Eventualità, Luoghi

Ombre

Le ombre, nelle case diroccate, fingono di essere ombre d’una casa vera. Si dispongono, nette, proprio uguali a quelle che si stagliano sulle pareti del salotto buono, la domenica mattina.

A loro non importa che manchi il tetto, che ci sia un buco sul pavimento e che, affacciandosi, si possa vedere la base terra battuta della cantina.
Le ombre non si curano del muschio che cresce tra i mattoni, del guano d’uccello e di un viso di bambola senza occhi, buttato in un lato, tra recenti lattine di birra, memoria di un festino ormai già dimenticato, e chiazze di piogge antiche, e antiche nevi.

Alle ombre non importa che alle finestre manchino gli infissi: da lì entra la luce del sole al tramonto, obliqua, che trasforma i fili d’erba in lunghe ciglia d’occhi languidi. E quella luce basta, alle ombre, per pretendere d’essere ombre di una casa abitata e di comporre un angolo sulla parete migliore.

Linee rette, come un miraggio.

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Eventualità

La memoria del pesce rosso

In una boccia girano due pesci. Uno è rosso. L’altro è rosa come la pelle sottile sulla testa dei neonati. Attraverso le squame appena nate si vede il groviglio dei suoi intestini.

Il tempo non è tempo, per i pesci rossi. Loro non procedono l’esistere in avanti, bensì in cerchio, secondo i contorni della loro boccia.
I pesci, si dice, non conoscono la memoria. Il loro procedere cerchio disegna un punto, che è sempre presente, incapace di tornare indietro, o guardare avanti.

Nuovi ricordi, pronte dimenticanze. Nuovi ricordi. Pronte dimenticanze.

Questi due pesci (uno rosso e uno trasparente), quindi, non sono capaci di ricordare nemmeno per un istante il piano liscio dello scaffale che li sorregge insieme al loro piccolo mondo di vetro soffiato, timbrato dal segno circolare lasciato da un bicchiere di vino rosso (ora vuoto). Non sanno tenere alla mente niente della fila di libri che possono vedere da tutta la vita, ordinatamente inseriti nella scrivania, senza però saperne leggere i titoli. Non pensano nulla del quadro sulla parete est, che rappresenta in un disegno a carboncino un pesce diverso da loro, baffuto (un pesce gatto, s’intende) che guizza fuori da un lago. Non sbirciano il mondo fuori dalla finestra (rettangoli di luce lontani, un pino, la linea retta dell’angolo di una parete di mattoncini rossi).

Non rammentano più nulla di quando, quasi un attimo fa, davanti a loro, una donna che non ricordano di avere mai visto prima ha offerto la mano ad un uomo i cui lineamenti a loro sembrano appena nati e poi si è inchinata piano, sorridendo con solo metà della bocca.

“Mi concede questo ballo?”

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Modeste istruzioni per capire il mondo

Per capire il mondo occorre innanzitutto partire da qualcosa. Ad esempio si può partire dal suono che fanno i passeri quando si levano in un volo basso, nei fossi, tra i rovi e l’erba secca. Per capire quel suono non resta che imitarlo. Bisogna cercarlo con la bocca come un cantante lirico cerca la nota giusta. No, niente fischi. Non si parla di cinguettii, ora. Quel rumore si trova da qualche parte tra la lingua e il palato. Si comincia fissando la lingua nella prima insenatura del palato, appuntandola proprio dove inizia la cunetta che conduce ai denti. Ma i denti non c’entran niente, ora. Dopo aver fissato la lingua saldamente, ecco che la si deve cogliere di sorpresa con una improvvisa raffica di vento. Una folata di scirocco che spira da sud, dalle terre calde dei polmoni, passando dallo stretto della gola.

Si sganci, allora, la lingua, che assecondi il vento. La si lasci sventolare in bocca come vela di nave pirata. Che si sciolga al vento e si agiti, indomita, finché dura il fiato. E quanto dura, il fiato! Sempre almeno sette secondi più di quel che si pensava. Sarà un trrrrrr perfetto, allora, quel che verrà fuori. Eccolo, quel battito d’ali anarchico, leggero e deciso come una stretta di mano.


Cosa ci vuole, a questo punto, a capire il mondo? L’odore asciutto della terra che si sfarina quando non c’è acqua e quello denso quando si fa fango dopo un temporale. Quello acre dell’erba, il ventre molle dei fiori, delle orchidee selvagge più rosse della timidezza. A vedere i passi che si son susseguiti: quelli di lupo, di scoiattolo, di coleottero, di soldato, di contadina. E di più: come è facile, ora, veder ali di fata nei semi dell’acero. Ed eccole lì, di nuovo, impellicciate a festa mentre ronzano attorno al dolce dell’acacia. E ti vien subito da pensare che esiste un universo pieno di piccole cose invisibili. Coleotteri cornuti, muschi tentacolari, zecche pazienti, sassi iridescenti, lame di luce, la rivoluzione di un microcosmo di grani di polvere, una bassa casetta di mattoni, in mezzo al bosco, con il tetto ricoperto di aghi di pino che un giorno, presto o tardi, crollerà. L’ombra lunga di fiore selvatico viola, con la corolla a forma di papalina, come un compunto cardinale.

Come un punto cardinale.

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Piccola classificazione di silenzi

1) Quasi sognato.

Le lancette hanno fatto diventare domani l’oggi da otto minuti. Nove. La finestra è aperta sulle tapparelle chiuse, se si escludono i fori da scolapasta a tratteggiare le stecche marroni della luce gialla dei lampioni giù in strada. Stai per scivolare nel sonno. Una volta che ti sarai addormentato sognerai la parete di una grande rupe alla quale sono appesi tanti angioletti di pezza, con la testa piena di bambagia e le ali di carta d’alluminio che, quando il vento soffia loro addosso, si muovono come un volo argenteo di foglie di pioppo.

In questo preciso momento, appena prima del sogno, da fuori ti arrivano voci allegre che scandiscono un conto alla rovescia. Nove otto sette. Come a Capodanno, pensi. Sei cinque quattro. Forse un compleanno. Tre due uno. Ed eccole, abbacinanti, le ali degli angeli di pezza mosse dal vento sognato.

Il silenzio di un conto alla rovescia lanciato nel niente.

2) Sottomarino.

Quando sei tutto immerso sposti l’esatta quantità d’acqua che corrisponde al tuo corpo. Con le braccia scavi nel mare con la frenesia di un cercatore di tesori sepolti. Ti trovi, ora, a guardare un azzurro opaco e non c’è molto altro che tu possa vedere così, con gli occhi spalancati a mescolare lacrime e salsedini. A quel punto resti lì, fermo in una lotta muscolare contro l’antigravità del mare. Ed ecco che ne senti nelle orecchie il crepitio, come foglie secche che divampano in un camino.

Il silenzio rovente degli abissi.

3) Che viene dopo.

Ascolti la storia che uno scrittore ha scritto per te. Le parole si infilano nell’imbuto degli occhi e si versano in testa, nella stanza misteriosa dove diventano voce muta. Ogni tanto ti fermi per andare a bere un bicchiere d’acqua, o aprire la finestra, o dire “ricordati che sono le sette”, a qualcuno che è bene ricordi che sono le sette. Le pagine ti sfogliano come una margherita, fino all’ultimo petalo. Anzi, fino alla punta di freccia dell’ultimo petalo. L’ultima frase, ad esempio, potrebbe essere: “Meno male . Detesto sentire i cani che ululano”. La storia sembra finita, ma non lo è. C’è ancora da ascoltare quel silenzio finale che è nella riga bianca dopo l’ultima. E’ quella la riga più importante di tutta la storia: l’unica davvero greve di cose grandiose, di una potenza impaziente di farsi atto.

Il silenzio del seme piantato.

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Cicoria comune

Non saponaria. Non malva. Non ciclamino. È cicoria. Cicoria comune. Erba di fosso di piena estate, cri cri di cicale, e gorgoglii lenti di acque coraggiose: quel che resta di evaporazioni selvagge.

È cicoria, quella pianta che si arrampica al cielo tra le gramigne secchie, irta su gambi magri e ritorti, segmentati di nodosità coriacee, copie sfacciate di rami d’albero. Fiore di cicoria, quel ventaglietto di petali del colore del cielo quando si riflette nelle pozzanghere, dopo un temporale, se dopo il temporale si è rasserenato.

Non ginestra, non papavero: è della cicoria quel piccolo fuoco d’artificio silenzioso, che esplode di pistilli viola (occhi screziati, quelli, che non vengono ammirati quasi mai, solo talvolta, quando un poeta passa di lì).

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Il discorso della sedia impagliata

Se si chiudono gli occhi, sdraiati in un bosco ventoso o sull’argine di un fiume seccato dall’estate, si sente il rumore che fanno i mobili di notte, quando le luci sono spente e le persone che dormono confondono i suoni veri e i suoni sognati. Ciocchi furtivi, misteriosi, causati da un ribollire di viscere lignee, chiuse tra i nodi piallati, coperti di antitarlo lucido. Se il vento tirerà un po’più forte, quei mobili vivi che sono gli alberi, faranno il suono che fa la cassapanca del corridoio quando ci si appoggia sopra la borsa della spesa (magari con dentro un melone) oppure un ginocchio, se ci si appoggia sopra un ginocchio fermandosi un attimo a rispondere al telefono.

Clac.

Ecco, allora, che sono i mobili, forse, con le loro digestioni lente di schegge e chiodi, a fingere di essere ancora vivi, e d’essere ancora torri verdi, capaci di svettare contro il cielo, templi del vento forte. Case d’uccello dal becco rosso. Ecco perché scricchiola una sedia di legno morbido, impagliata. Scheletro fossile inerte e irriconoscibile di un animale primitivo ormai estinto, ridotto al silenzio, ridotto ad un’immobilità imposta. Un cigolio, tutto quello che ha da dire al mondo. Un cigolio ribelle e irriverente, destinato a rimanere inascoltato. Il petto curvo ad accogliere culi pesanti, indifferenti. E niente più che un cigolio a dire ‘basta’.

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Istruzioni per mangiare una mela

Istruzioni per mangiare una mela: se si hanno più mele a disposizione guardarle bene, prima di sceglierne una. Magari, prima di decidere in maniera inequivocabile quale si mangerà, tirarle il picciolo per farle uno scherzo, ma con delicatezza: che non se ne debba avere a male. Saggiare con il dito il suo lato ammaccato. Si sa, infatti, che ogni mela (ogni mela che abbia vissuto) ha un lato più cedevole degli altri. A volte è marrone e, una volta che si sarà arrivati a saggiarne il sapore, si scoprirà che è ben diverso da tutte le altre parti della mela. Ma ogni cosa a suo tempo.

Una volta scelta quale mela si mangerà, soppesarla passandola da una mano all’altra, aumentando gradualmente la velocità dei passaggi, fino a fingere che le mele siano due. Se si vuole aumentare la difficoltà si può fingere che le mele siano tre, esibendosi in un vero numero da giocoliere. Peccato che non ci sarà nessuno a guardarlo. Poi, una volta stanchi del gioco (possono essere passati appena pochi secondi, o addirittura qualche minuto), lustrare tutta la buccia della mela utilizzando il bordo della manica destra. O, in alternativa, la parte della coscia più vicina al ginocchio. Mentre si svolgono queste semplici operazioni è consigliabile guardare il cielo, fuori dalla finestra, che si fa più scuro e che comincia a stagliare i contorni delle cose all’orizzonte, come in un gioco di ombre cinesi, ma molto più grandioso. Forse strideranno delle rondini: meglio ancora.

A questo punto si è pronti per dare il primo morso alla mela. Crac. Si stacca un pezzo rotondo, portando alla luce un pezzo di polpa croccante, bianca come il dente di un bambino. Si gusterà il suo sapore acidulo, che da di alberi nodosi di campagna, e ci ricorda un certo campo vicino a una chiesetta (la chiesetta dove si sono sposati i nostri genitori, qualche anno prima che noi venissimo buttati al mondo), dove pascolano due cavalli, uno nero e uno rossiccio, che, se potessero, non rifiuterebbero di certo un boccone di quella stessa mela che stiamo mangiando ora. Procedendo con i morsi, assestati simmetricamente per tutta l’area della mela, non dovremo risparmiare nemmeno il lato ammaccato. Quello, il lato offeso, avrà un sapore più dolce degli altri, fermentato, quasi alcolico, e avrà un vago odore di mosto borbottante dentro tini di un autunno benevolo, assolato e tiepido.

Si procederà con questo metodo fino all’ultimo boccone, che dovrà necessariamente essere consumato davanti alla finestra aperta, mentre fuori canticchia un’aria buona, dolce d’estate e di ronzare d’insetti. E allora non si potrà non essere contenti di aver potuto mangiare una mela così felice.

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