Eventualità, Luoghi, Persone

Le dolci coste dell’isola di Kiritimati

Mi trovo tra le mani un globo di latta. Ammaccato, ma non scolorito, potrebbe sparirmi in un pugno, se lo chiudessi.

Immagino occhi come quel mondo. Guardo il globo e li cerco. Li ritrovo lì, nell’azzurro screziato dell’Oceano Pacifico, il sole li riempie in un pomeriggio d’estate, un sorriso li inclina. La pupilla è la minuscola, misteriosa isola di Kiritimati, proprio al centro, quasi impossibile vederla, se non sai dove guardare: un tratto violetto nel grande blu. Cerco gli stessi occhi una sera all’imbrunire, quando il giorno si fa crepuscolo e la vita fa meno paura, li vedo lì, aperti sull’Antartide, intorno solo mare e una vita che insegna ad ogni ora a ricominciare.

Occhi che hanno ricominciato ad ogni battito di ciglia, ad ogni sguardo hanno avuto un mondo nuovo.

Trovo quegli occhi al buio, aperti sulle lande della Russia, occhi e stelle venute male, inutile anche solo starle a guardare, solo eruzioni cutanee di un cielo perso: lo toccavi con un dito, ora non t’importa più. Ho visto quegli occhi sperare e sognare, ragionare e innamorarsi tra la Namibia e il Mozambico, il mare intorno, da cornice. Occhi chiusi lì, in Europa, palpebre stanche, a riposarsi ancora un po’, per poter ricominciare, domani, a cercare un modo per potersi pensare migliori.

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Il regno delle luci

Un vecchio negozio di lampadari che non c’è più, sotto il porticato di via Flavio Biondo – “Questa la chiamo il mio gioiellino”. A dirlo è un uomo anziano, e lento, con i capelli bianchi e morbidi come un manicotto di lapin. Sta parlando di una lampada da scrivania con il paralume verde e lo stelo d’oro, come quelle che si trovano appollaiate sui tavoli di legno morbido delle sale da lettura delle vecchie biblioteche, abituate ad illuminare il ballo della polvere sopra pagine sottolineate a matita. “L’ho comprata da una persona che l’ha comprata da una persona che l’ha avuta in regalo dal custode di una vecchia biblioteca”, dice appunto l’uomo, che sta parlando con una bambina di forse dieci anni che porta un berretto di lana rossa, come se fosse in procinto di andarsene.

“Questa la chiamo il mio gioiellino”, ripete l’uomo, che ama ripetere le cose, quando gli sembra che siano cose interessanti. Intanto spolvera il cappello verde della lampada con un panno e controlla che la lampadina sia ben avvitata, scottandosi un po’ le dita, poi le consola soffiandoci sopra, come si soffia su un cucchiaio di brodo bollente. Dopo la appoggia di nuovo sul tavolo.


Sopra di loro, appesi al soffitto, pendono decine di lampadari di ogni foggia. Alcuni sono trasparenti e glaciali: fontane d’inverno, altri rossi, e viola, e gialli, come meduse pulsanti. Alcuni sono tentacolari, altri tozzi, alcuni squadrati, altri a forma di fiore o foglia. A starci sotto è come camminare, piccolissimi, sotto l’ombrello di funghi velenosi. O meglio nelle profondità abissali, illuminati da una mostruosa muta di spettrali pesci lanterna.


“Ciao, ciao, piccolina, a presto”, saluta l’uomo ridendo un po’, perché è contento, sotto quella foresta di luce. “Ciao, ciao, piccolina, a presto”, ripete. E le parole suonano lontane, come quando si parla sott’acqua.

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Camminare a Porto in Portogallo

Quando si viaggia nessuna casa è casa, eppure diventa casa la stanza di una notte o l’angolo di scoglio su cui ci si siede a respirare il mare.
Se si viaggia a lungo può capitare di finire per trovarsi in Portogallo, ad esempio in una città in salita appesa sul fiume. Quel fiume potrebbe chiamarsi Douro e potrebbe tendere ad arrivare al mare senza andar dritto, ma arrotolandosi in mulinelli e in onde ricce come capelli rigirati tra le dita. Può succedere di perdersi e percorrere una discesa ripida, un vicolo che si chiama rua de Cimo de Vila. A sinistra, nella discesa, c’è un edificio coperto di azulejos bianche e blu, che è la canonica di una chiesa e forse dentro stanno distribuendo pasti caldi, o forse no. A un balcone è affacciata una donna grassa, con capelli bianchi e vaporosi intorno al viso che stende vestiti grevi d’acqua e lasciano cadere gocce pesanti nere sull’asfalto grigio. Camminando si incontrano altri balconi e altre vite. Lampadine accese in stanze profonde come pozzi, un uomo con le braccia appese alla balaustra, le mani arrese al vento come bandiere a tenere il ritmo dell’aria.

Se si gira un angolo all’improvviso la fenditura tra le case può regalare uno scorcio bianco e blu: chiese magiche, coperte di piastrelle colorate vivide come un sogno quando è vivido. Il loro nome può essere ‘chiesa delle anime’ oppure ‘chiesa di santo Ildefonso’, e se ci entri dentro sono scure, con qualche stucco e con statue di santi con capelli veri, che forse avrebbero bisogno di un paio di colpi spazzola. Ma una chiesa c’è, il cui interno è ben più sorprendente del suo guscio: si chiama chiesa di San Francesco ed entrarci è come entrare in una foresta accesa del tramonto più infuocato. Non si pensa subito che quella foglia d’oro che ricopre i legni intagliati, con ogni probabilità, arriva da razzie d’oltreoceano: il pensiero si schiude in testa lentamente, un porcospino che, passato lo spavento, scioglie il suo intreccio e tira fuori il muso. Ma qui dentro non si può far altro che toccare ogni cosa con gli occhi senza fermarli, se non sulla statua di un frate che legge e tiene in mano un grosso libro di preghiere che sembra sul punto di scivolargli, ma non scivolerà tanto presto, non si tema.

Si uscirà, poi, da quella chiesa opulenta, e si saliranno altri vicoli.
Si vedrà una casa senza soffitto sulla cui parete è affisso un grande stucco carico di foglie d’acanto e rose: ‘Casa onde nasce Joao Baptista de Silva Leitao de Almeida Garrett’. Un poeta che non si conosceva prima. Dovrebbero essere tutte come quella, le case dei poeti, che ci guardi dentro e ci vedi il cielo.
Se si arriverà a guardare in faccia l’oceano Atlantico, poi, si potrà pensare che il viaggio sia finito lì, di fronte a quelle grandezze. Non sarà vero, ma si potrà far finta e per un po’ si potrà restare in quell’aria viva e magari stendersi a pancia in su nella luce d’avorio della sera.
Prima di rimettersi in cammino.

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Storia della cercatrice di fossili

Lyme Regis è un paese inglese della contea del Dorset, nato intorno a spiagge di scoglio e dirupi plasmati aguzzi dai venti battenti. Qui nel 1799 è nata Mary Anning. La prima boccata d’aria che ha fatto il giro dei suoi polmoni neonati è senz’altro stata salmastra, gonfia d’invisibili gocce di mare. Un piccolo battesimo delle onde al quale Mary ha tenuto fede finché è stata al mondo. Quel che ha fatto per tutta la sua vita, fin dai primi passi, è stato percorrere la spiaggia in cerca di fossili, come le aveva insegnato suo padre. Schiena curva e sguardo a terra, che a rialzarlo in orizzontale dopo tante ore c’era da sentirsi rivoltare lo stomaco (come d’un mal di mare improvviso) nello scoprire che l’universo era ancora lì e che non era solo fatto di pietre e grani di sabbia.

Il lavoro di Mary era quello di vendere ammoniti fossili in una bancarella allestita di fronte a casa. Gli acquirenti erano perlopiù superstiziosi che con quei molluschi di pietra volevano tener lontane le malattie. A comprare, però, venivano anche degli scienziati, specialmente da quando, a dodici anni, Mary aveva trovato il fossile di un ittiosauro. Un coccodrillo giurassico lungo più di un metro che lei, osso dopo osso, era riuscita a rifare intero. Quello e tanti altri scheletri ricomposti da Mary Anning fanno bella mostra di sé al British Museum, senza che nessuno si domandi ci ha saputo scorgerli, pietra nella pietra, e ridar loro la forma che avevano quando il mondo era ancora giovane e quasi ogni cosa era ancora lontana a venire.

La vita di Mary fu spesso ingrata. Fu quasi sempre a corto di denaro e non fu piacevole nemmeno essere relegata ai margini di una scienza che lei stessa non sapeva davvero padroneggiare, continuamente succhiata e sputata via dai dotti come una gomma dopo che ha perso il sapore.

Se di momenti felici ce ne furono, e possiamo giurare che ce ne furono, si trattò di piccoli momenti segreti. Ad esempio quando, insieme ad una amica, riuscì a rendere di nuovo fluido l’inchiostro che si trovava dentro la sacca preistorica di una seppia altrettanto preistorica e quel liquido scuro lo usò per disegnare la seppia stessa, chiudendo il cerchio con un colpo di pennello che può far girare la testa, se ci si pensa troppo a lungo. Fu felice, si può pensare, quando nella pancia di un ittiosauro scoprì i resti del suo ultimo pasto antidiluviano: una matrioska di fossili. Fu felice ogni volta che nella rena intravedeva uno spigolo, un colore diverso, una forma promettente che forse poteva essere, o forse no, ma probabilmente sì…

Forse, Mary Anning, quelle vecchie ossa a volte le ha anche odiate come si odia ciò che più si ama, esausti di continuare a pensare che sia quella l’unica cosa che conta. Se un momento così c’è davvero stato nella sua vita, senz’altro è stato il giorno in cui una frana s’è schiantata su lei e il suo cagnolino Tray. Lei si è salvata, pur fratturata in più punti. Tray, invece, è morto, inghiottito dalle rocce fradice.

Forse, tra qualche milione di anni, un’altra cercatrice, una Mary Anning del futuro, ne ritroverà il fossile e, con occhi speciali che sanno vedere non solo quel che è, ma anche quel che è stato e quel che potrebbe essere, saprà volergli bene. Non conoscendo il vecchio, gli darà in segreto un nuovo nome e ne immaginerà la vita. Così anche la storia di un piccolo bastardino ingoiato dal tempo saprà andare avanti, indifferente alla morte.

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Persone

Il sole è una pupilla pallida

Il sole è una pupilla pallida dietro a una cataratta di foschia umida, bianca. Dalla sua prospettiva, nel cuore del cielo di mezzogiorno, guarda un uomo camminare nella sua camicia a righe, guidato dal suo cane color ovomaltina.
L’uomo, invece, il sole non lo vede, perchè è cieco.
Il suo cane color ovomaltina è un cane guida. Questo cane guida, però, non sa guidare. Sa avanzare seguendo linee talvolta rette, talvolta curve. Ellittiche, anche. Il mondo per lui è un gomitolo di odori da dipanare una nasata dopo l’altra. Ogni odore, se inseguito, conduce a un determinato oggetto da prendere tra i denti e mordere. Un morso che non serve per mangiare, ma per far sobbalzare, per sollevare, per finger viva una lattina e rincorrerla un po’, per finta. Il cane color yogurt all’ovomaltina va dove lo conduce il filo dell’odore che ha scelto. Giù per una scarpata, o tra le ortiche, o sul ciglio di un dirupo.

E il suo compagno, al buio, lo segue fiducioso. Penserà, forse, che fare una passeggiata significhi quello: attraversare piante urticanti tendendo le mani in avanti per non pungersi. Immaginerà un mondo insidioso, feroce, con mandibole muscolose e unghie che azzannanno e graffiano.

Il cane prende in bocca un piccione morto e ringhia un po’. L’uomo si avvicina, lo sguardo fisso in avanti in un punto lontano che per lui non è altro che un nero che non sa di chiamarsi ‘nero’. “Ehi, cos’hai in bocca? Sputa. Dai, fammi vedere!”. Allunga le dita per guardare con i polpastrelli, come sa fare lui, e afferra penne e carne viva.
Non è molto diverso, a pensarci, se si hanno occhi sani: quel che si vede rimane addosso, ed è sempre troppo tardi per non sporcarsene le mani.

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Luoghi, Persone

Spifferi

San Zeno – C’è una porta aperta che non si capisce da quale parte si deve attraversare, perché quella porta porta sempre fuori. C’è una chiesa senza tetto, dimenticata dietro un fosso, con erba tagliente al posto delle piastrelle. E c’è un santo. San Zenone. Che, prima d’esser santo, fu vescovo a Verona, in qualche punto sulla linea del tempo tra il 360 e il 370. Per esser santi si devono fare i miracoli e lui ne fece tre. Uno di medie dimensioni: un esorcismo sulla figlia indemoniata di un giudice. Un esorcismo, cosa vuoi che sia? Eppure il giudice lo ricompensò con una pesante e sfarzosa corona che gli rimase incollata addosso in tutte le rappresentazioni a venire.

Ben più grandioso il miracolo che lo vede giocare a palla con il Diavolo. E Zeno vince. E anche qui riceve il suo premio: un fonte battesimale di porfido portata in spalla dal Diavolo in persona. Una bella soddisfazione.

Ma eccolo, il miracolo più straordinario. Sono passate un paio di centinaia d’anni dalla morte di Zeno e nella cattedrale veronese a lui dedicata si è appena concluso il matrimonio tra il re longobardo Autari e Teodolinda. Insieme ad uno stuolo di invitati e di curiosi, i due si trovano ancora dentro la chiesa quando l’Adige esonda, gonfiando d’acqua le vie della città. Le trasforma in fiumi in piena, spazza via insieme a un limo melmoso ogni cosa incontri sul suo passaggio che non sia ben ancorata a terra. La cattedrale è sul suo tragitto, ma ecco che una forza misteriosa arresta le acque proprio sulla soglia. Si fermano lì, come se avessero incontrato un muro di vetro. Eppure non c’è davvero niente a fermarle, prova ne è che basta allungare le mani a coppa o accostarsi con le labbra per poter bere da quel fronte compatto. Immobile. Le persone dentro la chiesa sono in trappola, ma sono salvi. Intanto il mondo fuori galleggia nelle acque torbide del fiume. Ora non resta che aspettare il ritirarsi della piena per uscire, assaggiando con le labbra quell’acqua prodigiosa.

Se si alzano gli occhi dal centro della chiesa di San Zenone che conosco io, non si vedono putti dipinti. A volte ci sono arabeschi di nuvole, altre volte un grigio di piombo. In primavera il pavimento è di cardi viola e gramigna, e qualche papavero. In estate è di terra riarsa ed erba gialla. Niente organi. A volte urlano le cicale, a volte borbotta la pioggia. In un angolo c’è una nicchia blu come un quadro di Klein, con dentro un piccolo cosmo di stelle pallide. Non c’è un muro d’acqua a bloccare l’ingresso, anzi: le ante del portone sono sempre spalancate come ali di uccello. Eppure anche qui il mondo sa restare fuori, nonostante tutti gli spifferi.

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Fatti, Persone

Repubblica rossa come il rosso che non c’è

C’è chi dice che la Repubblica italiana abbia un colore e che quel colore sia il rosso. Il rosso delle giubbe garibaldine che hanno inventato uno Stato a venire, e in seguito il rosso del colore politico dei ribelli, del bel fior del partigiano morto per la libertà, degli occhi stanchi di chi si è fatto insonne per poter sognare da sveglio. La Repubblica italiana, però, è nata in un giorno in cui qualcuno il rosso lo rifuggì. “Niente rosso, oggi”. Niente rosso. Niente rossetto sulle labbra. “Niente rossetto sulle labbra per noi ragazze, quel due giugno del millenovecentoquarantasei”. Tonina ha compiuto novantasei anni e il rossetto non lo mette più, perché non ci vede bene e forse non saprebbe seguire i bordi delle labbra. Guarda ancora fuori dalla finestra, però, e intuisce le ombre verdi che sono gli alberi del giardino sul retro. La sera vede l’alone bianco della luna, ma le lucciole non le vede più e forse la sua luna non è che un lampione. Durante la mattinata aspetta l’ora di pranzo e a pranzo ci sarà pasta ai broccoli e poi una coppa del nonno. Nel pomeriggio aspetta l’ora di cena: minestra in brodo e una banana tagliata a fettine. Può essere che sia mezza banana, a ben pensarci. Così tagliata non si capisce. Quando era ragazza camminava veloce nei boschi con le tasche piene di bombe per chi combatteva in montagna. “Qualcuno oggi nega, dice che non ha mai portato armi, ma è una bugia. Dicono che i partigiani erano comunisti, ma anche questa è una mezza bugia: molti no. Molti erano solo stanchi d’esser schiavi e d’essere in guerra e hanno scelto quella strada che forse era giusta, o forse no”. E quando le tasche son tornate piene di pezzi di spago e pezzetti di selce bianchissima raccolta per strada come porta fortuna, ecco che si scopre che la rivoluzione era appena cominciata.
“Si parlava di voto alle donne e sembrava si parlasse di cose impossibili, invece poi si è votato davvero e quel giorno ai seggi c’erano le file. File lunghissime e noi ragazze e le nostre mamme e le nostre nonne, lì ad aspettare che fosse il nostro turno, tutte eleganti per l’occasione, ma niente rossetto. Lo avevamo letto sui giornali: lo consigliavano perché le schede allora si chiudevano leccandole come si lecca la colla delle buste e noi non dovevamo lasciar segni. Perché il nostro voto doveva valere come quello degli altri”. La Repubblica italiana è il rosso e il contrario del rosso. E se quel giorno a scegliere per la prima volta sono andati tutti, a disfarla può essere il contrario di tutti se a guidarla è quel Nessuno pusillanime che rifiuta un nome per ingannare il ciclope accecato che è un popolo che non vuol vedere niente.

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