Norman Bates. Se si decide di trascorrere la notte al Bates Motel devi sapere a cosa vai incontro. Specialmente se si tiene alla propria igiene personale. Se si fa una doccia al Bates Motel, infatti, è assai probabile che la stessa venga interrotta dall’intervento di un uomo dalla personalità multipla dotato di pugnale. Insomma, è un bel posto se si vuole trascorrere la notte in bianco e nero, ma non se si intende nutrire la ragionevole certezza di svegliarsi il giorno successivo.
In questo caso, la differenza tra un hotel (l’Hotel Oscar) e un motel (il Bates Motel) è che, a parità di terrore, il primo esiste e il secondo è un film.

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