Fatti, Persone

I vicini di casa

I vicini di casa sono voci ovattate, attutite da pareti sottili che risuonano vuote al battere delle nocche. “Chiamavo per quel contratto di luce e gas”, dicono dentro cornette che non vedi, e “sai che non è facile”, e “saluta Patrizia da parte mia”, e ridono cori di risate a battute che non hai sentito.
I vicini di casa sono passi sul soffitto. Sono acciottolare di piatti, odore di soffritto e di torta alle mele. Sono il ringhio della sedia strusciata sul pavimento che divora il dialogo del film che stiamo guardando, fanno perdere il segno del libro che leggiamo.
I vicini di casa sono il primo saluto che gli rivolgiamo, il giorno del nostro trasloco. I sorrisi incerti: “Benvenuta, benvenuta, chissà se mi sarai amica, chissà se sarai molesta, chissà se ci parleremo ancora, da qui a un anno?”.

Sono il campanello suonato a mezzogiorno e dieci: “Lei è caldamente pregata di fare più piano”.
Sono la sagoma scura dentro la coda del nostro occhio, quando saliamo le scale: “Buonasera”.
Sono una fila di nomi sui campanelli. Sono il piego di libri che abbiamo ritirato per loro quando è passato il corriere e ora aspetta il loro ritorno – estraneo – sul nostro mobile dell’ingresso.
Sono il battere di un martello che pianta il chiodo per appendere un quadro che noi non vedremo.

Sono il lenzuolo bianco a fiorellini azzurri, fradicio d’acqua e profumato alla lavanda che il vento forte ci ha portato sul balcone e che poi noi raccogliamo e pieghiamo per restituirlo al proprietario, affinché domani possa esser di nuovo steso a sventolare e regalarci la risacca della sua ombra attraverso la nostra finestra aperta.

Sono la quota pagata all’amministratore affinché si possano fare quei lavori giù nel vialetto.
Sono il cartello giallo che nella notte è comparso appeso al cancello: AFFITTASI BILOCALE ARREDATO.
Sono la pianta quasi secca su un balcone, l’impossibilità di darle acqua: la lontana vicinanza degli atti mancati.
Sono il braccialetto di perline azzurre caduto su un gradino che qualcuno oggi ha spostato sul contatore del gas, che non debba finire pestato: forse, con pazienza, ritroverà il suo polso.

Sono il piccolo cosmonauta che vediamo dentro lo spioncino mentre si muove in quel piccolo universo convesso e scende le scale, proprio come facciamo noi, senza il peso d’esser noi.

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Persone

Storia della tessitrice di mondi

Ulassai è un paese composto da case scivolate come una frana giù da una parete di roccia. Si trova arroccato nel cuore dell’Ogliastra, in Sardegna. Intorno alle case che – se considerate insieme – compongono il paese c’è tutta una chiostra di pietre, e picchi, e voragini. Le rupi sono come la dentatura sgangherata di un vecchio, consumata da molti gusci di noce, e molte fami.

Qui, nel 1919, è nata Maria Lai, bambina assetata di storie da custodire per farne arte quando si fosse fatta l’ora, anche se in principio non sapeva a cosa le sarebbero servite tutte quelle parole. Maria le ascoltava solo per il gusto di ascoltarle, quelle antiche leggende che parlavano di pastori, e di nubifragi, e di morti violente e di fate, ma ascoltava anche il silenzio e lo ascoltava per ore, nascosta sotto un mobile, o dietro una porta aperta, come un gatto avido di ombre e di nicchie.

“C’è chi nasce con una particolare esigenza”. Così diceva di sé: “c’è chi nasce con la particolare esigenza d’esser fuori dal mondo e non rispondere alle regole della società”. E Maria Lai per tutta la vita seppe tenersi ai margini del mondo, ma senza smettere mai di ascoltarne la voce segreta e di tentare di tradurla, affinché tutti la potessero capire.

“Aveva ragione mio padre”, diceva mentre le rocce si facevano scala sotto i suoi piedi esperti e la conducevano in cima a un picco, a guardare le cose da un punto nuovo. “Aveva ragione mio padre: sono una capretta ansiosa di precipizi”.

Così Maria Lai, senza spendere troppe parole, si mise sul ciglio di molti precipizi, anche di uno dei più famelici: quello, misterioso, dell’arte. Si sporse fino a caderci dentro con una felice vertigine, in un tuffo che non fa male. Fece arte senza ubbidire alle sue regole, in un mondo che non aveva voglia di guardare nella direzione che indicavano le donne, e l’ha fatto anche cucendo sui suoi finti libri: rileggendo un gesto antico, da femmina, e trasformandolo in un atto sovversivo.

Maria Lai guardava le lenzuola di sua nonna, la trama sottile tenuta insieme da spessi rammendi, a saldare bordi logori. “Nonna, queste lenzuola sono scritte”. “Cosa c’è scritto?”. E allora lei decifrava quei rammendi e intesseva storie lontane.
Quelle storie poi le ha cucite, una dopo l’altra, usando il suo linguaggio alieno, su libri di stoffa pieni di parole che non si possono leggere se non per finta. “Questi sono libri timidi, non vogliono essere sfogliati. Non insistiamo, perché contengono segreti”.

Poi eccola di nuovo a cucire, Maria Lai, quando decise di legare insieme con ventisette metri di nastro azzurro tutte le case di Ulassai e poi su e su fino alla cima del monte Gedili, unendo le persone tra loro e poi le persone alle rocce e le case alle case.

E forse, se avesse potuto, quel nastro azzurro Maria Lai l’avrebbe dipanato ancora e ancora, fuori dai confini del paese, fin sulla rena, tra gli elicrisi d’argento, e avanti ancora, nel salato del mare, ad appesantirsi d’acqua, becchettato dai pesci. Poi fuori di nuovo, in un’altra sabbia, su un’altra sponda e avanti ancora, ignorando i confini, i qui e i là, i dissapori, e le invidie e le paure, e chi sei tu, chi sono io, avrebbe lasciato che si srotolasse ancora, abbaiato dai cani, a pettinar l’erba, a tendersi tra i rami… che si potesse finalmente vedere, quel tracciato celeste che è trama e ordito di ogni cosa. A unirle tutte l’una all’altra, come le parole di una poesia.

https://youtu.be/TL8mGWVreeI

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Luoghi, Persone

La via dei cieli

C’è un uomo che, un giorno di diversi anni fa, camminando in strada si chinò a raccogliere l’involucro accartocciato di una caramella e lo mise in tasca. Poi, dopo qualche passo, ne vide un altro, e raccolse anche quello. E così via. Tornato a casa si frugò nelle tasche e dispose sul tavolo quel bottino dal vago aroma di anice e menta e decise di farci un quadro. Precisamente un mosaico di cui quelle cartine sarebbero stati i primi tasselli. Così successe che, ogni volta che usciva di casa, l’uomo cominciò a raccogliere i rettangoli di plastica delle caramelle.

Funziona così: la carta si arrotola tra le dita piano piano, fino a farne un tubicino sottile. Si lascia che i polpastrelli ne consolidino la forma scorrendo avanti e indietro. Poi, con la colla, si fissa la carta di caramella a un cartoncino, vicino ad altre carte di caramella arrotolate come lei.

L’uomo, sin da subito, si diede una regola, perché sono le regole a rendere interessanti i giochi: valgono solo le carte di caramella trovate per strada. Vietato comprarle. Per questo è così difficile trovare gli involucri di caramella dei colori giusti per finire il disegno. Alcuni colori sono facili da trovare, come il rosso e il verde. Altri, invece, sono difficilissimi. L’azzurro è il colore più raro di tutti.

Man mano che andava avanti con i suoi mosaici, l’uomo aveva cominciato ad accorgersi che sotto ai suoi occhi si formava una città diversa: una città nella quale i nomi delle vie non avevano più molta importanza, ma ne avevano, invece, i colori delle carte di caramella. Questo perché non è uguale la probabilità di trovare – mettiamo – il giallo in ogni quartiere della città: con l’andare del tempo l’uomo aveva imparato che per trovare giallo in buona quantità doveva andare nel viottolo che costeggiava i giardini pubblici, perché era li che andava a passeggiare una persona amante delle caramelle al limone. Ogni pochi passi ne scartava una e la metteva in bocca, ma non prima di averne lasciato cadere a terra l’involucro, forse con una certa circospezione per non esser vista, oppure – chi lo sa? – con ostentata sfacciataggine.

Così, ormai esperto, l’uomo aveva pensato di realizzare di suo pugno una mappa diversa della città, non più fatta di nomi di papi e di generali, di svolte a destra o a sinistra, di salite e di discese, ma di colori.
Qui di solito si trova il viola, qui capita di trovare il rosa, ma non manca nemmeno il bianco, più sporadicamente. Lì c’è il verde. Là il rosso. Ecco la curva del violetto e quello è il viale dell’arancione acceso.

Alla fine l’uomo trovò anche l’azzurro. La prima volta che raccolse la cartina accartocciata di una caramella menta e liquirizia pensò a un caso fortunato. Fu solo per sicurezza che preferì tornare a controllare anche il giorno successivo, senza nutrire troppe speranze, ma eccola di nuovo lì, quell’iride rettangolare a fissarlo dall’asfalto. Il giorno dopo due. Poi una. Oggi niente. Oggi tre. E capì che – eccola – quella era la via dell’azzurro.

La via di molti cieli a venire.

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Fatti, Persone

Rivoluzioni

Che le rivoluzioni non siano tutte di uno stesso tipo, a Tonina lo insegnò il risuonare sordo di poche parole che le rimbalzarono in testa come un pugno di ghiaia gettato in un corridoio vuoto, dove ogni suono si moltiplica in eco.

Nessuno in casa lo sapeva, allora, che lei aiutava i partigiani. Era un segreto che si rigirava in bocca come una caramella troppo grande da inghiottire, ma troppo umida di saliva per poterla sputar fuori senza vergogna. Ogni giorno le sue gambe magre di molte fami la spingevano su per sentieri di montagna, con il petto gonfio di paura e di orgoglio. Di dubbi, anche: il dubbio di non essere nel giusto, perché la verità è viscida tra le dita come la schiena d’argento di un pesce e pretendere che stia ferma vuol dire chiederle d’esser morta.

Poi arrivò quel pomeriggio, ed era un pomeriggio composto da tutti quei rumori che compongono il silenzio: il verso monotono di un picchio lontano, il battere di un piede sul pavimento. Voci lontane, quasi sottomarine raggiungevano la cucina bagnata dal sole obliquo delle sei, che allunga le antenne ai coleotteri nella loro ombra sui muri intonacati.
La madre di Tonina era seduta a cucire vicino alla finestra, gli occhi così bassi da sembrare chiusi, e Tonina sgranava piselli come rosari laici.
Non alzò nemmeno la testa dal cucito, né fermò l’insistere dell’ago. Solo disse: “Sono d’accordo con te”.

Tonina, che oggi ha novantasette anni, quando lo racconta piange lacrime calde da quegli occhi opachi, quasi ciechi, e sono lacrime di una ragazzina intenta in cose enormi, con la convinzione di far bene e la paura di far male, desiderosa del sollievo grande che dà l’approvazione di chi t’ha data al mondo.

“In quel momento davvero non lo sapevo più, se la resistenza la stavo facendo io o la stava facendo lei”.

Come una lama di luce capace di illuminare in un attimo il microcosmo di polveri nell’aria, ogni tanto qualcosa lascia intravedere un mondo fatto di tante piccole rivoluzioni che si fanno anche così, senza alzare gli occhi dalla linea dritta di un orlo, in un esercizio domestico di amore, di politica, di etica, di domande, di disobbedienze e di libertà.

“Per questo oggi non ho voglia di parlare di quello che ho dato alla causa, ma di quello che ho ricevuto. Ho imparato, ad esempio, che non bisogna star zitti di fronte alle ingiustizie. Nessuno ti regala niente, e se vuoi la giustizia devi conquistarla ogni giorno. Valeva allora e vale ancora”.

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Fatti, Persone

Nemici invisibili

Una donna in piedi al centro del salotto, di fronte alla finestra aperta. Qualcuno, vedendola, potrebbe pensare che stia facendo ginnastica.

Alza le braccia con forza, verso il soffitto. Lancia calci violenti all’aria, gomitate a qualcuno che non c’è. Eccolo! Non lo vedi: non è lì, proprio dietro alle sue spalle. Allunga d’un tratto il collo, piegando il busto in avanti, sferrando una testata ad un naso ch’è altrove. Una lotta all’ultimo sangue con nessuno.

Ora la donna si è stesa a terra, con le gambe sopra a un tappeto che appare ruvido come la schiena di un ratto e la testa sul pavimento a piastrelle gialle, e sferra un attacco senza requie al suo nemico invisibile, battendo i talloni contro il nulla, a raffica.

Poi, come rispondendo ad un richiamo a ultrasuoni, che nessun orecchio tranne il suo può sentire, si alza, mettendosi prima a sedere e poi facendo leva con le mani sulle ginocchia. Eccola sparire dietro un angolo lasciando di sé solo una breve impressione sulla retina di chi la osserva.

Una manciata di secondi.

Torna con in mano un panno bianco, sul quale è ricamata in rosa la lettera L, e comincia a spolverare un tavolo di legno chiaro, che si trova appoggiato alla parete a destra.

Microcosmi di polvere le ballano intorno per un attimo, illuminati da una lama di luce.

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Istruzioni, Luoghi, Persone

Istruzioni per andare al mare in una mattina di febbraio

Fridtjof Nansen nacque in Norvegia nel 1861, in un mondo fatto di ghiacci e freddo che a guardarlo sembra sempre uguale a se stesso. La conosciamo, però, la storia dei molti modi degli esquimesi per chiamare la neve che, come per magia, fanno comparire tante varietà di neve quante sono i termini che la descrivono. Perché non sempre sono le cose a far nascere le parole: spesso sono proprio le parole a far emergere come un faro le cose dal buio dove sono immerse prima di dar loro un nome.

Così Fristjof si mise a guardare quei ghiacci e quelle nevi e a illuminarli con il suo sguardo, un metro dopo l’altro fino a che arrivò al mare. Qui non si fermò: si imbarcò sulla nave Viking, che era una nave per la pesca delle foche, e percorse in lungo e in largo il mare della Groenlandia. In quelle increspature macchiate dal sole leggeva misteri che gli sembrava ogni giorno di decifrare un po’ meglio del precedente.

Il vento gli urlava in bocca e lui gli rispondeva ed era tutto un gridarsi in faccia in un frullare di spruzzi salati come farfalle dalle ali trasparenti. Osservava come si muovevano i ghiacci e ascoltava lo squittire delle foche. Un giorno Nansen, in mezzo al baluginare dell’acqua, scorse alcuni pezzi di un relitto. Quei pezzi di legno fradicio lui li lesse come si legge un prontuario e si convinse dell’esistenza di una corrente artica che partiva dalla Siberia e proseguiva verso il Polo Nord e da lì verso la Groenlandia.

Così fece costruire una nave e la battezzò con il nome ‘Fram’ che in norvegese significa ‘Avanti’. Avanti era la direzione verso la quale guardava Nansen ed è facile immaginarlo scrutare l’orizzonte con la mano tesa a riparare gli occhi chiari dalla luce, come in un saluto militare che invece era solo un modo per spingere gli occhi ancora più in là e trasformare ancora una volta l’orizzonte in una linea di partenza.

Era il 14 giugno del 1893 quando Fridtjof salpò da Oslo per raggiungere il Polo Nord facendosi spingere da una corrente che intuiva senza saperla davvero, di cui ricordava solo la carezza gelida sulle guance e quel tocco era bastato a farlo innamorare. Viveri per sei anni, carburante per otto anni, Fram fu lasciata andare alla deriva in mezzo ai ghiacci fino a che i ghiacci non la morsero davvero, stringendo le mandibole intorno ai suoi fianchi, prima rallentandola e poi fermandola davvero là in mezzo a quel deserto freddo. Nansen, però, voleva ancora andare avanti. Allora scese e la corrente che aveva cercato la inventò con la forza dei suoi piedi. Tracciò i suoi passi sulla neve ghiacciata. Erano passati due anni. Nessuno era mai arrivato così vicino al Polo Nord quanto Nansen fece quella volta. Le cose che aveva visto gli restarono attaccate agli occhi e gli resero lo sguardo pesante la troppa neve, i troppi ghiacci e fu con quello sguardo proiettato in avanti che, dopo la prima Guerra Mondiale, inventò il passaporto che consentiva agli apolidi l’immigrazione in un paese diverso da quello di origine: che si vada dove si vuole e dove si può. Dove portano le correnti finché ci portano.

Per andare al mare una mattina di febbraio una buona idea può essere quella di percorrere via Fridtjof Nansen fino in fondo, sbirciando nei cortili delle case con le saracinesche sprangate e l’erba alta, e una palla sgonfia gialla e nera appiattita nell’alcova del barbecue. Si arriverà, allora, fino alla sabbia che è un piccolo deserto soffice e lucente: scaglie di conchiglia e brillare di vetro in potenza e si ascolterà una risacca lenta, e qualche strillo di gabbiano.

Un frullare d’ali e tanto spazio davanti ancora da capire.

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Persone

Un funambolo

Doma la paura come si doma un puledro selvaggio. Affondaci le unghie, falle sentire chi comanda. Questo ho imparato percorrendo la linea, tesa sul vuoto a unire due punti, come un’idea. Sono un funambolo e disegno poesie, le spremo fuori dalla vita con i denti, come si fa uscire la polpa dei lupini dalla loro buccia gialla. E più alto è l’abisso, più grande la sfida.

Io sono il primo uomo che sbarca sulla luna ogni volta che con il tratteggio dei miei piedi traccio una linea tra due punti, senza cadere. E non cado mai nemmeno con il vento contro. Me lo faccio amico, il vento, lascio che mi gonfi la camicia, che mi spettini i capelli, volgo il mio corpo per ingannarlo, perché, senza accorgersene, si trovi a favorirmi nella traversata. E quando matura la primavera e percorro il filo a piedi scalzi, ecco che con le dita suono il pianoforte.

Il cavo ha indurito le mie curve e sui calli sono arrivate le vesciche che sono diventate un altro strato di calli. Eppure come sono leggero mentre suono la mia musica senza note. A volte chiudo gli occhi e qualcuno dice ‘Oh!’, ma non sanno che anche con gli occhi chiusi vedo ogni palmo.

Vedo la mia paura crescere e gonfiarsi come un lenzuolo steso al sole ed è a quel punto che io la cavalco più forte, premo i calcagli contro i suoi fianchi, che corra al galoppo, che mi porti lontano dove non son mai stato, a bordo di quei due centimetri di fune.

E quando qualcuno mi chiede a cosa penso mentre appoggio un piede avanti all’altro, nel punto più lontano da entrambe le rive, io non la dico mai la verità: che nella maggior parte dei casi penso a cosa mangerò per cena, e penso al profilo tondo di un culo sodo e non ci penso che la poesia è là in giro, dappertutto, che non c’è neanche bisogno di cercarla: ti si attacca addosso come il costume bagnato dopo il primo tuffo al mare.

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Fatti, Persone

Una storia mancata

Un fatalista direbbe che tutto è andato esattamente come doveva andare. I ferrovieri del 1938 non lo dissero. Ma loro, del resto, non dicevano quasi niente. Di loro si raccontava che non parlavano: cospiravano. E la cosa non era del tutto sbagliata. Di loro si raccontava anche che fossero tutti socialisti. E anche questo era vero. No ci fu bisogno di dire niente nnche quella volta, quando seppero che Hitler sarebbe arrivato in Italia e e sarebbe sceso giù fino a Roma a bordo di un treno. Bastò forse qualche cenno del capo. Un’alzata di sopracciglio. Sguardi rapidi di pupille mobili come girini in uno stagno.

Anche la parola ‘attentato’ non fu mai pronunciata. Furono, invece, aperte sul tavolo le tabelle con tutti i turni. I ferrovieri, tanto silenziosi quanto socialisti, volevano capire chi avrebbe lavorato nel giorno dell’arrivo di Hitler. Venne fuori che sulla linea che portava da Milano a Roma doveva esserci Di Marzio che era lì, insieme a loro, intorno al tavolo.

In tutto quel silenzio, Di Marzio parlò e disse. “Dovete stare tranquilli”. E tranquilli, a modo loro, si stettero davvero. Fino quando il conto alla rovescia segnava poche ore: fu allora che tutti i turni vennero cambiati. Ora al posto di Di Marzio c’era Russo. Russo aveva una moglie e tre figli perciò tutti i girini negli occhi dei ferrovieri cominciarono a correre da uno all’altro come palline di flipper impazzite perché forse Russo non se la sarebbe sentita di morire.

Poi Russo parlò. Quello che disse fu ‘Dovete stare tranquilli’ e le parole non erano logore per l’uso, anzi: avevano un suono nuovo perché cominciava lì un’altra storia.

Gli errori sono più affidabili delle esattezze e i ferrovieri dovevano saperlo, infatti il loro piano faceva perno proprio su un errore. Il terzo segnale a nord di Bologna era guasto: segnava verde, ma portava a un binario morto. Russo avrebbe dovuto virare proprio verso quel binario morto, ascoltando il segnale verde che aveva sempre evitato, per schiantarsi a tutta velocità. Possibilità di sopravvivere: nessuna.

Prima di uscire di casa Russo scrisse una lettera alla moglie. Addio, addio. La lasciò in un cassetto della credenza, che non la trovasse subito. La vita che finisce.

A Milano salì sul treno con la lentezza di gesti di chi fa una cosa per l’ultima volta, respirando a fondo l’odore acre di fumo e freni.

Poi arrivò la milizia: “Il treno oggi lo guidano i tedeschi”. E Russo scese. La vita che continua. Forse da qualche parte in gola, dove si era formato un grumo duro che non riuscì a deglutire mai più, c’era anche del sollievo per il mondo che proseguiva, con tutte le sue miserie e le sue meraviglie.

Fu per colpa di quel sollievo ingiusto che, mentre guardava il treno partire con un battere di ferri come un cuore che scoppia, Russo cominciò a piangere un pianto che non poteva finire. Pianse quando tornò a casa la sera e tolse la lettera dalla credenza per buttarla a farsi mangiare dal fuoco dentro la stufa. Pianse quando tornò al lavoro e tornò a manovrare altri treni e, soprattutto, pianse davanti al terzo segnale bugiardo a nord di Bologna che lo guardava con un occhio verde che sembrava vedergli attraverso.

Pianse anche molti anni dopo, quando venne a trovarlo a casa Di Marzio, che, in questa storia fu la prima vittima dell’imprevedibile. In quell’occasione convocarono in salotto tutta la famiglia di Russo e, a turno, raccontarono di quando stavano per ammazzare Hitler e invece no. Che non andasse perduta.

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Le dolci coste dell’isola di Kiritimati

Mi trovo tra le mani un globo di latta. Ammaccato, ma non scolorito, potrebbe sparirmi in un pugno, se lo chiudessi.

Immagino occhi come quel mondo. Guardo il globo e li cerco. Li ritrovo lì, nell’azzurro screziato dell’Oceano Pacifico, il sole li riempie in un pomeriggio d’estate, un sorriso li inclina. La pupilla è la minuscola, misteriosa isola di Kiritimati, proprio al centro, quasi impossibile vederla, se non sai dove guardare: un tratto violetto nel grande blu. Cerco gli stessi occhi una sera all’imbrunire, quando il giorno si fa crepuscolo e la vita fa meno paura, li vedo lì, aperti sull’Antartide, intorno solo mare e una vita che insegna ad ogni ora a ricominciare.

Occhi che hanno ricominciato ad ogni battito di ciglia, ad ogni sguardo hanno avuto un mondo nuovo.

Trovo quegli occhi al buio, aperti sulle lande della Russia, occhi e stelle venute male, inutile anche solo starle a guardare, solo eruzioni cutanee di un cielo perso: lo toccavi con un dito, ora non t’importa più. Ho visto quegli occhi sperare e sognare, ragionare e innamorarsi tra la Namibia e il Mozambico, il mare intorno, da cornice. Occhi chiusi lì, in Europa, palpebre stanche, a riposarsi ancora un po’, per poter ricominciare, domani, a cercare un modo per potersi pensare migliori.

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Luoghi, Persone

Il regno delle luci

Un vecchio negozio di lampadari che non c’è più, sotto il porticato di via Flavio Biondo – “Questa la chiamo il mio gioiellino”. A dirlo è un uomo anziano, e lento, con i capelli bianchi e morbidi come un manicotto di lapin. Sta parlando di una lampada da scrivania con il paralume verde e lo stelo d’oro, come quelle che si trovano appollaiate sui tavoli di legno morbido delle sale da lettura delle vecchie biblioteche, abituate ad illuminare il ballo della polvere sopra pagine sottolineate a matita. “L’ho comprata da una persona che l’ha comprata da una persona che l’ha avuta in regalo dal custode di una vecchia biblioteca”, dice appunto l’uomo, che sta parlando con una bambina di forse dieci anni che porta un berretto di lana rossa, come se fosse in procinto di andarsene.

“Questa la chiamo il mio gioiellino”, ripete l’uomo, che ama ripetere le cose, quando gli sembra che siano cose interessanti. Intanto spolvera il cappello verde della lampada con un panno e controlla che la lampadina sia ben avvitata, scottandosi un po’ le dita, poi le consola soffiandoci sopra, come si soffia su un cucchiaio di brodo bollente. Dopo la appoggia di nuovo sul tavolo.


Sopra di loro, appesi al soffitto, pendono decine di lampadari di ogni foggia. Alcuni sono trasparenti e glaciali: fontane d’inverno, altri rossi, e viola, e gialli, come meduse pulsanti. Alcuni sono tentacolari, altri tozzi, alcuni squadrati, altri a forma di fiore o foglia. A starci sotto è come camminare, piccolissimi, sotto l’ombrello di funghi velenosi. O meglio nelle profondità abissali, illuminati da una mostruosa muta di spettrali pesci lanterna.


“Ciao, ciao, piccolina, a presto”, saluta l’uomo ridendo un po’, perché è contento, sotto quella foresta di luce. “Ciao, ciao, piccolina, a presto”, ripete. E le parole suonano lontane, come quando si parla sott’acqua.

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