Fatti

Mimetismo n° 2

La mamma è appoggiata con i gomiti al banco della sala d’attesa del dentista e parla con la segretaria. C’è ancora da aspettare. Nell’aria c’è un forte odore di ginocchio sbucciato, o forse di cerotto imbevuto di disinfettante.

La testa del bambino arriva sì e no alle sue ginocchia. Più vicino al suo sguardo di qualunque altra cosa nella stanza, è il pavimento. Tanto vale ridurre ancora la distanza. Si accovaccia sui talloni, con l’indice segue le linee delle piastrelle fino ad arrivare a destinazione: un piccolo pezzo di ghiaia sfuggito alla suola di una scarpa. A quel punto si alza in un salto senza rumore per appoggiarsi con la schiena al bancone, la guancia annoiata a sfregare leggera la coscia della mamma.

Guardare: non c’è altro da fare.

Proprio lì davanti ai suoi occhi c’è una ragazzina che lui riconosce affine, nelle precise approssimazioni dell’infanzia, capaci trovare tra tutti il più simile, seguendo indizi incerti: la distanza degli incisivi, una certa unghia rosicchiata, il dondolare di un piede sotto la sedia.

Insieme a lei c’è una donna che forse le è madre. Le due sono chine sulla pagina comune della stessa rivista, guardano qualcosa, delle fotografie, e ogni tanto ridono piano. Per ogni risata, anche il bambino sorride.

Sorride un sorriso mimetico, inconsapevole, del quale si vergognerebbe, se qualcuno lo scoprisse. È un sorriso segreto, del resto, nascosto dal vertiginoso verticale di un bancone bianco. Perciò nessuno lo nota.

E se anche qualcuno, sventuratamente, dovesse notarlo, stiamo pur certi che lo terrebbe per sé.

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Mimetismo n° 1

Mentre si cammina nel centro di una città dove non s’è mai stati, viene fuori un rumore.
È un rumore come uno sfiato di balena, o una sirena antiaerea, o un corno nel giorno della caccia alla volpe.

Ci si ferma lì, tra un’aiuola di genziane e una chiesa ortodossa a pianta esagonale, ci si guarda attorno, che gli occhi spieghino quel che non capiscono le orecchie.

Nessuno pare sentire niente. Continuano quel che facevano. Camminano, chiacchierano, fanno scorrere le grucce dei cappotti appesi con dita scrupolose da bibliotecari.
Un cane, lui sì, ha alzato la testa. Ma forse è un caso.

Sarà un messaggio che solo noi possiamo sentire? O sarà un rumore di qui, che per noi è strano, ma che per loro è niente?

Poi smette. Resta nell’aria un’eco breve, come quando si parla ad alta voce nelle stanze di una casa vuota.

Non se ne parla. Uno scrollare di spalle, e si riprende a camminare: forse era un gioco, chi si spaventa perde.

Forse erano le trombe del giudizio, ma, di tacito accordo, le abbiamo ignorate nel pigro mimetismo della domenica pomeriggio.

Se davvero avevano bisogno, richiameranno.

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Odissea

Oggi il pruno ti ha chiamato. Ha posto il suo dito appuntito sotto al tuo mento e ti ha girato la faccia, che tu potessi vederlo, quel suo bianco profumo acuto che non si sente nel naso, ma sul fondo della lingua, come un sapore di frutti acerbi e di corteccia.

A un certo punto, mentre camminavi, il piccolo gruppo di persone che avevi visto all’andata, seduto a chiacchierare sul ciglio di una scarpata, se n’è andato e adesso che torni, loro non ci sono più. Dato che sai dov’erano seduti, ora puoi notare sull’erba un avvallamento che nessuno oltre a te avrebbe notato.

Ti chiedi dove ti trovassi tu, quando quelle persone hanno deciso di lasciare il loro posto e in che modo sia stata presa la decisione. Chi di loro abbia detto ‘adesso s’è fatto tardi’, o ‘mi sta venendo freddo’, o ‘mi fa un poco male la schiena’.

Forse, ma non è detto, hai sbagliato a non seguire il suggerimento del piccolo stormo in cielo che ostinatamente ti indicava l’est, mentre tu continui a procedere verso ovest, con le ciglia accese per il sole basso che ti imprigionano la vista come minuscole inferriate d’oro.

Ma a te, non ti conosce nessuno. Sei solo uno che oggi annusa una viola. Uno specchio appoggiato al muro di una casa vuota che da cent’anni riflette uno spicchio di cielo e un po’ di muro.

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Un banchetto

Ieri l’ho visto abbandonare la mano che lo reggeva e disegnare una parabola nell’aria. Qualche acino ancora aggrappato al raspo si è aperto in crepe nel toccare il suolo. Lì è rimasto, superato dai miei passi.

Oggi eccolo imbandito, drappeggiato di un’organza di bava di lumaca, mentre tutt’intorno si consuma un banchetto. I commensali sono ditteri dai mille occhi e limacce arrugginite, e moscerini, e altri esseri infinitesimi.

Vieni, siedi anche tu con noi, assaggia questo sapore appassito di mosto e polvere, consuma questa polpa molle e zuccherina. Ascolta: il borbottare dei nostri stomaci è un chiacchierare d’altri mondi, lo stormire delle nostre ali somiglia forse alla musica che ascoltano i morti.

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Fatti

Una lucerna romana spaccata, confitta nella parete di terra battuta di un’antica catacomba. Oppure una noce.

Quel che si vede è un vuoto, e quel vuoto è l’unica cosa che l’oggetto concede.
Una parte cava, spezzata a metà, trascurabile per estetica e funzionalità.

La terra l’abbraccia, ne cinge i bordi. Dietro – noi non possiamo vederlo – aderisce al lato convesso in una simbiosi imperfetta, violata solo da bacilli e pallidi vermi del sottosuolo.

L’oggetto mostra di sé non più ciò che era stato progettato per mostrare, ossia il guscio duro di protezione, ma (che vergogna!) una parte segreta, una piccola vacuità da cuore in sezione. Atrio e ventricolo pietrificati, battito fermo, umido, rotto. Piccolo gheriglio di luce morta.

Perdoniamolo: il gioco dell’esistere è complicato, capita a volte che se ne confondano le regole.

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Fare mattino

È quasi arrivata l’ora, perciò puoi cominciare a gesticolare via la notte con le mani, sbiadire il buio a colpi di palpebre, ingoiare dentro le iridi la fuliggine scura della notte che arrossa gli occhi e rende liquidi gli orizzonti.
Parlami di come un giorno la poesia ti è scivolata via da dosso – da te che sei così importante – e, senza un motivo, si è incollata sulle cose da niente.
Sugli spigoli netti dei gradini davanti alle chiese nel mezzogiorno d’agosto; sul baluginare dei denti di una persona che ride da sola nell’abitacolo della sua auto bianca; sull’ombra aliena di un albero spoglio; dentro il becco di un merlo, dov’è rimasta per un po’ in compagnia di una bacca violacea; nella voce opaca dei morti; nei rapidi scatti di polso di un barbiere zoppo, e in molti altri posti ancora.

Parlamene finché la voce non ti si sarà fatta roca e solo allora potrai dire: “guarda, rischiara”.

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Fatti

Vongole

“Mi dia, per piacere, una retina di vongole”.

“Mi scendono i pantaloni, tra poco resto in mutande”, ride la pescivendola dietro al bancone.

Il tessuto di felpa, allentato dall’uso, conserva la forma ronda delle natiche della donna, scivolata quasi all’altezza delle sue ginocchia. Lei afferra l’elastico lasso con la punta delle dita, tirandolo fin sopra la piega del ventre.

“Mi scendono i pantaloni, poi chissà che bello spettacolo, fuggiranno tutti”, ride la pescivendola con i capelli gialli, dalla consistenza della lana di vetro.

“Ma no”, sorride la cliente, “Ma no, anzi: attirerà persone a frotte”.

La pelle rosa della pescivendola si tinge d’un rosso che parte dai nervi del collo, solidi come radici d’albero, e sale verso l’alto in una rapidissima fotosintesi cremisi.

“Vuole il prezzemolo?”, chiede, la voce rotta dal gorgogliare del riso.

“Sì, grazie”.

“No, grazie a lei”.

Ma tutto quel gioco è durato troppo poco, e ora vuole già rifarlo: una doppia passata sull’argenteria per rinnovarne la luce.
Incartando il pacchetto, ricomincia: “Mi scendevano i pantaloni, poi chissà che bello spettacolo, sarebbero fuggiti tutti”.

E la cliente torna diligente alla sua riga del copione: “Avrebbe avuto la fila, le dico. Una fila di clienti”.

Ecco, la pescivendola adesso se la immagina quasi, quella fila di uomini (magari non lunghissima, va bene, ma considerevole), lì a guardare con desiderio le sue cosce pallide, i solchi sottili delle smagliature, gli avvallamenti della cellulite, il vello morbido della sua peluria.

Ride più forte: “Grazie, grazie! E buona giornata!”.

Tra le valve chiuse delle vongole c’è ancora un piccolo sorso di mare: è quel che basta al mollusco per vivere ancora, per qualche minuto in più.

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Fatti, Persone

Tre spiragli

Oggi la vita ha la stessa trama impalpabile del vapore che esala dal pelo di un cane che s’è bagnato correndo di slancio in un’inconsapevole pozzanghera e ora se ne sta lì accucciato, ad evaporare al primo sole del mattino.

Oggi la vita ha la forma illusoria di un’inflorescenza bruchiforme di carpino caduta sul selciato quando, nell’avanzare veloce dei tuoi passi, sembra che si contorca, viva.

Oggi la vita ha la inespressa speranza di un paio di dita che, strappando uno dei numeri di telefono penzolanti come brevi stelle filanti dall’annuncio di lavoro appeso a un lampione, si procurano un piccolo taglio che brucia un po’, ma senza sanguinare.

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Fatti, Persone

Le chiavi

Quando entravano in casa più tardi del solito, la sera, facevano tintinnare forte le chiavi in un artificioso concertino di metallo davanti all’uscio ancora chiuso.

Lo facevano per avvertire chi era dentro (ma dentro, a quanto si sapeva, non c’era nessuno) del loro arrivo.

“Siamo qua, mostri”, dicevano, “dovete andare perché è il nostro turno, ora”.

Erano stati al cinema, probabilmente, e ora, le penne arruffate dal freddo nei loro cappotti misto lana, stavano pregustando il vicinissimo momento in cui si sarebbero scaldati un tè, o avrebbero versato un dito di liquore nella tazza rossa della colazione, per far durare la bella serata ancora un po’, prima di lasciarla andare per sempre, senza troppi rimpianti, nell’anestesia del sonno che non fa sentire il dolore: solo (a volte) un fastidioso formicolio, o poco più. Non c’era tempo per le cose che fanno paura. Era una questione di opportunità.

Agitavano le chiavi nel percorso che le portava dalla tasca alla toppa, allora, concordi nella loro domestica scaramanzia. Poi schiudevano decisi la porta e la lasciavano aperta per un attimo di troppo, affinché il buio che si trovava dentro avesse il tempo di travasarsi in quello all’esterno, in un osmosi silenziosa.

E gentile.

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Fatti

Un temporale improvviso

Sono una chiesa in cui sei entrato per caso.

Quel giorno pioveva una pioggia pesante. Le gocce s’infrangevano a terra in un suono come di guscio d’uovo schiacciato. Se avessi potuto toccarlo, quel cielo itterico, avresti sentito che conservava un antico fastidio, come un vecchio livido ingiallito.

Sono una chiesa in cui sei entrato per caso, solo per ripararti. La testa china non per contrizione.
Quando, alla fine, il sole ha morso i vetri del rosone, sei uscito senza un amen.

T’ho visto, poi, girarti per un attimo a guardarmi con la compassione distratta che hanno i bambini verso gli adulti quando non li sanno consolare.

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