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Istruzioni per astrologie mobili

Si cominci con l’osservazione delle stelle. Si guardino fino a coglierne i bagliori, verdastri come la pancia degli insetti estivi che occupano con le loro luminescenze gli spazi tra le pietre di vecchi muri sdentati.

A questo punto si provi a cogliere tracce di vita a venire nella fissità di quei punti in mezzo al nero, tremolanti come pupille dietro al merletto leggero delle lacrime. L’intrecciarsi dei destini, dicono, stanno scritti lì, in quei disegni segreti, nel tratto che non si vede, tra una luce e l’altra.

Si finirà per pensare – è inevitabile – che quella fissità da lampiride mal si adatti alla liquidità del domani, di quel che non c’è ancora ma ci sarà; quell’avvenire che non conosce geometrie se non quelle d’un attimo, pronte a infrangersi sulle cose in cavalloni isterici.

Si prenda in considerazione, allora, il volo basso delle rondini che sorvolano un fosso.
Con i loro corpi tiepidi di piume guidati da piccoli pensieri volatili, anche loro disegnano in cielo quella che sembra la costellazione del capricorno, ma è solo un attimo, lo stridere di un secondo.

Poi, subito, resta di nuovo solo la ribellione di garriti acuti, e batter d’ali anarchici, e un planare per gioco sul bacile capovolto che è il cielo.

Si considerino quelle tracce, allora. E, se si desidera, molte altre ancora.

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Istruzioni per misurare il tempo

Si disegni nella mente un uomo di mezza età e lo si immagini seduto su una sedia di plastica arancione in mezzo ad altre sedie di plastica arancione nella sala d’aspetto di un ospedale. L’uomo potrebbe indossare un maglioncino verde con una profilatura gialla sulle maniche.

Si immagini che quell’uomo stia aspettando che sua figlia partorisca.

Si portino avanti, a questo punto, i pensieri e si supponga che, mentre aspetta, l’uomo stia leggendo una lettera la cui totalità è composta da due fogli color bianco quando il bianco invecchia. Ipotizziamo che uno dei due fogli l’uomo lo stia tenendo con due mani dalle nocche dure come gusci di noce e che l’altro dei due fogli si trovi, invece, ripiegato sulle ginocchia.

Non importa che ci si interroghi troppo sull’eventualità che quel secondo foglio sia già stato letto o, al contrario, sia ancora da leggere. Si immagini, invece, che quei fogli compongano una vecchia lettera che, tanti anni fa, qualcuno gli aveva scritto. Forse quella lettera, per motivi che non ci interessano troppo, è arrivata a destinazione solo quel giorno, oppure era stata dimenticata e ora è come leggerla per la prima volta. Quel che conta è che quelle pagine raccontano una storia lontana, di un passato appannato in cui lui era giovane e il suo corpo non l’aveva ancora tradito in nessuno dei molti modi in cui può tradire un corpo quando invecchia, di quando i suoi piedi camminavano leggeri e il suo viso era compatto come un terreno ancora da dissodare. Di quando certe risate scroscianti come campanelli suonavano sempre per lui e il tempo si srotolava davanti a lui come il tappeto rosso che porta a una festa, ai suoi lampadari di cristallo, ai molti brindisi, alle stoffe di seta.

Immaginiamo che l’uomo legga quelle righe che parlano di chi era e non è più e che intanto, di là, sua figlia partorisca, aggiungendo, così, un anello a quella lunga catena che è il tempo come lo conosciamo.

Non che sia importante.

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Istruzioni per sopravvivere a una tempesta

Per cominciare ci si dovrebbe affacciare alla finestra. La finestra che guarda ad ovest va bene. Non importa se è buio. Si aprano le ante, si nutra il silenzio con lo schiocco rapido dei cardini. Si scruti per un attimo nell’invisibile, fino a che quel che si ricorda si sovrappone a quel che si vede. Più ricordata che vista, ad esempio, è la vetrina del negozio che vende pietre dure e bracciali portafortuna, giù in basso. Per un attimo brillerà la dentatura metallica della saracinesca abbassata e il rettangolo lattiginoso del cartello con sopra scritto ‘chiuso’. Ma la scritta non si vede: la si ricorda.

Si giri la faccia verso quel disordinato vento tiepido che poi, molto più tardi nella notte, porterà un sonnolento scroscio di pioggia. Si guardino i rami delle palme agitarsi in quel vento come i capelli disinibiti di una spogliarellista. Si allungano, le palme, dai ridicoli cortiletti divisi dall’asfalto da tristi ringhiere scrostate: fazzoletti di terra asciutta e poche zolle di erba corta che si sviluppano tutti nella verticalità delle piante assurdamente esotiche che poggiano i loro piedi di corteccia tra i mozziconi e l’urina dei cani.

A questo punto si guardi oltre. Si noterà che sulla strada oscillano due lampioni (si potesse guardare oltre se ne vedrebbero molti di più, ma due lampioni è il massimo che possiamo vedere da quella precisa prospettiva). Sono tre gusci rovesciati, appesi al centro di un lungo cavo teso da una casa all’altra. Si vedrà che sull’asfalto e sui muri dondola, sempre più veloce, un fascio di gialla luce liquida, come il principio di una mareggiata.

Si lasci che gli occhi accompagnino quei marosi, le pupille come biglie lasciate andare nelle superfici lisce di una ciotola.

Sembrerà di capire, per un attimo, che non è opponendosi alle onde che si potrà sopravvivere a una tempesta. Ma sarà un concetto vago, presto inghiottito dal buio in un ‘plop’ di caramella dura.

Si chiuda la finestra.

Sta per piovere.

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Istruzioni per non fare niente

Per i principianti è consigliabile assumere la posizione distesa.
Si faccia appello, a questo punto, ai nostri sensi. Si può cominciare con l’ascoltare. Si può ascoltare, ad esempio, un acciottolare di piatti, il canto degli uccelli, voci lontane, o la cantilena monotona del traffico giù un strada.

Se si vuole si può anche guardare. Niente di troppo complesso: il soffitto può andar bene, con le sue microscopiche gibbosità d’intonaco. Si noterà ben presto che, se colpite dal sole nel modo giusto, quelle piccole irregolarità sanno gettare ombre lunghe.

Qualcuno ritiene che per non far niente sia necessario non pensare. E’ un errore comune che è opportuno sfatare. Condizione necessaria per non far niente è quella di non produrre e non consumare nulla.
Si pensi, dunque, se si vuole. Basta lasciare andare avanti e indietro la risacca dei pensieri, come una tenda bianca in una giornata di vento, quando la casa la inghiotte per subito risputarla e non fa altro che questo: inghiottire e risputare.

Si può inventare una storia, se si desidera, oppure solo l’inizio di una storia che potrebbe essere qualcosa come: “E’ curioso, a pensarci, che non riesca a ricordare la prima volta che i miei occhi incontrarono il suo sguardo obliquo, torbido come uno stagno brulicante di girini“.

Se si possiedono già delle competenze nell’arte del non far nulla non è necessario che si resti sdraiati: è considerato non far niente anche una camminata a passo moderato, leggere un libro già letto, accarezzare la pancia calda di un gatto, osservare le cattedrali costruite dalle nuvole, un’ora passata seduti a un tavolo di fronte a una fila di matite colorate senza mai muoversi se non per alzare, ogni tanto, una mano ad assicurarsi che la punta della matita blu sia bene in linea con il giallo.

Si vada avanti fino a quando il non far niente verrà a noia, poi si continui fino a quando non ci si annoierà più.

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Istruzioni per andare

Si cominci con il primo passo. Gli altri arriveranno da soli, che non c’è un passo che non ne desideri di successivi. Ci si potrebbe trovare a percorrere, ad esempio, un sentiero polveroso, il sole una colata liquida d’un bianco che chiude gli occhi. Si pensi alle note di una melodia della quale si conosce solo il ritornello e le si ripeta dentro fino a che quel concerto silenzioso non avrà innestato il suo circolo inconcludente, tornando a ripetersi ogni volta che la memoria, messa di fronte al baratro dell’ignoto, è costretta a tornare sui suoi passi per non finirci dentro, come un mantra pop per mistici dilettanti.

È lo scricchiolare di quelle ossa verdi di clorofilla e fibra (crescite rapide di nuove adolescenze) che sentiamo passando vicino alle giovani altezze di un gruppo di lunghe canne? Erano germogli teneri che foravano la terra, ieri, oggi sono pareti vertiginose e capelli taglienti scossi al vento, piste di decollo per coleotteri coriacei dalla scorza lucida come quella delle susine, se la si sfrega sul lembo della camicia.

Si guardi oltre: si vedranno tre torri alte, alla fine della campagna: un campanile e due chiese. Sono – penserete – le piccole tracce di una città che non si vede, non diverse, in fondo, dalla lunga linea lucida lasciata sulla pelle rugosa di un muro a secco da una lumaca con il guscio di leopardo, oppure da quella merda viola, frutto di bacche di sambuco ingoiate da un becco vorace.

A questo punto verrà in mente – a proposito di tracce – quella volta che, mentre stavate guidando, sul parabrezza della vostra auto rimase impressa la luminescenza cangiante lasciata dalle ali gialle di una farfalla.

Ci si fermi un attimo, allora, il piede destro in attesa del prossimo passo, e si pensi a quanti sacrifici silenziosi comporta il procedere nel mondo, quanti caduti sotto l’ascia impietosa del nostro procedere, che non si sa nemmeno se ne valga la pena davvero, di proseguire ancora, che le ingiustizie sembrano tante più di quelle che si possono contare, e il peso troppo da poter trasportare da soli, se si riflette sul fatto che davvero il benessere di uno ruba quello d’altri e via dicendo.

Poi si prenda fiato e si continui ad andare.

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Istruzioni per serbare rancore

Si cominci ascoltando barrito di un soffiatore da giardino che sposta foglie secche, spingendole in masse mobili, a farne sculture di un attimo prima che vengano spinte in un bidone dalle pareti appiccicose di altre linfe, venute prima di quelle, senza la possibilità di sfarsi nella terra, capaci solo di colare le ultime stille lungo le aride pareti di plastica del secchio. Si ascolti quel suono aspettando con urgenza che termini.

Se lo si riesce ad ascoltare con sufficiente intensità, quel suono vorace divorerà ogni cosa e del mondo non rimarrà altro che un vago borbottio dentro lo stomaco di quel rombo.

Se ci si trova in casa si apra la finestra per guardare la proboscide gialla del macchinario. Forse si riuscirà a scorgerla da lì. Forse, invece, il suono guiderà lo sguardo verso una siepe e verso un vago frullare di foglie che sembrerebbero sospinte da un refolo gentile, se non ci fosse quel grido meccanico a rivelare l’artificiosità del movimento. Guardare quel rumore dritto negli occhi non lo spaventerà, ma lo renderà più feroce. Quel suono balzerà in avanti, allora, e per evitarlo non basterà chiudere le ante.

A questo punto si resti lì, lasciando che l’insistere del rumore si insinui sgocciolando nelle orecchie come batuffoli di cotone bagnati e si cominci a pensare ad altri rumori. A quello di un tosaerba, ronzante decapitatore di margherite e coleotteri, di un aspirapolvere, di una pompa per l’acqua, di una macchina per stendere il bitume che rende l’aria ondulata come un miraggio, il jingle di una radio, il climax veloce di una moto che passa e sfuma solo per cedere il posto alla successiva, il trapano a sbreccare le piastrelle al piano di sopra, un allarme che ulula nel mezzo della notte, voci che si sommano a voci, una sega che affonda di taglio nel legno.

Si lasci che quei rumori si affollino intorno e sciamino come api in maggio, quando escono dalle loro arnie per cercare un posto nuovo in cui abitare. Ci si comporti da apicoltori, allora. Si aspetti che tutti quei rumori si posino, formando un indistinto grumo scuro di fastidio, e si lasci che pian piano vi si accomodino in mente, imprimendole la loro forma come sul cuscino di un divano vecchio.

Che restino lì, ben al sicuro, e si sgranchiscano, ogni tanto, le ali: a lungo andare quel ronzare sarà il nuovo nome che darete al silenzio.

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Istruzioni per capire

Si cominci dal presente. Ad esempio da un campo di grano che ancora non ha l’aspetto del grano, ma solo di erba sottile, verde come il verde quando è verde, luminosa come un vetro dipinto attraverso il quale può passar la luce. Oppure si cominci da un cielo pieno di nuvole gonfie che Dei, il tappeto sul quale poggiate i vostri piedi pensati è per me è il tetto. Il soffitto dipinto a tinte pastello nella stanza di un bambino che ha paura di addormentarsi.

Se non si vuole cominciare da oggi, si cominci da domani, il posto dove tutto potrebbe essere, tranne quel che non sarà. Se si soffre di nostalgia ci si fermi a ieri: il nido caldo in cui accatastare i ricordi, sprimacciandoli con le mani in forme nuove, per potersi sedere più comodi.

Si pensi, a questo punto, a un fatto. Un fatto che, o che è stato, o che sarà. Lo si pensi grande. Enorme. Così tanto più grande del nostro metro e settantatré che non lo riusciamo a vedere. Ne vediamo l’ombra che sottrae il sole a quel che guardiamo.

Se c’è l’ombra, si ragioni, ci sarà qualcosa che la produce. Quel che quel qualcosa sia, però, non è dato saperlo.

Si cominci a retrocedere, allora, come davanti a un’opera puntinista, fino a che i colori non saranno forme. Allora cominceremo a raccontare quel che vediamo, come grandi intenditori, grandi saggi.

Diremo: ecco, qui è cominciato tutto. Qui si vede come ha iniziato ad andare avanti. Vedete? Era già piantato il seme del futuro. Qui c’è stato il primo passo falso, qui il secondo. Qui si può dire che si sia agito bene, ma senz’altro per sola fortuna. Ed eccole, eccole qui, queste qui sotto: queste sono le conseguenze.

Non si sa ancora che quel che stiamo vedendo è, per il momento, solo l’ombra lunga che proietta l’angolo in basso.

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Istruzioni per coltivare illusioni

Innanzitutto si raccomanda di non nutrire illusioni. Le illusioni, infatti, come certe piante grasse, non hanno necessità di essere innaffiate spesso. Non importa concimarle, né potarle affinché crescano più robuste.

Le illusioni, si può dire, si nutrono da sole. Sono accomunabili, in questo senso, a certe edere tenaci che si aggrappano ai muri delle case vuote e non importa se recidi le radici: alle loro piccole dita di corteccia basta quella poca rugiada stantia che è il sudore delle pietre per prosperare e fare le foglie verdi d’un verde spesso, che non teme tempeste.

Non solo le illusioni si nutrono da sole, ma nutrono anche l’organismo che le ospita. Parassiti utili, come i volatili che mangiano ciò che resta tra i denti degli ippopotami, le illusioni fanno del loro ospite quel che è: un buon imitatore che, con le labbra, si diverte a rifare il tubare di un piccione per capire l’ebbrezza veloce che prova nel volo e il palpitare di quella vita sotto le piume calde, il dipanarsi dei suoi piccoli progetti istintivi. E si fa l’idea azzardata di riuscire a tradurli in parole, per poterli raccontare.

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Istruzioni per diventare tristi

Si cominci da bambini, vincendo delle gare. Possono essere maratone sportive, o una sfida a braccio di ferro, o la tombola di fine anno, o una partita a pallone nel cortile della scuola. Piccole competizioni possono essere sufficienti. Basta che si assapori la breve scarica elettrica che attraversa il corpo quando ci si riconosce migliori di qualcun altro. Ci si faccia dire ‘bravo, bravissimo’, poi si trattenga un sorriso spontaneo immodesto con una rapida contrazione muscolare modesta. Si gonfi il petto. Si cammini ben eretti.

Si è pronti, a questo punto, per un gioco più complesso: il gioco del ridere per ultimi. Per praticarlo serve un compagno di gara. Le regole prevedono che i due giocatori si posizionino uno di fronte all’altro, a breve distanza. Si cominci, a questo punto, a guardarsi negli occhi in silenzio. Si guardino quegli occhi pieni di lucciole ribelli, pronte ad accendersi e vibrare, e quando si dice ‘hai gli occhi belli come stelle’, quello s’intende: che son pieni di luci che tremano come quei corpi celesti roventi, immersi in uno spazio gelido che fondono idrogeno ed elio nel vuoto cosmico, generando un piccolo vibrare nel cielo notturno.
Si guardi il naso dell’altro fino a che quel naso non sembrerà diverso. Protuberanza inconsulta, sopra labbra che sono linee rosa che s’alzano e s’abbassano un poco e tornano ad alzarsi come un elettrocardiogramma stanco. Si arrivi al mento: rotondità esilarante, talvolta con una fossetta al centro, come se con un punto d’ago e filo si fosse voluto fissare bene al resto del volto. Peli sottili, biondi, attraversati da un raggio di luce.

Si provi, ora, a non ridere. Potrebbe sembrar facile, invece è difficilissimo non ridere di fronte al comico affastellarsi di lineamenti nello spazio ridotto pari a un palmo di pelle, appena sotto la fine dei capelli, appena sopra l’inizio del collo. E’ il ridere ribelle del riconoscere la comicità nell’ovvio.
Il riso comincerà a scoppiettare in gola come chicchi di grano turco in una padella. Gorgoglierà appena dietro la lingua, entrerà nel naso, come le bolle di gas di una bibita frizzante, spingerà per uscire dagli occhi.
Voi trattenetelo, se volete vincere il gioco.

Allenatevi a lungo. Diventerete, infine, così bravi che riuscirete a trattenere il riso fino a diventar tristi per la vita intera.

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Eventualità, Istruzioni

Istruzioni per calcolare il tempo

Si cominci con l’immaginare il lungo corridoio di un museo. Le statue senza naso dipingono ombre lunghe sulle pareti alle loro spalle. Natiche di marmo dalle linee morbide come carni vive.

Verrà in mente, a questo punto, un fatto dimenticato: che le sirene, negli antichi miti, non erano pensate per metà pesci come le pensiamo noi, bensì la folle unione di donne e uccelli marini, appollaiati agli scogli con le loro zampe coriacee di antichi sali marini. Ci si chiederà, allora, se dalle loro labbra di carne sfuggisse, a volte, un grido acuto di gabbiano, a salutare il mare nell’incombere della sera.

Ci si fermi con la mente, adesso, di fronte a una testa pallida. Si noti che il suo naso di marmo è solcato al centro da una piccola fossetta. Si faccia una considerazione: quella fossetta è quasi uguale a quella che attraversa per il lungo la punta del vostro stesso naso.

Si ragioni su quanto a lungo possa viaggiare attraverso i volti una fossetta sul naso. Adesso non si potrà non pensare che il ticchettare nervoso delle lancette sugli orologi del mondo sia, in fondo, poco più di una convenzione poco pratica, superata dai fatti.
Si proceda calcolando i giorni con metodi più moderni, ad esempio tenendo in conto la forma del naso di una statua greca, contando le volte in cui quel naso è tornato, migrando attraverso i visi come uno stormo di uccelli quando viene l’autunno.

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