Eventualità, Fatti

Quello che non voglio sapere

Non voglio sapere quel che succede nel cosmo, tra le galassie fredde come bocce dimenticate sul prato quando scende la notte, nel rapprendersi delle rugiade, paralizzate nel punto dove le ha lasciate l’ultimo tiro.
Non voglio sapere niente delle supernove, stelle esplose milioni di anni fa la cui luce arriva a noi oggi, muto ricordo incompreso.
Che tra un miliardo di anni il sole sarà così caldo da prosciugare, goccia dopo goccia, tutti gli oceani, lasciandoli asciutti, salati e stanchi come le guance dopo molto piangere.
Non voglio sapere che ogni cosa che oggi si trova raccolta nell’ingorda voragine dello spazio finirà: che le stelle moriranno, e non ne nasceranno di nuove, e l’universo sarà popolato solo da buchi neri, e nane bianche, e che poi anche quelli evaporeranno e alla fine non rimarrà che l’incredibile niente.

Voglio che, per me, l’universo sia solo cielo. Il familiare coperchio sotto cui sobbolle piano piano la Terra; un cielo che talvolta è del colore viola che hanno i fiori della cicoria, oppure d’un azzurro semplice, da carta da parati, altre volte rosso come la buccia di velluto delle pesche, o imbiancato per le nubi che garriscono come lenzuola stese ad asciugare, assolate e crepitanti.

E poi, quando fa buio, voglio che sia come guardare in una ciotola piena di more ancora tiepide di rovo, con i loro mille piccoli occhi di luce.

Dai molti misteri.

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Una risposta a "Quello che non voglio sapere"

  1. Giovanni ha detto:

    Nascondi le cose lontane,
    tu nebbia impalpabile e scialba, tu fumo che ancora rampolli,
    su l’alba,
    da’ lampi notturni e da’ crolli
    d’aeree frane!
    Nascondi le cose lontane, nascondimi quello ch’è morto! Ch’io veda soltanto la siepe
    dell’orto,
    la mura ch’ha piene le crepe
    di valerïane.
    Nascondi le cose lontane:
    le cose son ebbre di pianto!
    Ch’io veda i due peschi, i due meli,
    soltanto,
    che dànno i soavi lor mieli
    pel nero mio pane.
    Nascondi le cose lontane
    che vogliono ch’ami e che vada!
    Ch’io veda là solo quel bianco di strada,
    che un giorno ho da fare tra stanco don don di campane…
    Nascondi le cose lontane, nascondile, involale al volo
    del cuore! Ch’io veda il cipresso
    là, solo,
    qui, solo quest’orto, cui presso sonnecchia il mio cane.

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