Eventualità

Notturno ridicolo

Chiesa del suffragio, corso della Repubblica, Forlì. Buco della serratura

Che la chiesa fosse vuota non era vero. Chi avesse detto che la chiesa era vuota avrebbe mentito. C’era il parroco, intanto, ed era sul pulpito, a guardar giù la stesa di panche, una di fronte all’altra, una dietro l’altra, in tutta una fuga verso l’uscita che, sì, sembrava proprio un invito a spingere il portone e uscire fuori, nell’aria della prima sera, a percorrere la città radente ai muri, assaporandone il vago calore di sole che lasciavano andar fuori, nel fresco ancora acerbo del crepuscolo.

Sulla seconda panca a destra, poi, c’erano due donne. Una era alta ed era magra, e l’altra era bassa ed era grassa, ma lì sedute nella penombra sembravano due figure gemelle, disegnate da pochi tratti di penna approssimativi.

“Volete leggere voi?”, chiese il prete. “Cosa?”, risposte la donna grassa. “Le letture di oggi”, ribatté il prete. “Io non vedo quasi niente”, disse la donna alta. “Io non so leggere molto bene”, disse la donna grassa.

Il prete, allora, cominciò a dire la messa e più di una volta ebbe la tentazione di chiedere alle due donne di spostarsi nella panca centrale: era lì che gli cadeva lo sguardo mentre parlava, e, non trovandovi nessuno, gli occhi non trovavano dove agganciarsi e continuavano a vagare alla deriva. Non chiese niente, però, perché chiedere sarebbe stato ammettere un problema e ammettere il problema era come crearlo, tutto sommato.

Quando arrivò il momento delle letture lesse lui solo. Percorse i sei passi che separavano il pulpito dal leggio e sollevò la fettuccia rossa che teneva il segno alla giusta pagina. La pagina era pesante, spessa come la carta di un vecchio album di fotografie. Le parole, se ci si passava un dito sopra, sgusciavano fuori dal foglio come se per leggerle si dovesse afferrarle nell’aria con i denti, per poi risputarle fuori una dopo l’altra come semi d’uva.

Quando fu l’ora della comunione le due donne si alzarono e la grassa porse il braccio a quella magra.

Amen.
Amen.

Mentre puliva il calice con il panno bianco, inserendolo dentro con un gesto da massaia, le donne si incamminarono lungo la navata centrale, a braccetto come due sposi.

“Ora alzatevi in piedi”, stava dicendo il prete quando il portone smise di ondeggiare sotto il peso della spinta della donna bassa, che aveva tenuto aperta l’anta qualche secondo in più, per far passare la donna magra.

In chiesa, ora, non rimaneva nessuno. Il prete rimase zitto per un istante.

“Ora alzatevi in piedi”, ripeté, ma con meno convinzione, perché gli sembrava assurdo continuare a dir messa senza nessuno a guardarlo, ma non gli pareva nemmeno troppo corretto interrompere tutto così, come un ciclo di lavatrice prima della centrifuga.

Pronunciò ancora qualche parola e lasciò che rimbalzasse tra le navate, facendo il giro tra le basse candele accese e i broccati viola del confessionale. Poi si chinò a grattarsi una caviglia, ma senza riuscire a raggiungere il punto che gli prudeva, allora scese i gradini fino alla prima panca e lì si sedette. Alzò la sottana fino al ginocchio, accavallò la gamba destra sulla sinistra e abbassò l’elastico del calzino di spugna bianco che gli aveva lasciato due segni profondi sulla pelle. Linee lunghe come di fiumi in secca. Proprio in quel punto grattò con l’unghia dell’indice, aggrottando le sopracciglia per l’impegno.

Attese solo qualche minuto prima di uscire in strada nel ciocco dell’interruttore.

La sera iniziava a farsi notte. Solo uno scampolo di luce indugiava tra due palazzi in fondo alla via. Da destra veniva un altro prete che usciva, come lui, dalla sua funzione. Sul momento, a dire il vero, gli era sembrato una donna con indosso un castigato abito da sera. Invece no.
Quando fu lì, proprio davanti a lui, i loro occhi si incrociarono per un attimo. Fu come avessero parlato: il mento gli s’increspò di una risata e tutto quel riso gorgogliò fuori dalla bocca.

Fu un istante. Poi il prete fu subito lontano e di lui non restò che un vago batter di tacchi.

Il portone era da chiudere a chiave, prima di tornare a casa.

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