Eventualità

Il discorso della sedia impagliata

Se si chiudono gli occhi, sdraiati in un bosco ventoso o sull’argine di un fiume seccato dall’estate, si sente il rumore che fanno i mobili di notte, quando le luci sono spente e le persone che dormono confondono i suoni veri e i suoni sognati. Ciocchi furtivi, misteriosi, causati da un ribollire di viscere lignee, chiuse tra i nodi piallati, coperti di antitarlo lucido. Se il vento tirerà un po’più forte, quei mobili vivi che sono gli alberi, faranno il suono che fa la cassapanca del corridoio quando ci si appoggia sopra la borsa della spesa (magari con dentro un melone) oppure un ginocchio, se ci si appoggia sopra un ginocchio fermandosi un attimo a rispondere al telefono.

Clac.

Ecco, allora, che sono i mobili, forse, con le loro digestioni lente di schegge e chiodi, a fingere di essere ancora vivi, e d’essere ancora torri verdi, capaci di svettare contro il cielo, templi del vento forte. Case d’uccello dal becco rosso. Ecco perché scricchiola una sedia di legno morbido, impagliata. Scheletro fossile inerte e irriconoscibile di un animale primitivo ormai estinto, ridotto al silenzio, ridotto ad un’immobilità imposta. Un cigolio, tutto quello che ha da dire al mondo. Un cigolio ribelle e irriverente, destinato a rimanere inascoltato. Il petto curvo ad accogliere culi pesanti, indifferenti. E niente più che un cigolio a dire ‘basta’.

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Eventualità, Fatti, Istruzioni

Istruzioni per mangiare una mela

Istruzioni per mangiare una mela: se si hanno più mele a disposizione guardarle bene, prima di sceglierne una. Magari, prima di decidere in maniera inequivocabile quale si mangerà, tirarle il picciolo per farle uno scherzo, ma con delicatezza: che non se ne debba avere a male. Saggiare con il dito il suo lato ammaccato. Si sa, infatti, che ogni mela (ogni mela che abbia vissuto) ha un lato più cedevole degli altri. A volte è marrone e, una volta che si sarà arrivati a saggiarne il sapore, si scoprirà che è ben diverso da tutte le altre parti della mela. Ma ogni cosa a suo tempo.

Una volta scelta quale mela si mangerà, soppesarla passandola da una mano all’altra, aumentando gradualmente la velocità dei passaggi, fino a fingere che le mele siano due. Se si vuole aumentare la difficoltà si può fingere che le mele siano tre, esibendosi in un vero numero da giocoliere. Peccato che non ci sarà nessuno a guardarlo. Poi, una volta stanchi del gioco (possono essere passati appena pochi secondi, o addirittura qualche minuto), lustrare tutta la buccia della mela utilizzando il bordo della manica destra. O, in alternativa, la parte della coscia più vicina al ginocchio. Mentre si svolgono queste semplici operazioni è consigliabile guardare il cielo, fuori dalla finestra, che si fa più scuro e che comincia a stagliare i contorni delle cose all’orizzonte, come in un gioco di ombre cinesi, ma molto più grandioso. Forse strideranno delle rondini: meglio ancora.

A questo punto si è pronti per dare il primo morso alla mela. Crac. Si stacca un pezzo rotondo, portando alla luce un pezzo di polpa croccante, bianca come il dente di un bambino. Si gusterà il suo sapore acidulo, che da di alberi nodosi di campagna, e ci ricorda un certo campo vicino a una chiesetta (la chiesetta dove si sono sposati i nostri genitori, qualche anno prima che noi venissimo buttati al mondo), dove pascolano due cavalli, uno nero e uno rossiccio, che, se potessero, non rifiuterebbero di certo un boccone di quella stessa mela che stiamo mangiando ora. Procedendo con i morsi, assestati simmetricamente per tutta l’area della mela, non dovremo risparmiare nemmeno il lato ammaccato. Quello, il lato offeso, avrà un sapore più dolce degli altri, fermentato, quasi alcolico, e avrà un vago odore di mosto borbottante dentro tini di un autunno benevolo, assolato e tiepido.

Si procederà con questo metodo fino all’ultimo boccone, che dovrà necessariamente essere consumato davanti alla finestra aperta, mentre fuori canticchia un’aria buona, dolce d’estate e di ronzare d’insetti. E allora non si potrà non essere contenti di aver potuto mangiare una mela così felice.

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I veri ebrei non mangiano gamberi

Forlì – Ecco cosa vuole dire la città dei vicoli quando si fa notte, tra saracinesche abbassate e la porta aperta di un retro cucina: luce bianca, sbattere di pentole e lo sai che il signore del cinque mi ha detto che gli ebrei non mangiano i gamberi?

Ecco, il mondo, com’è: mani, piedi, unghie, capelli, nasi, sopracciglia, baffi, zanne, setole, chele, ingiustizie, steli, pensieri, gorgoglii, radici, rododendri, stercorari, stelle comete, denti da latte, lentiggini, domani, ieri, virus, domeniche, lunedì, vaccini, compromessi sporchi, qualcuno che muore, erre mosce, aurore boreali, dei invisibili, mitocondri, segreti impronunciabili, acidi desossiribonucleici, cicatrici, graffi, far finta di niente, ricordi, perché, quasi, forse, se, ma. Ma oggi, da qualche parte, sono nati cinque maiali che sembrano elefanti rosa, lunghi quanto un palmo o poco più. Una crosta si è scrostata da un ginocchio che sa cos’è la vita. Qualcuno ha scoperto dal signore del tavolo cinque che gli ebrei non mangiano i gamberi. Eccetera.

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Eventualità, Fatti

Simmetrie verticali

Forlì – Dall’altro lato della strada c’è un negozio che vende kebab. Un negozio piccolissimo: solo una stanza. I colori sono invasivi come un intervento a cuore aperto. Dentro c’è una parete verde e una rosa e specchi ornati di fiori finti che riflettono spiedi di carni unte roteanti. Fuori, tutto intorno al cornicione della porta, ci sono insegne luminose. C’è scritto ‘kebab’, e c’è scritto ‘aperto’, e poi ci sono dei ghirigori a zig zag, e sono verdi, gialli e rossi. Ma soprattutto verdi. Alcuni sono fissi, altri lampeggiano nella coda degli occhi dei passanti come fuochi d’artificio. Fuori dalla porta, in piedi, tre arabi allampanati che bevono birra da bottiglie da 66. Seduti a un tavolino ci sono una donna stanca, stretta in una gonna troppo corta, e un uomo magro, ingrigito, con la pelle del viso simile per consistenza al cono di un gelato. La donna guarda un panino aperto, posato su un vassoio davanti a lei. L’uomo, anche lui guarda quel panino aperto a metà, e ogni tanto allunga due dita e prende un pezzo di carne, poi la infila in bocca velocemente, come un rapace, e la ingoia in un attimo, senza masticare.


Poco sopra quelle luci da slot machine, c’è una finestra. La finestra buia di una casa: un rettangolo perfettamente nero contro il bianco della parete dell’edificio. A quella finestra è affacciata una donna. È una donna con i capelli tinti di un biondo uniforme come nei disegni dei bambini. Indossa un prendisole rosso. Anche le sue labbra sono rosse. Ha le spalle tonde, e chiare. Sotto il vestito, immersi in un buio che nasconde, è facile immaginare che i suoi piedi siano nudi, e che le ossa di quei piedi nudi ora stiano scattando ritmicamente sotto la pelle con il tendersi e l’allentarsi dei suoi muscoli, come i tasti di un pianoforte nascosti dentro la sua cassa. Tiene i gomiti appoggiati sul davanzale, e lascia penzolare fuori le braccia, con le dita delle mani intrecciate. La sua figura sembra emergere dal buio come un disegno. Come una delle donne tristi di Edward Hopper.
Una donna triste, con le labbra rosse, bianca contro il nero di una casa buia, e – sotto – le luci incandescenti (lava e lapilli) del negozio di kebab.

E a guardarla dal basso, ecco una piramide di solitudini, che scorre veloce come i fotogrammi di un film muto in bianco e nero: occhi bassi e occhi di bottiglia, e occhi al neon, poi il rosso di labbra rosse, più sopra ancora una finestra chiusa (chiusa come un occhio chiuso) e poi il cielo, nero di stelle spente. Muto di infinità sconosciute.

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Eventualità

Inizi alla finestra

Immaginiamo che la realtà sia un pesce. Che le tante facce delle cose non siano che le squame argentee incollate ai fianchi di – mettiamo – un pesce volante: capace di sfuggire a chi cerca di catturarlo inabissandosi nelle profondità marine dove la luce è solo un riverbero, oppure guizzando in aria in un salto acrobatico. Doppio avvitamento, signore e signori, questo è un doppio avvitamento CARPIATO! Se così stessero le cose, allora, per afferrare in qualche modo una delle molte sfumature della realtà s’avrebbe da esser uomini d’ingegno. Statisti, magari, oppure grandi pensatori. Menti geniali, dense di neuroni come girini in uno stagno.
Ma forse no. Forse per catturare la realtà da viva, mentre ancora sta accadendo, mentre è ancora sospesa tra acqua e cielo (CARPIATO, signore e signori, questo è un doppio avvitamento CARPIATO!), l’unico modo è raccontarla. Farsi cronisti delle piccole cose, che sono la sostanza di cui sono fatte quelle grandi. Afferriamo la realtà per la coda, allora, e se la sua forza è troppo dirompente, meglio ancora: che ci porti via. Al galoppo, verso quel che non sappiamo ancora.

Qui si parla di persone, luoghi, fatti, pensieri, eventualità. Sempre guardandoli mentre si mangia radicchio alla finestra. A piedi nudi.

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