Luoghi, Persone

La via dei cieli

C’è un uomo che, un giorno di diversi anni fa, camminando in strada si chinò a raccogliere l’involucro accartocciato di una caramella e lo mise in tasca. Poi, dopo qualche passo, ne vide un altro, e raccolse anche quello. E così via. Tornato a casa si frugò nelle tasche e dispose sul tavolo quel bottino dal vago aroma di anice e menta e decise di farci un quadro. Precisamente un mosaico di cui quelle cartine sarebbero stati i primi tasselli. Così successe che, ogni volta che usciva di casa, l’uomo cominciò a raccogliere i rettangoli di plastica delle caramelle.

Funziona così: la carta si arrotola tra le dita piano piano, fino a farne un tubicino sottile. Si lascia che i polpastrelli ne consolidino la forma scorrendo avanti e indietro. Poi, con la colla, si fissa la carta di caramella a un cartoncino, vicino ad altre carte di caramella arrotolate come lei.

L’uomo, sin da subito, si diede una regola, perché sono le regole a rendere interessanti i giochi: valgono solo le carte di caramella trovate per strada. Vietato comprarle. Per questo è così difficile trovare gli involucri di caramella dei colori giusti per finire il disegno. Alcuni colori sono facili da trovare, come il rosso e il verde. Altri, invece, sono difficilissimi. L’azzurro è il colore più raro di tutti.

Man mano che andava avanti con i suoi mosaici, l’uomo aveva cominciato ad accorgersi che sotto ai suoi occhi si formava una città diversa: una città nella quale i nomi delle vie non avevano più molta importanza, ma ne avevano, invece, i colori delle carte di caramella. Questo perché non è uguale la probabilità di trovare – mettiamo – il giallo in ogni quartiere della città: con l’andare del tempo l’uomo aveva imparato che per trovare giallo in buona quantità doveva andare nel viottolo che costeggiava i giardini pubblici, perché era li che andava a passeggiare una persona amante delle caramelle al limone. Ogni pochi passi ne scartava una e la metteva in bocca, ma non prima di averne lasciato cadere a terra l’involucro, forse con una certa circospezione per non esser vista, oppure – chi lo sa? – con ostentata sfacciataggine.

Così, ormai esperto, l’uomo aveva pensato di realizzare di suo pugno una mappa diversa della città, non più fatta di nomi di papi e di generali, di svolte a destra o a sinistra, di salite e di discese, ma di colori.
Qui di solito si trova il viola, qui capita di trovare il rosa, ma non manca nemmeno il bianco, più sporadicamente. Lì c’è il verde. Là il rosso. Ecco la curva del violetto e quello è il viale dell’arancione acceso.

Alla fine l’uomo trovò anche l’azzurro. La prima volta che raccolse la cartina accartocciata di una caramella menta e liquirizia pensò a un caso fortunato. Fu solo per sicurezza che preferì tornare a controllare anche il giorno successivo, senza nutrire troppe speranze, ma eccola di nuovo lì, quell’iride rettangolare a fissarlo dall’asfalto. Il giorno dopo due. Poi una. Oggi niente. Oggi tre. E capì che – eccola – quella era la via dell’azzurro.

La via di molti cieli a venire.

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Fatti, Persone

Rivoluzioni

Che le rivoluzioni non siano tutte di uno stesso tipo, a Tonina lo insegnò il risuonare sordo di poche parole che le rimbalzarono in testa come un pugno di ghiaia gettato in un corridoio vuoto, dove ogni suono si moltiplica in eco.

Nessuno in casa lo sapeva, allora, che lei aiutava i partigiani. Era un segreto che si rigirava in bocca come una caramella troppo grande da inghiottire, ma troppo umida di saliva per poterla sputar fuori senza vergogna. Ogni giorno le sue gambe magre di molte fami la spingevano su per sentieri di montagna, con il petto gonfio di paura e di orgoglio. Di dubbi, anche: il dubbio di non essere nel giusto, perché la verità è viscida tra le dita come la schiena d’argento di un pesce e pretendere che stia ferma vuol dire chiederle d’esser morta.

Poi arrivò quel pomeriggio, ed era un pomeriggio composto da tutti quei rumori che compongono il silenzio: il verso monotono di un picchio lontano, il battere di un piede sul pavimento. Voci lontane, quasi sottomarine raggiungevano la cucina bagnata dal sole obliquo delle sei, che allunga le antenne ai coleotteri nella loro ombra sui muri intonacati.
La madre di Tonina era seduta a cucire vicino alla finestra, gli occhi così bassi da sembrare chiusi, e Tonina sgranava piselli come rosari laici.
Non alzò nemmeno la testa dal cucito, né fermò l’insistere dell’ago. Solo disse: “Sono d’accordo con te”.

Tonina, che oggi ha novantasette anni, quando lo racconta piange lacrime calde da quegli occhi opachi, quasi ciechi, e sono lacrime di una ragazzina intenta in cose enormi, con la convinzione di far bene e la paura di far male, desiderosa del sollievo grande che dà l’approvazione di chi t’ha data al mondo.

“In quel momento davvero non lo sapevo più, se la resistenza la stavo facendo io o la stava facendo lei”.

Come una lama di luce capace di illuminare in un attimo il microcosmo di polveri nell’aria, ogni tanto qualcosa lascia intravedere un mondo fatto di tante piccole rivoluzioni che si fanno anche così, senza alzare gli occhi dalla linea dritta di un orlo, in un esercizio domestico di amore, di politica, di etica, di domande, di disobbedienze e di libertà.

“Per questo oggi non ho voglia di parlare di quello che ho dato alla causa, ma di quello che ho ricevuto. Ho imparato, ad esempio, che non bisogna star zitti di fronte alle ingiustizie. Nessuno ti regala niente, e se vuoi la giustizia devi conquistarla ogni giorno. Valeva allora e vale ancora”.

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Fatti, Persone

Nemici invisibili

Una donna in piedi al centro del salotto, di fronte alla finestra aperta. Qualcuno, vedendola, potrebbe pensare che stia facendo ginnastica.

Alza le braccia con forza, verso il soffitto. Lancia calci violenti all’aria, gomitate a qualcuno che non c’è. Eccolo! Non lo vedi: non è lì, proprio dietro alle sue spalle. Allunga d’un tratto il collo, piegando il busto in avanti, sferrando una testata ad un naso ch’è altrove. Una lotta all’ultimo sangue con nessuno.

Ora la donna si è stesa a terra, con le gambe sopra a un tappeto che appare ruvido come la schiena di un ratto e la testa sul pavimento a piastrelle gialle, e sferra un attacco senza requie al suo nemico invisibile, battendo i talloni contro il nulla, a raffica.

Poi, come rispondendo ad un richiamo a ultrasuoni, che nessun orecchio tranne il suo può sentire, si alza, mettendosi prima a sedere e poi facendo leva con le mani sulle ginocchia. Eccola sparire dietro un angolo lasciando di sé solo una breve impressione sulla retina di chi la osserva.

Una manciata di secondi.

Torna con in mano un panno bianco, sul quale è ricamata in rosa la lettera L, e comincia a spolverare un tavolo di legno chiaro, che si trova appoggiato alla parete a destra.

Microcosmi di polvere le ballano intorno per un attimo, illuminati da una lama di luce.

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Istruzioni, Luoghi, Persone

Istruzioni per andare al mare in una mattina di febbraio

Fridtjof Nansen nacque in Norvegia nel 1861, in un mondo fatto di ghiacci e freddo che a guardarlo sembra sempre uguale a se stesso. La conosciamo, però, la storia dei molti modi degli esquimesi per chiamare la neve che, come per magia, fanno comparire tante varietà di neve quante sono i termini che la descrivono. Perché non sempre sono le cose a far nascere le parole: spesso sono proprio le parole a far emergere come un faro le cose dal buio dove sono immerse prima di dar loro un nome.

Così Fristjof si mise a guardare quei ghiacci e quelle nevi e a illuminarli con il suo sguardo, un metro dopo l’altro fino a che arrivò al mare. Qui non si fermò: si imbarcò sulla nave Viking, che era una nave per la pesca delle foche, e percorse in lungo e in largo il mare della Groenlandia. In quelle increspature macchiate dal sole leggeva misteri che gli sembrava ogni giorno di decifrare un po’ meglio del precedente.

Il vento gli urlava in bocca e lui gli rispondeva ed era tutto un gridarsi in faccia in un frullare di spruzzi salati come farfalle dalle ali trasparenti. Osservava come si muovevano i ghiacci e ascoltava lo squittire delle foche. Un giorno Nansen, in mezzo al baluginare dell’acqua, scorse alcuni pezzi di un relitto. Quei pezzi di legno fradicio lui li lesse come si legge un prontuario e si convinse dell’esistenza di una corrente artica che partiva dalla Siberia e proseguiva verso il Polo Nord e da lì verso la Groenlandia.

Così fece costruire una nave e la battezzò con il nome ‘Fram’ che in norvegese significa ‘Avanti’. Avanti era la direzione verso la quale guardava Nansen ed è facile immaginarlo scrutare l’orizzonte con la mano tesa a riparare gli occhi chiari dalla luce, come in un saluto militare che invece era solo un modo per spingere gli occhi ancora più in là e trasformare ancora una volta l’orizzonte in una linea di partenza.

Era il 14 giugno del 1893 quando Fridtjof salpò da Oslo per raggiungere il Polo Nord facendosi spingere da una corrente che intuiva senza saperla davvero, di cui ricordava solo la carezza gelida sulle guance e quel tocco era bastato a farlo innamorare. Viveri per sei anni, carburante per otto anni, Fram fu lasciata andare alla deriva in mezzo ai ghiacci fino a che i ghiacci non la morsero davvero, stringendo le mandibole intorno ai suoi fianchi, prima rallentandola e poi fermandola davvero là in mezzo a quel deserto freddo. Nansen, però, voleva ancora andare avanti. Allora scese e la corrente che aveva cercato la inventò con la forza dei suoi piedi. Tracciò i suoi passi sulla neve ghiacciata. Erano passati due anni. Nessuno era mai arrivato così vicino al Polo Nord quanto Nansen fece quella volta. Le cose che aveva visto gli restarono attaccate agli occhi e gli resero lo sguardo pesante la troppa neve, i troppi ghiacci e fu con quello sguardo proiettato in avanti che, dopo la prima Guerra Mondiale, inventò il passaporto che consentiva agli apolidi l’immigrazione in un paese diverso da quello di origine: che si vada dove si vuole e dove si può. Dove portano le correnti finché ci portano.

Per andare al mare una mattina di febbraio una buona idea può essere quella di percorrere via Fridtjof Nansen fino in fondo, sbirciando nei cortili delle case con le saracinesche sprangate e l’erba alta, e una palla sgonfia gialla e nera appiattita nell’alcova del barbecue. Si arriverà, allora, fino alla sabbia che è un piccolo deserto soffice e lucente: scaglie di conchiglia e brillare di vetro in potenza e si ascolterà una risacca lenta, e qualche strillo di gabbiano.

Un frullare d’ali e tanto spazio davanti ancora da capire.

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Persone

Un funambolo

Doma la paura come si doma un puledro selvaggio. Affondaci le unghie, falle sentire chi comanda. Questo ho imparato percorrendo la linea, tesa sul vuoto a unire due punti, come un’idea. Sono un funambolo e disegno poesie, le spremo fuori dalla vita con i denti, come si fa uscire la polpa dei lupini dalla loro buccia gialla. E più alto è l’abisso, più grande la sfida.

Io sono il primo uomo che sbarca sulla luna ogni volta che con il tratteggio dei miei piedi traccio una linea tra due punti, senza cadere. E non cado mai nemmeno con il vento contro. Me lo faccio amico, il vento, lascio che mi gonfi la camicia, che mi spettini i capelli, volgo il mio corpo per ingannarlo, perché, senza accorgersene, si trovi a favorirmi nella traversata. E quando matura la primavera e percorro il filo a piedi scalzi, ecco che con le dita suono il pianoforte.

Il cavo ha indurito le mie curve e sui calli sono arrivate le vesciche che sono diventate un altro strato di calli. Eppure come sono leggero mentre suono la mia musica senza note. A volte chiudo gli occhi e qualcuno dice ‘Oh!’, ma non sanno che anche con gli occhi chiusi vedo ogni palmo.

Vedo la mia paura crescere e gonfiarsi come un lenzuolo steso al sole ed è a quel punto che io la cavalco più forte, premo i calcagli contro i suoi fianchi, che corra al galoppo, che mi porti lontano dove non son mai stato, a bordo di quei due centimetri di fune.

E quando qualcuno mi chiede a cosa penso mentre appoggio un piede avanti all’altro, nel punto più lontano da entrambe le rive, io non la dico mai la verità: che nella maggior parte dei casi penso a cosa mangerò per cena, e penso al profilo tondo di un culo sodo e non ci penso che la poesia è là in giro, dappertutto, che non c’è neanche bisogno di cercarla: ti si attacca addosso come il costume bagnato dopo il primo tuffo al mare.

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Fatti, Persone

Una storia mancata

Un fatalista direbbe che tutto è andato esattamente come doveva andare. I ferrovieri del 1938 non lo dissero. Ma loro, del resto, non dicevano quasi niente. Di loro si raccontava che non parlavano: cospiravano. E la cosa non era del tutto sbagliata. Di loro si raccontava anche che fossero tutti socialisti. E anche questo era vero. No ci fu bisogno di dire niente nnche quella volta, quando seppero che Hitler sarebbe arrivato in Italia e e sarebbe sceso giù fino a Roma a bordo di un treno. Bastò forse qualche cenno del capo. Un’alzata di sopracciglio. Sguardi rapidi di pupille mobili come girini in uno stagno.

Anche la parola ‘attentato’ non fu mai pronunciata. Furono, invece, aperte sul tavolo le tabelle con tutti i turni. I ferrovieri, tanto silenziosi quanto socialisti, volevano capire chi avrebbe lavorato nel giorno dell’arrivo di Hitler. Venne fuori che sulla linea che portava da Milano a Roma doveva esserci Di Marzio che era lì, insieme a loro, intorno al tavolo.

In tutto quel silenzio, Di Marzio parlò e disse. “Dovete stare tranquilli”. E tranquilli, a modo loro, si stettero davvero. Fino quando il conto alla rovescia segnava poche ore: fu allora che tutti i turni vennero cambiati. Ora al posto di Di Marzio c’era Russo. Russo aveva una moglie e tre figli perciò tutti i girini negli occhi dei ferrovieri cominciarono a correre da uno all’altro come palline di flipper impazzite perché forse Russo non se la sarebbe sentita di morire.

Poi Russo parlò. Quello che disse fu ‘Dovete stare tranquilli’ e le parole non erano logore per l’uso, anzi: avevano un suono nuovo perché cominciava lì un’altra storia.

Gli errori sono più affidabili delle esattezze e i ferrovieri dovevano saperlo, infatti il loro piano faceva perno proprio su un errore. Il terzo segnale a nord di Bologna era guasto: segnava verde, ma portava a un binario morto. Russo avrebbe dovuto virare proprio verso quel binario morto, ascoltando il segnale verde che aveva sempre evitato, per schiantarsi a tutta velocità. Possibilità di sopravvivere: nessuna.

Prima di uscire di casa Russo scrisse una lettera alla moglie. Addio, addio. La lasciò in un cassetto della credenza, che non la trovasse subito. La vita che finisce.

A Milano salì sul treno con la lentezza di gesti di chi fa una cosa per l’ultima volta, respirando a fondo l’odore acre di fumo e freni.

Poi arrivò la milizia: “Il treno oggi lo guidano i tedeschi”. E Russo scese. La vita che continua. Forse da qualche parte in gola, dove si era formato un grumo duro che non riuscì a deglutire mai più, c’era anche del sollievo per il mondo che proseguiva, con tutte le sue miserie e le sue meraviglie.

Fu per colpa di quel sollievo ingiusto che, mentre guardava il treno partire con un battere di ferri come un cuore che scoppia, Russo cominciò a piangere un pianto che non poteva finire. Pianse quando tornò a casa la sera e tolse la lettera dalla credenza per buttarla a farsi mangiare dal fuoco dentro la stufa. Pianse quando tornò al lavoro e tornò a manovrare altri treni e, soprattutto, pianse davanti al terzo segnale bugiardo a nord di Bologna che lo guardava con un occhio verde che sembrava vedergli attraverso.

Pianse anche molti anni dopo, quando venne a trovarlo a casa Di Marzio, che, in questa storia fu la prima vittima dell’imprevedibile. In quell’occasione convocarono in salotto tutta la famiglia di Russo e, a turno, raccontarono di quando stavano per ammazzare Hitler e invece no. Che non andasse perduta.

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Eventualità, Luoghi, Persone

Le dolci coste dell’isola di Kiritimati

Mi trovo tra le mani un globo di latta. Ammaccato, ma non scolorito, potrebbe sparirmi in un pugno, se lo chiudessi.

Immagino occhi come quel mondo. Guardo il globo e li cerco. Li ritrovo lì, nell’azzurro screziato dell’Oceano Pacifico, il sole li riempie in un pomeriggio d’estate, un sorriso li inclina. La pupilla è la minuscola, misteriosa isola di Kiritimati, proprio al centro, quasi impossibile vederla, se non sai dove guardare: un tratto violetto nel grande blu. Cerco gli stessi occhi una sera all’imbrunire, quando il giorno si fa crepuscolo e la vita fa meno paura, li vedo lì, aperti sull’Antartide, intorno solo mare e una vita che insegna ad ogni ora a ricominciare.

Occhi che hanno ricominciato ad ogni battito di ciglia, ad ogni sguardo hanno avuto un mondo nuovo.

Trovo quegli occhi al buio, aperti sulle lande della Russia, occhi e stelle venute male, inutile anche solo starle a guardare, solo eruzioni cutanee di un cielo perso: lo toccavi con un dito, ora non t’importa più. Ho visto quegli occhi sperare e sognare, ragionare e innamorarsi tra la Namibia e il Mozambico, il mare intorno, da cornice. Occhi chiusi lì, in Europa, palpebre stanche, a riposarsi ancora un po’, per poter ricominciare, domani, a cercare un modo per potersi pensare migliori.

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Luoghi, Persone

Il regno delle luci

Un vecchio negozio di lampadari che non c’è più, sotto il porticato di via Flavio Biondo – “Questa la chiamo il mio gioiellino”. A dirlo è un uomo anziano, e lento, con i capelli bianchi e morbidi come un manicotto di lapin. Sta parlando di una lampada da scrivania con il paralume verde e lo stelo d’oro, come quelle che si trovano appollaiate sui tavoli di legno morbido delle sale da lettura delle vecchie biblioteche, abituate ad illuminare il ballo della polvere sopra pagine sottolineate a matita. “L’ho comprata da una persona che l’ha comprata da una persona che l’ha avuta in regalo dal custode di una vecchia biblioteca”, dice appunto l’uomo, che sta parlando con una bambina di forse dieci anni che porta un berretto di lana rossa, come se fosse in procinto di andarsene.

“Questa la chiamo il mio gioiellino”, ripete l’uomo, che ama ripetere le cose, quando gli sembra che siano cose interessanti. Intanto spolvera il cappello verde della lampada con un panno e controlla che la lampadina sia ben avvitata, scottandosi un po’ le dita, poi le consola soffiandoci sopra, come si soffia su un cucchiaio di brodo bollente. Dopo la appoggia di nuovo sul tavolo.


Sopra di loro, appesi al soffitto, pendono decine di lampadari di ogni foggia. Alcuni sono trasparenti e glaciali: fontane d’inverno, altri rossi, e viola, e gialli, come meduse pulsanti. Alcuni sono tentacolari, altri tozzi, alcuni squadrati, altri a forma di fiore o foglia. A starci sotto è come camminare, piccolissimi, sotto l’ombrello di funghi velenosi. O meglio nelle profondità abissali, illuminati da una mostruosa muta di spettrali pesci lanterna.


“Ciao, ciao, piccolina, a presto”, saluta l’uomo ridendo un po’, perché è contento, sotto quella foresta di luce. “Ciao, ciao, piccolina, a presto”, ripete. E le parole suonano lontane, come quando si parla sott’acqua.

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Luoghi, Persone

Camminare a Porto in Portogallo

Quando si viaggia nessuna casa è casa, eppure diventa casa la stanza di una notte o l’angolo di scoglio su cui ci si siede a respirare il mare.
Se si viaggia a lungo può capitare di finire per trovarsi in Portogallo, ad esempio in una città in salita appesa sul fiume. Quel fiume potrebbe chiamarsi Douro e potrebbe tendere ad arrivare al mare senza andar dritto, ma arrotolandosi in mulinelli e in onde ricce come capelli rigirati tra le dita. Può succedere di perdersi e percorrere una discesa ripida, un vicolo che si chiama rua de Cimo de Vila. A sinistra, nella discesa, c’è un edificio coperto di azulejos bianche e blu, che è la canonica di una chiesa e forse dentro stanno distribuendo pasti caldi, o forse no. A un balcone è affacciata una donna grassa, con capelli bianchi e vaporosi intorno al viso che stende vestiti grevi d’acqua e lasciano cadere gocce pesanti nere sull’asfalto grigio. Camminando si incontrano altri balconi e altre vite. Lampadine accese in stanze profonde come pozzi, un uomo con le braccia appese alla balaustra, le mani arrese al vento come bandiere a tenere il ritmo dell’aria.

Se si gira un angolo all’improvviso la fenditura tra le case può regalare uno scorcio bianco e blu: chiese magiche, coperte di piastrelle colorate vivide come un sogno quando è vivido. Il loro nome può essere ‘chiesa delle anime’ oppure ‘chiesa di santo Ildefonso’, e se ci entri dentro sono scure, con qualche stucco e con statue di santi con capelli veri, che forse avrebbero bisogno di un paio di colpi spazzola. Ma una chiesa c’è, il cui interno è ben più sorprendente del suo guscio: si chiama chiesa di San Francesco ed entrarci è come entrare in una foresta accesa del tramonto più infuocato. Non si pensa subito che quella foglia d’oro che ricopre i legni intagliati, con ogni probabilità, arriva da razzie d’oltreoceano: il pensiero si schiude in testa lentamente, un porcospino che, passato lo spavento, scioglie il suo intreccio e tira fuori il muso. Ma qui dentro non si può far altro che toccare ogni cosa con gli occhi senza fermarli, se non sulla statua di un frate che legge e tiene in mano un grosso libro di preghiere che sembra sul punto di scivolargli, ma non scivolerà tanto presto, non si tema.

Si uscirà, poi, da quella chiesa opulenta, e si saliranno altri vicoli.
Si vedrà una casa senza soffitto sulla cui parete è affisso un grande stucco carico di foglie d’acanto e rose: ‘Casa onde nasce Joao Baptista de Silva Leitao de Almeida Garrett’. Un poeta che non si conosceva prima. Dovrebbero essere tutte come quella, le case dei poeti, che ci guardi dentro e ci vedi il cielo.
Se si arriverà a guardare in faccia l’oceano Atlantico, poi, si potrà pensare che il viaggio sia finito lì, di fronte a quelle grandezze. Non sarà vero, ma si potrà far finta e per un po’ si potrà restare in quell’aria viva e magari stendersi a pancia in su nella luce d’avorio della sera.
Prima di rimettersi in cammino.

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Storia della cercatrice di fossili

Lyme Regis è un paese inglese della contea del Dorset, nato intorno a spiagge di scoglio e dirupi plasmati aguzzi dai venti battenti. Qui nel 1799 è nata Mary Anning. La prima boccata d’aria che ha fatto il giro dei suoi polmoni neonati è senz’altro stata salmastra, gonfia d’invisibili gocce di mare. Un piccolo battesimo delle onde al quale Mary ha tenuto fede finché è stata al mondo. Quel che ha fatto per tutta la sua vita, fin dai primi passi, è stato percorrere la spiaggia in cerca di fossili, come le aveva insegnato suo padre. Schiena curva e sguardo a terra, che a rialzarlo in orizzontale dopo tante ore c’era da sentirsi rivoltare lo stomaco (come d’un mal di mare improvviso) nello scoprire che l’universo era ancora lì e che non era solo fatto di pietre e grani di sabbia.

Il lavoro di Mary era quello di vendere ammoniti fossili in una bancarella allestita di fronte a casa. Gli acquirenti erano perlopiù superstiziosi che con quei molluschi di pietra volevano tener lontane le malattie. A comprare, però, venivano anche degli scienziati, specialmente da quando, a dodici anni, Mary aveva trovato il fossile di un ittiosauro. Un coccodrillo giurassico lungo più di un metro che lei, osso dopo osso, era riuscita a rifare intero. Quello e tanti altri scheletri ricomposti da Mary Anning fanno bella mostra di sé al British Museum, senza che nessuno si domandi ci ha saputo scorgerli, pietra nella pietra, e ridar loro la forma che avevano quando il mondo era ancora giovane e quasi ogni cosa era ancora lontana a venire.

La vita di Mary fu spesso ingrata. Fu quasi sempre a corto di denaro e non fu piacevole nemmeno essere relegata ai margini di una scienza che lei stessa non sapeva davvero padroneggiare, continuamente succhiata e sputata via dai dotti come una gomma dopo che ha perso il sapore.

Se di momenti felici ce ne furono, e possiamo giurare che ce ne furono, si trattò di piccoli momenti segreti. Ad esempio quando, insieme ad una amica, riuscì a rendere di nuovo fluido l’inchiostro che si trovava dentro la sacca preistorica di una seppia altrettanto preistorica e quel liquido scuro lo usò per disegnare la seppia stessa, chiudendo il cerchio con un colpo di pennello che può far girare la testa, se ci si pensa troppo a lungo. Fu felice, si può pensare, quando nella pancia di un ittiosauro scoprì i resti del suo ultimo pasto antidiluviano: una matrioska di fossili. Fu felice ogni volta che nella rena intravedeva uno spigolo, un colore diverso, una forma promettente che forse poteva essere, o forse no, ma probabilmente sì…

Forse, Mary Anning, quelle vecchie ossa a volte le ha anche odiate come si odia ciò che più si ama, esausti di continuare a pensare che sia quella l’unica cosa che conta. Se un momento così c’è davvero stato nella sua vita, senz’altro è stato il giorno in cui una frana s’è schiantata su lei e il suo cagnolino Tray. Lei si è salvata, pur fratturata in più punti. Tray, invece, è morto, inghiottito dalle rocce fradice.

Forse, tra qualche milione di anni, un’altra cercatrice, una Mary Anning del futuro, ne ritroverà il fossile e, con occhi speciali che sanno vedere non solo quel che è, ma anche quel che è stato e quel che potrebbe essere, saprà volergli bene. Non conoscendo il vecchio, gli darà in segreto un nuovo nome e ne immaginerà la vita. Così anche la storia di un piccolo bastardino ingoiato dal tempo saprà andare avanti, indifferente alla morte.

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