Eventualità, Istruzioni

Istruzioni per calcolare il tempo

Si cominci con l’immaginare il lungo corridoio di un museo. Le statue senza naso dipingono ombre lunghe sulle pareti alle loro spalle. Natiche di marmo dalle linee morbide come carni vive.

Verrà in mente, a questo punto, un fatto dimenticato: che le sirene, negli antichi miti, non erano pensate per metà pesci come le pensiamo noi, bensì la folle unione di donne e uccelli marini, appollaiati agli scogli con le loro zampe coriacee di antichi sali marini. Ci si chiederà, allora, se dalle loro labbra di carne sfuggisse, a volte, un grido acuto di gabbiano, a salutare il mare nell’incombere della sera.

Ci si fermi con la mente, adesso, di fronte a una testa pallida. Si noti che il suo naso di marmo è solcato al centro da una piccola fossetta. Si faccia una considerazione: quella fossetta è quasi uguale a quella che attraversa per il lungo la punta del vostro stesso naso.

Si ragioni su quanto a lungo possa viaggiare attraverso i volti una fossetta sul naso. Adesso non si potrà non pensare che il ticchettare nervoso delle lancette sugli orologi del mondo sia, in fondo, poco più di una convenzione poco pratica, superata dai fatti.
Si proceda calcolando i giorni con metodi più moderni, ad esempio tenendo in conto la forma del naso di una statua greca, contando le volte in cui quel naso è tornato, migrando attraverso i visi come uno stormo di uccelli quando viene l’autunno.

Standard
Istruzioni

Istruzioni per prepararsi a volare

Si cominci con il restare fermi.

Davanti abbiamo una parete che è un arrampicarsi verticale verso un cielo orizzontale, come quello che disegnano i bambini. Lassù, non viste, ci sono le stelle: palle di gas anarchici che pulsano di bianco e di verde e di colori lontani. Baluginare notturno prima che lo ingoi il giorno.

Guizzano i muscoli immobili d’una immobilità fremente.

Si scoprirà che da qualche parte suona una musica vaga come un imbrunire.

Non si potrà non pensare, ora, a magma caldo che ci ribolle sotto, nel punto della terra dove s’è puntato il compasso per disegnarne il centro. Poi a cellule impazzite, esplosioni roventi, crateri gelidi o ribollenti, mitocondri zigrinati che da uno si fanno due, pianeti che si incontrano e scontrano, con placche materiche e con DNA confusi, pronti a stiracchiarsi, allungarsi e confondersi per inventarsi nuovi.

Torneranno in mente, a questo punto, le parole sconnesse di una filastrocca che cantavate da bambini che citava, tra le altre cose, cosce di pollo e merletti. Ci si stiracchi, allora, tendendo la schiena come si tende un arco prima di scagliare la freccia.

Ma non la si scagli, per ora.

Standard
Istruzioni, Luoghi, Persone

Istruzioni per andare al mare in una mattina di febbraio

Fridtjof Nansen nacque in Norvegia nel 1861, in un mondo fatto di ghiacci e freddo che a guardarlo sembra sempre uguale a se stesso. La conosciamo, però, la storia dei molti modi degli esquimesi per chiamare la neve che, come per magia, fanno comparire tante varietà di neve quante sono i termini che la descrivono. Perché non sempre sono le cose a far nascere le parole: spesso sono proprio le parole a far emergere come un faro le cose dal buio dove sono immerse prima di dar loro un nome.

Così Fristjof si mise a guardare quei ghiacci e quelle nevi e a illuminarli con il suo sguardo, un metro dopo l’altro fino a che arrivò al mare. Qui non si fermò: si imbarcò sulla nave Viking, che era una nave per la pesca delle foche, e percorse in lungo e in largo il mare della Groenlandia. In quelle increspature macchiate dal sole leggeva misteri che gli sembrava ogni giorno di decifrare un po’ meglio del precedente.

Il vento gli urlava in bocca e lui gli rispondeva ed era tutto un gridarsi in faccia in un frullare di spruzzi salati come farfalle dalle ali trasparenti. Osservava come si muovevano i ghiacci e ascoltava lo squittire delle foche. Un giorno Nansen, in mezzo al baluginare dell’acqua, scorse alcuni pezzi di un relitto. Quei pezzi di legno fradicio lui li lesse come si legge un prontuario e si convinse dell’esistenza di una corrente artica che partiva dalla Siberia e proseguiva verso il Polo Nord e da lì verso la Groenlandia.

Così fece costruire una nave e la battezzò con il nome ‘Fram’ che in norvegese significa ‘Avanti’. Avanti era la direzione verso la quale guardava Nansen ed è facile immaginarlo scrutare l’orizzonte con la mano tesa a riparare gli occhi chiari dalla luce, come in un saluto militare che invece era solo un modo per spingere gli occhi ancora più in là e trasformare ancora una volta l’orizzonte in una linea di partenza.

Era il 14 giugno del 1893 quando Fridtjof salpò da Oslo per raggiungere il Polo Nord facendosi spingere da una corrente che intuiva senza saperla davvero, di cui ricordava solo la carezza gelida sulle guance e quel tocco era bastato a farlo innamorare. Viveri per sei anni, carburante per otto anni, Fram fu lasciata andare alla deriva in mezzo ai ghiacci fino a che i ghiacci non la morsero davvero, stringendo le mandibole intorno ai suoi fianchi, prima rallentandola e poi fermandola davvero là in mezzo a quel deserto freddo. Nansen, però, voleva ancora andare avanti. Allora scese e la corrente che aveva cercato la inventò con la forza dei suoi piedi. Tracciò i suoi passi sulla neve ghiacciata. Erano passati due anni. Nessuno era mai arrivato così vicino al Polo Nord quanto Nansen fece quella volta. Le cose che aveva visto gli restarono attaccate agli occhi e gli resero lo sguardo pesante la troppa neve, i troppi ghiacci e fu con quello sguardo proiettato in avanti che, dopo la prima Guerra Mondiale, inventò il passaporto che consentiva agli apolidi l’immigrazione in un paese diverso da quello di origine: che si vada dove si vuole e dove si può. Dove portano le correnti finché ci portano.

Per andare al mare una mattina di febbraio una buona idea può essere quella di percorrere via Fridtjof Nansen fino in fondo, sbirciando nei cortili delle case con le saracinesche sprangate e l’erba alta, e una palla sgonfia gialla e nera appiattita nell’alcova del barbecue. Si arriverà, allora, fino alla sabbia che è un piccolo deserto soffice e lucente: scaglie di conchiglia e brillare di vetro in potenza e si ascolterà una risacca lenta, e qualche strillo di gabbiano.

Un frullare d’ali e tanto spazio davanti ancora da capire.

Standard
Istruzioni

Istruzioni per guardare lontano

Si cominci con l’immaginare.

Da qualche parte dietro quei veli, quelle stoffe, quei lustrinida ci sono occhi che riflettono occhi. Ci sono le linee tonde delle guance, ci sono le fossette sopra le labbra (labbra che sono state baciate, a volte), ci sono due solchi che dal naso portano alla bocca, come sentieri dritti. Ci sono quattro peli neri, sul mento. Tre sulla destra, uno a sinistra. Ci sono capelli lunghi. Lunghi fino alle scapole almeno. Sono di un nero che al sole sembra rosso, tinto con l’henné. Ci sono seni abbondanti e fianchi come colline, e caviglie sottili, sotto a polpacci forti.

Ma sotto quei veli, quelle stoffe, quei lustrini, ci sono anche balli. I balli nel giorno del matrimonio di tua figlia, quando le giravi intorno e le infilavi banconote verdognole nelle maniche, e nella cintura, ed eri felice che non dovesse esser sola. Balli di fronte al fuoco della stufa, un po’ per ridere, e un po’ per sconfiggere quel freddo straniero, che non può che far male alla salute. I balli di ragazza, quando tuo marito ti chiedeva di muovere i fianchi, e i tuoi fianchi erano modesti fianchi di ragazza, e tu li muovevi, e a lui piaceva guardarli. E ci sono anche i balli mancati, da ricordare con la nostalgia delle cose non fatte.

E dietro a tutto c’è la memoria di un paese lontano, con i tetti piatti come tavole, sulle quali i tuoi figli salivano quando volevano scappare ai tuoi rimproveri, via, via, su per quei tetti piatti. E tu lì, dentro quelle vesti ingombranti, a inseguirli con la voce, mentre cavalcavano il paese sui tetti, stringendosi la vita addosso con i calcagni.

E c’è anche il presente, lì, dietro quei veli, quelle stoffe, quei lustrini. Nella forma di un grande vaso di ceramica, che ti arriva quasi alle ginocchia. Sopra ci sono disegnati degli uccelli, e degli arabeschi interessanti, e dentro c’è un mazzo abbastanza lussureggiante di papaveri e girasoli. Finti. Di plastica. Un po’impolverata, da principio, ma con ancora tutti i colori. L’hai trovato in cantina, nella casa che tuo marito ha preso in affitto, e l’hai spolverato bene, e hai dato vita a quei fiori di plastica scompigliandoli con le mani, come si fa ai capelli dei bambini, poi l’hai sistemato sul davanzale. Ti sembra che lì stia molto bene, forse meglio dei fiori veri. E ti piace, mentre guardi la tua telenovela preferita, catturata dalla potenza intercontinentale di un’antenna parabolica potente quasi come dio, sollevare ogni tanto lo sguardo per trovare con gli occhi quei fiori finti, pensando che, sì, sono finti, ma guardandoli non si direbbe proprio.

Standard
Istruzioni

Istruzioni per ascoltare la musica

Ascoltare la musica non è una cosa semplice. Perciò non è consigliabile cominciare ad ascoltare la musica partendo dalla musica. Si dovrebbe cominciare, invece, suonando.

Suonando le foglie morte con i piedi, il tamburo con i ventricoli. Il mare: schiaffeggiandone le onde con i palmi, oppure mettendo una mano a conca su un orecchio. Si può suonare il proprio corpo prendendo una ciocca di capelli e tagliandoli con le forbici: cric cric cric, come uno sfregare di sabbie calde, o ancora strofinando i pensieri con i polpastrelli, attraverso le tempie.

Si può suonare in silenzio. Come un pesce volante, nuotare fuor d’acqua. A pelo di cielo, scodazzare l’assurdo con ali di pinna. Camminare passi che non passi. Non passi. Passerai. Lasciare che il mondo ferisca, che ti incida il suo scorrere addosso come iniziali sulla corteccia del vecchio pioppo, al parco.

Si può anche suonare una poesia: basta tenerne una piegata in quattro nella tasca dietro dei pantaloni. Ad ogni passo saranno i versi a crepitare piano le loro rime nel mattino freddo di dicembre.

A questo punto, se ne fosse rimasta la voglia, si potrebbe passare alla musica.

Standard
Istruzioni

Istruzioni per iniziare a fare una rivoluzione

Per fare una rivoluzione può essere utile uno spunto. Si può cominciare andando ad assistere a una conferenza.
Fuori potrebbe condensarsi una bruma greve, dopo la pioggia. Nell’ingresso della sala conferenze potrebbe essere esposta una scimmia impagliata. Ma forse no. Nell’aria potrebbe esserci un leggero odore di capelli umidi e cera per pavimenti, e quell’aroma elettronico che si sente se si appoggia il naso alla parte del microfono in cui si parla. Ma forse no.

Il relatore potrebbe essere un filosofo e quel filosofo potrebbe parlare di altri filosofi. Ad esempio Georges Bataille. Parlando potrebbe dire, quasi per caso, che Bataille nella sua vita ha lavorato tutto sommato poco. Si riferirebbe, naturalemnte, ad un lavoro “tradizionale”, non al pensare e allo scrivere ciò che s’è pensato.

Potrebbe succedere, allora, che l’uditorio, fino ad allora silente, cominci a rumoreggiare. Ridacchiare, anche.

A questo punto si potrebbe pensare che se riteniamo di poterci sentire in qualche modo superiori a Bataille, o a chiunque altro, solo perché abbiamo vinto nella gara a chi lavora di più, vuol dire che è davvero urgente provare a scrollarsi di dosso l’idea che dallo spaccarsi la schiena derivi una qualche superiorità morale. Un maggior peso nel mondo.

Si potrebbe capire che il nostro peso è quello d’ali di mosca. Solo, ogni tanto, catturano la luce del sole e ci facciamo un arcobaleno.

Questo potrebbe essere l’inizio di una rivoluzione.

Standard
Eventualità, Istruzioni

Istruzioni per ricordare – 2

Si può approfittare di quel preciso momento in cui ci si addormenta, senza sapere come. Sarà facile, allora, riportare alla mente con inequivocabile chiarezza di quella volta in cui viaggiasti veloce verso Selinunte e incontrasti un uomo con la barba o forse no, con gli occhiali di tartaruga o forse no, che teneva sul palmo della mano destra una falena grigia infilzata da uno spillo, dalle ali di opale mutevole, colme di tentativi ed errori e di sfibranti lotte contro le lampadine accese, di notte.

Di quando una lucertola color lucertola ti raccontò di quanti nomi hanno a disposizione le lucertole per indicare il sole e gli angoli retti degli scalini. Ricorderai bene di quando fosti abbracciato come quando si tampona una ferita che sanguina, fosti cerotto, garza, laccio emostatico, cubetto di ghiaccio che sospende e non cancella, rossetto sul colletto di una camicia e dopobarba da due soldi.

Veleggiasti, una volta, su un mare giallo di salsedine.

Come avevi fatto a dimenticarlo?

Torneranno in mente, all’improvviso, giorni che non si ricordavano più. Tanto per fare un esempio, di quando una volta, ubriachi fradici, inciampammo su un cumulonembo e a me cadde un dente davanti. Suonavamo i campanelli, le ocarine e i pianoforti e poi scappavamo via lontano in groppa ad un moscone di quelli con la schiena verde cangiante come un vestito da ballo.


Ti verrà in mente anche un ottimo progetto, davvero geniale. È un po’complicato spiegarlo ora: occorrono corda, foglie secche, un pezzo di carta a righe piegato in quattro parti uguali, un pennarello verde e un cerchione di bicicletta. Una volta realizzato può servire a molte cose, ad esempio a curare l’acne o salvare il mondo

Standard
Istruzioni, Luoghi

Come nasce una foresta fatata

Corniolo, Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi

Quel posto, ad esempio, è nato da una frana. Prima c’erano un corso d’acqua e alberi ed erba verde, e scricchiolare di foglie cadute, in autunno.
Poi, un giorno, dal picco che sovrastava la valle s’è staccata una fetta che è scivolata giù e giù ancora e la terra si è piegata come si piega un foglio di carta, anche se su quel foglio di carta c’è scritta una poesia.

Così il torrente è rimasto intrappolato come una lucciola tra due palmi di mano e s’è ingrossato ed è diventato un lago, e gli alberi che c’erano sono morti annegati. Ne restano gli scheletri lunghi e lisci come ossa, incrostati di funghi e abitati dai gufi.

A volerli navigare, i molti fiumi incisi sul legno, chi lo sa dove si può arrivare?

Pian piano sono arrivate le rane ad abbaiare il loro verso a bassa voce, come un segreto. L’odore aspro del bosco, la carne molle dei funghi. Vecchi passi quasi dimenticati: di lupo, di scoiattolo, di coleottero, di soldato, di zecca paziente, di contadini pieni di fame.

A un certo punto sono arrivati anche gli spettri degli uomini che, centinaia d’anni fa, hanno costruito la mulattiera arrampicata sul monte, sudandone le pietre una ad una: sono ancora lì, folte di muschio. Muschi tentacolari, silenzi, lame di luce su un microcosmo invisibile. E poi eccoli: gli elfi, le streghe, gli spiritelli dalle ali di vetro.

E’ così che nasce una foresta fatata.

Standard
Istruzioni

Istruzioni per aprire un pistacchio

Le bucce dei pistacchi, dicevo, stanno aperte come bocche. A seconda, sembra che sorridano, oppure che gridino. E non lo sai se a spalancare quella fessura fai davvero un bel lavoro, perché par quasi di operar violenza. Una forma brutale di estrazione della perla dal ventre riluttante dell’ostrica. Che qui la perla non ha nemmeno un bell’aspetto. E’ un sassolino un po’ marrone e un po’ verdino. Secco. Se si pensa a cosa paragonarlo viene in mente il calcolo che tolsero alla nonna, quello che lei s’è fatta ridare indietro per tenerlo in una provetta di vetro che ora rimane inerte in una scatola nell’armadio dei cappotti.

L’ostrica del pistacchio, invece, è un guscio liscio e imperlato di sale. E per fargli aprir le fauci non c’è niente di meglio da usare come leva che la metà di un altro guscio precedentemente separato dalla parte sua gemella insieme alla quale è nato. E poi, man mano che i frutti dei pistacchi si fan scrocchiare sotto i denti, i gusci si usan quasi tutti per aprire altre legnose ostriche, come una leva che forza la rigidità dei gusci.

Si tratta di una operazione semplice, una catena di montaggio composta da una persona sola a formare una serie di gesti a spirale. Una spirale che somiglia a quella piccola eternità finita che è anche l’unica che possiamo conoscere noi. Una spirale meta- pistacchiale, in cui il pistacchio raggiunge la rara situazione d’equilibrio di essere allo stesso tempo il fine e lo strumento per raggiungerlo.

Standard
Istruzioni, Luoghi

Istruzioni per ricordare

La fu salsamenteria Tomba, Forlì

Si può cominciare ricordando un negozio ormai chiuso, affacciato sulla via che percorrevi sempre quando abitavi nella vecchia casa. Il consiglio è quello di partire dalla luce. La luce è sempre un elemento importante per dipingere un ricordo. Lì la luce non si spegneva mai, ed era gialla contro il muro scrostato. Sali, adesso, fino all’insegna dipinta bianco su rosso. O bianco su marrone? No, bianco su rosso. SALSAMENTERIA TOMBA. Spingiti dentro con la memoria, varca la porta. Non importa se lì dentro non sei entrato mai: quante volte passando le pupille ti si sono impigliate a una vecchia bilancia polverosa appoggiata sul bancone! Dentro, per estensione, nei tuoi ricordi ogni cosa era polverosa. Ma hai dimenticato il dettaglio più importante. Sei costretto a uscire di nuovo, rientrerai dopo. Fuori, accanto alla porta di vetro sottile, pieno di bolle come un muro d’acqua, era sempre appesa una lavagna sbreccata che annunciava ‘oggi ciccioli caldi’ e quell’ ‘oggi’ non avevaieri né domani. Del resto è oggi tutti i giorni, e non è un errore sottolinearlo, di tanto in tanto. Dietro il vetro del bancone forse c’erano davvero salami e prosciutti lucidi di grasso, ma di loro non ricordi. Ricordi il proprietario, che per te era solo un camice bianco da dottore e un paio di occhiali gialli come denti gialli, che per quell’uomo il mondo doveva aver sempre l’itterizia. C’erano scaffali, anche. Sforzati di vederli. C’era un paio di forbici grandi come il tuo avambraccio, ticchettate di ruggini antiche. C’erano bottiglie di vino andate in aceto. Ricorda l’odore. No, non del negozio: so che non c’eri mai entrato. Ricorda l’odore umido della strada…

Può bastare così. Non si esageri con i ricordi. Quel che è stato è stato. Si dice così, no?

Un esercizio per i non principianti: si pensi al sé di allora, mentre camminava di fronte alla SALSAMENTERIA TOMBA, e ancora non si parlava quasi mai di foresta amazzonica e di olio di palma e la crisi di governo e crisi di un altro governo. L’umidità nell’aria gli si raccoglieva nella piega sotto al naso e ancora non conoscevi il significato della parola ‘callido’ e certe cose che son state non erano ancora state, e il cielo prometteva pioggia, ma quella persona ancora non sapeva se avrebbe mantenuto la promessa e sperava in cose che ha avuto e in altre che non spera più e se ci si concentra, ora, si può sentire il battere veloce dei propri piedi di allora sull’asfalto di allora.

Se ricorderai bene, con molta attenzione, ti accorgerai che anche tu, come la SALSAMENTERIA TOMBA, non ci sei più.

Ma non esser(ci), cosa vuoi che sia?
C’è ancora il mio nome sulla cassetta delle lettere, ma io non sono più qui.
Altrove, faccio ombra per terra, e mi rifletto negli specchi, e i miei capelli si sporcano se non li lavo per giorni, mi viene fame quando non mangio e sete se non bevo. Mi viene tristezza se non posso avere una cosa che avrei voluto, sono contenta quando ascolto una canzone che si accorda a quel che vedo o quando il cielo si fa del mio colore preferito o quando sento che posso fare quel che voglio, se per caso in quel momento mi sembra di sapere quel che voglio. Mi crescono le unghie dei piedi.
Ma queste non sono prove inconfutabili che ci sono.
Tu mi ricordi, ma si ricordano anche i sogni.

Io sono come i cento talleri pensati, con cui sicuramente non ti comprerai tre gusti di gelato, ma nemmeno due.

Standard