Istruzioni

Istruzioni per guardare lontano

Si cominci con l’immaginare.

Da qualche parte dietro quei veli, quelle stoffe, quei lustrinida ci sono occhi che riflettono occhi. Ci sono le linee tonde delle guance, ci sono le fossette sopra le labbra (labbra che sono state baciate, a volte), ci sono due solchi che dal naso portano alla bocca, come sentieri dritti. Ci sono quattro peli neri, sul mento. Tre sulla destra, uno a sinistra. Ci sono capelli lunghi. Lunghi fino alle scapole almeno. Sono di un nero che al sole sembra rosso, tinto con l’henné. Ci sono seni abbondanti e fianchi come colline, e caviglie sottili, sotto a polpacci forti.

Ma sotto quei veli, quelle stoffe, quei lustrini, ci sono anche balli. I balli nel giorno del matrimonio di tua figlia, quando le giravi intorno e le infilavi banconote verdognole nelle maniche, e nella cintura, ed eri felice che non dovesse esser sola. Balli di fronte al fuoco della stufa, un po’ per ridere, e un po’ per sconfiggere quel freddo straniero, che non può che far male alla salute. I balli di ragazza, quando tuo marito ti chiedeva di muovere i fianchi, e i tuoi fianchi erano modesti fianchi di ragazza, e tu li muovevi, e a lui piaceva guardarli. E ci sono anche i balli mancati, da ricordare con la nostalgia delle cose non fatte.

E dietro a tutto c’è la memoria di un paese lontano, con i tetti piatti come tavole, sulle quali i tuoi figli salivano quando volevano scappare ai tuoi rimproveri, via, via, su per quei tetti piatti. E tu lì, dentro quelle vesti ingombranti, a inseguirli con la voce, mentre cavalcavano il paese sui tetti, stringendosi la vita addosso con i calcagni.

E c’è anche il presente, lì, dietro quei veli, quelle stoffe, quei lustrini. Nella forma di un grande vaso di ceramica, che ti arriva quasi alle ginocchia. Sopra ci sono disegnati degli uccelli, e degli arabeschi interessanti, e dentro c’è un mazzo abbastanza lussureggiante di papaveri e girasoli. Finti. Di plastica. Un po’impolverata, da principio, ma con ancora tutti i colori. L’hai trovato in cantina, nella casa che tuo marito ha preso in affitto, e l’hai spolverato bene, e hai dato vita a quei fiori di plastica scompigliandoli con le mani, come si fa ai capelli dei bambini, poi l’hai sistemato sul davanzale. Ti sembra che lì stia molto bene, forse meglio dei fiori veri. E ti piace, mentre guardi la tua telenovela preferita, catturata dalla potenza intercontinentale di un’antenna parabolica potente quasi come dio, sollevare ogni tanto lo sguardo per trovare con gli occhi quei fiori finti, pensando che, sì, sono finti, ma guardandoli non si direbbe proprio.

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Eventualità, Fatti

Lettera dal fronte

Mi fa piacere sapere che a casa state bene e lo stesso si dice di me.

Immobile. Nel buio. Mimetizzato con la notte. Scricchiolii che non sono io. Pensiero che pensa il pensiero. Lettere dal fronte. Fronte imperlata, fronte solcata da una ruga centrale, fronte ampia di capelli smarriti. Fronte guerresca di una guerra che non combattemmo. Come sei affascinante, moglie mia. La mamma è sotto il tiro del cannone. Come sei affascinante come sei soave come sei brava. Sento le sirene la notte. Come Ulisse son legato, ma a me mi lega una stanchezza che fa le gambe pesanti e a chi chiama non mi fa rispondere.

I bambini stanno bene? Come sei affascinante quando ti affacci alla finestra e mi dici tutto bene? Sono nati i vitellini? Se c’era luna crescente allora dureranno. Non tagliare le unghie al piccolino. Qua ci son monti alti fino al cielo che se n’è parlato tanto, ma a vederli è un crepare. Come sei affascinante quando ti raccogli la gonna per raccogliere le more ed è tutto un raccogliere. Mandami, se puoi, un chilo di pane e un pugno di more. E se si schiacciano? Se si schiacciano mi si tingeranno le dita, e me le passerò in faccia e mi disegnerò un rossetto, come nei giochi delle bambine.

Ti ricordo, ti penso, ti muoio.

Non si dovrebbe morire se non di noia, quando fa estate e arrivano le due. D’amore, di mancanze, di pensiero. Di pensiero che pensa il pensiero. Che fa parole. Che le intaglia su legni morbidi solcati da fiumi antichi come il sempre. Come il mare quando lo guardi e pensi alla costa dall’altra parte e immagini il punto in cui le onde invertono il verso e la riva cui portano è un’altra riva. Al punto in cui il mare cambia direzione perché è il mare di un altro suolo.

Son troppi pensieri e dolori troppo grandi per un petto che si è fatto piccolo dal troppo sonno. Se ti parlo in bocca mi arriva solo l’eco della mia stessa voce.

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Eventualità, Luoghi

Una nota località turistica

Pianetto di Galeata

Si tratta di una nota località turistica. L’hotel è collocato sulla riva sud del grande lago. L’albergo si chiama, con poca fantasia dei titolari,’Hotel del lago’. Affacciata sull’acqua c’è una terrazza panoramica dove i turisti possono consumare la prima colazione o sorbire un drink prima di cena godendo dello spettacolo del tramonto (come brilla, sull’acqua, quel sole di fuoco! A guardarlo sembra di poterlo mettere in bocca e farlo passare da una guancia all’altra come una caramella d’orzo).

Nelle camere manca il frigobar. Questa mancanza è costata alla struttura ricettiva una stella, ma quella stella non è mai stata tolta dall’insegna: qualcuno si è limitato a svitare la lampadina che la illuminava. Me restano altre quattro brillanti come occhi di gatto quando li illumina i fari di un’auto.

Sulla riva est si trova il night club. Ogni sera disco music anni Settanta-ottanta fino al mattino. Ottime occasioni per indossare giacche argentate come le schiene dei pesci. Chiusura settimanale: martedì.

Sul lato ovest ecco la piattaforma per il noleggio dei pedalò. I turisti sono pregati di non gettare rifiuti in acqua per non recare danno alle specie lacustri: trote, anguille, pesci lanterna e unicorni.

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Eventualità

Se gli animali si accorgessero di poter parlare

Se gli animali si accorgessero di poter parlare, dovrebbero decidere di stare zitti. Se la loro bocca avesse la giusta forma per plasmare parole tornendole con la lingua, gli animali dovrebbero fare finta di niente, non farlo sapere a nessuno. Non abbassarsi al livello del verbo. Della voce che esce talvolta sgraziata, come i passi di un bambino che impara a camminare. Talvolta bugiarda di dolcezze che non ha, altre volte feroce, rabbiosa, frustrata, o ancora pesante di promesse e speranze e paure che incrinano il suono, di pianto doloroso come una mano che preme sulla gola.

Se gli animali si accorgessero di poter parlare, non dovrebbero cedere alla lusinga di dire la propria. Dire la propria non conta davvero. Non conta davvero il raccontarsi, spiegare, starnazzare la propria visione del mondo in un mondo che ha tante versione di sé quanti sono i battiti di ciglia di chi lo guarda. Non si facciano attirare dall’inganno in cui è caduto l’uomo quando ha capito di poter trasformare i suoni in parole, masticandoli contro il palato.

Se gli animali si accorgessero di poter parlare, dovrebbero trattare come un assurdo canto di sirene da evitare anche le sorprese della filosofia e l’incanto delle belle storie: non sono che la consolazione che ci siamo inventati per sopravvivere alla fatica del saper dire. Perché quando si comincia a parlare non si può più tornare indietro: ormai è fatta. Si può solo provare a fare delle parole qualcosa di buono: che siano gentili, che non facciano troppo male. Che siano vere. Che attraversino muri come le lucertole in estate, capaci di trovare ogni fessura tra le pietre. Che facciano sentire, per un attimo, quasi liberi dentro quel piccolo scarto tra ciò che il mondo fa di noi e ciò che noi facciamo del mondo.

Se gli animali si accorgessero di poter parlare, potrebbero sentire la voglia di raccontare, ad esempio, di un certo sentiero di ghiaia che corre in mezzo al verde, acceso come una lampadina nel buio, quando il buio fa paura. Dovrebbero stiracchiarsi, invece, e (se la conformazione del loro corpo glielo consente) sbadigliare. Socchiudere gli occhi al sole.
Forse è proprio quella pupilla il centro del mondo. Il punto dove si è infilato l’ago del compasso che ne ha disegnato il cerchio.

E così via.

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Porta Schiavonia

Porta Schiavonia, Forlì

Si scontra con un cielo di latte. Si staglia contro il bianco. Si potrebbe dire che si tratta di una vecchia foto, anche se si sente il freddo sulle guance e per vederla tutta bisogna alzare il mento in alto. Nonostante questo sembra quasi di poter vedere le quattro piegature sul cartoncino: forse era rimasta riposta dentro un portafoglio per un po’. Forse, a fare il giro intorno, non si vedrebbe la parete sul retro, con l’erba che cresce tra le crepe e una bicicletta appoggiata su un angolo, ma una scritta in corsivo sbavato: “Saluti e baci”.

A vederla così, in controluce, si notano piccole guglie che non si ricordavano. Tutto un geroglifico barocco che ne rende aguzze le linee e restituisce una porta Schiavonia diversa: ricca come una chiesa portoghese, complessa come una grotta pesante di stalattiti. Opulenta come un gioiello sardo.

Poi la porta si avvicina nello scorrere della strada sotto i piedi, ed ecco che si può vedere meglio: quelle non sono guglie, ma uccelli. Piccioni gonfi di freddo, appollaiati a curve e spigoli come gargoille dal petto vivo, carichi di pulci e piccoli pensieri volatili.

Quasi l’avevamo dimenticato, per un istante, che non c’è architettura che la natura non abbia pensato prima e meglio. Ce lo ricorda una porta che non conosce dentro o fuori, ma solo un caldo concerto di gole che gorgogliano e un cielo che si china un attimo a specchiarsi negli occhi di chi passa e guarda in su, offrendo le sue iridi al mondo.

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Istruzioni

Istruzioni per ascoltare la musica

Ascoltare la musica non è una cosa semplice. Perciò non è consigliabile cominciare ad ascoltare la musica partendo dalla musica. Si dovrebbe cominciare, invece, suonando.

Suonando le foglie morte con i piedi, il tamburo con i ventricoli. Il mare: schiaffeggiandone le onde con i palmi, oppure mettendo una mano a conca su un orecchio. Si può suonare il proprio corpo prendendo una ciocca di capelli e tagliandoli con le forbici: cric cric cric, come uno sfregare di sabbie calde, o ancora strofinando i pensieri con i polpastrelli, attraverso le tempie.

Si può suonare in silenzio. Come un pesce volante, nuotare fuor d’acqua. A pelo di cielo, scodazzare l’assurdo con ali di pinna. Camminare passi che non passi. Non passi. Passerai. Lasciare che il mondo ferisca, che ti incida il suo scorrere addosso come iniziali sulla corteccia del vecchio pioppo, al parco.

Si può anche suonare una poesia: basta tenerne una piegata in quattro nella tasca dietro dei pantaloni. Ad ogni passo saranno i versi a crepitare piano le loro rime nel mattino freddo di dicembre.

A questo punto, se ne fosse rimasta la voglia, si potrebbe passare alla musica.

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La sfida di esistere

Il Moloch è un’antica divinità venerata nella Geenna. E’ un mostro che viene raffigurato come il diavolo. Così simile al diavolo da avere anche delle corna ritorte in cima al capo. E ha occhi vuoti, come le statue di marmo, ed esiste solo fino al torso. Sotto…Niente. Sotto ha un piedistallo. Se si sercano altre rappresentazioni per vedere le gambe del Moloch se ne trova una dove ha gambe affusolate, da modella.

Il moloch, però, è anche un animale. È un rettile che abita nei deserti australiani. Il moloch orridus è un rettile barocco, pieno di guglie, dal dorso spinoso come le caverne sotterranee, carico di stalattiti e stalagmiti capaci di trafiggere la carne. I suoi occhi sono rotondi, le sue palpebre sono solo rapide cataratte che appaiono e scompaiono davanti alla ferita verticali delle loro pupille. È un animale, quello, irto di ogni cosa, ingeneroso. Probabilmente urticante.

La sua bocca è a forma di becco. Incapace di bere. La sua inospitalità lo rende inadatto anche a se stesso. Incapace di abbeverarsi. Capace solo di morire di sete, e rinsecchirsi in mezzo al deserto. Roccia tra le rocce. Se non fosse che l’evoluzione l’ha dotato di una risorsa inaspettata: il moloch, infatti, sa bere dalle zampe. Le sue zampe hanno delle terminazioni che sono come cannucce, sicché lui, anche nei deserti aridi in cui vive, solo sostando sulla sabbia sa suggerne l’umidità attraverso i piedi. Catturarne ogni stilla, come fa un fiore con le sue radici. Un’umidità che, attraverso un sistema fognario di tutto rispetto, sa arrivargli in bocca.

Il narvalo è un unicorno. Il narvalo è un cetaceo, simile ad una balena: una massa color melanzana, enorme. Se vogliamo inespressiva. L’unica cosa che lo differenzia da una balena è il corno che ha sulla fronte. Un corno lunghissimo, cesellato, disegnato da un disegnatore sublime. Appuntito come una spada. Vive nei mari dell’Artico. Nuota come un fantasma sotto i ghiacci. Nuota come un fantasma sotto chilometri di ghiaccio. Ma il narvalo non è un pesce: lui respira, e senza ossigeno muore. Così il ghiaccio può ucciderlo, se gli impedisce di riemergere. Ma, ecco, la natura (l’evoluzione), gli ha regalato un corno. E così lui nuota sotto un ghiaccio che ha gli strumenti per infrangere.

Sfida l’immaginazione, e la batte, esistendo. Come il moloch. Come me. Come noi.

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Istruzioni per iniziare a fare una rivoluzione

Per fare una rivoluzione può essere utile uno spunto. Si può cominciare andando ad assistere a una conferenza.
Fuori potrebbe condensarsi una bruma greve, dopo la pioggia. Nell’ingresso della sala conferenze potrebbe essere esposta una scimmia impagliata. Ma forse no. Nell’aria potrebbe esserci un leggero odore di capelli umidi e cera per pavimenti, e quell’aroma elettronico che si sente se si appoggia il naso alla parte del microfono in cui si parla. Ma forse no.

Il relatore potrebbe essere un filosofo e quel filosofo potrebbe parlare di altri filosofi. Ad esempio Georges Bataille. Parlando potrebbe dire, quasi per caso, che Bataille nella sua vita ha lavorato tutto sommato poco. Si riferirebbe, naturalemnte, ad un lavoro “tradizionale”, non al pensare e allo scrivere ciò che s’è pensato.

Potrebbe succedere, allora, che l’uditorio, fino ad allora silente, cominci a rumoreggiare. Ridacchiare, anche.

A questo punto si potrebbe pensare che se riteniamo di poterci sentire in qualche modo superiori a Bataille, o a chiunque altro, solo perché abbiamo vinto nella gara a chi lavora di più, vuol dire che è davvero urgente provare a scrollarsi di dosso l’idea che dallo spaccarsi la schiena derivi una qualche superiorità morale. Un maggior peso nel mondo.

Si potrebbe capire che il nostro peso è quello d’ali di mosca. Solo, ogni tanto, catturano la luce del sole e ci facciamo un arcobaleno.

Questo potrebbe essere l’inizio di una rivoluzione.

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La memoria di Atlantide

Venezia ha strade strette come spalle larghe, e ponti che sono braccia allungate a stringere mani e acqua verde come un occhio verde. Palazzi come stalattiti: guglie segrete e piccioni, brume e sciabordii e una chiesa dai visceri d’oro che ingoia e digerisce e labirinti di vie appese sul niente non fatte per perdersi ma per cercare e una volta trovato, smarrire per poter ricominciare.

Le scimmie delle nevi del Giappone, molti anni fa, furono portate in Texas, per un crudele esperimento. Lì, pian piano, impararono a mangiare cactus polverosi e a rotolarsi al sole come vecchi gatti. Poi l’esperimento continuò e qualcuno scaricò una montagna di cubetti di ghiaccio a farsi fanghiglia lì, sulla terra crepata dal caldo. Voleva sapere se dopo tanti anni le scimmie potessero ricordare le bianche montagne di Kyoto. Ed ecco che allora le poté vedere, le scimmie delle nevi, correre come impazzite verso quel freddo e succhiarlo con le labbra come fosse un prezioso gelato della memoria.

Venezia è come un’ Atlantide risputata dal mare. Forse lo rammenta ancora d’esser stata, in una vita lontana, una magica città degli abissi, intuita dal mondo in opaco brillare di madreperla ed è il mare che a volte ancora la chiama.

Si alzano in punta di piedi, allora, le strade e le case: aria, aria a quei polmoni di pietra e le alghe si aggrappano alle pietre per non annegare e larghe bracciate.

E il silenzio di brace del sole che cala.

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Eventualità, Istruzioni

Istruzioni per ricordare – 2

Si può approfittare di quel preciso momento in cui ci si addormenta, senza sapere come. Sarà facile, allora, riportare alla mente con inequivocabile chiarezza di quella volta in cui viaggiasti veloce verso Selinunte e incontrasti un uomo con la barba o forse no, con gli occhiali di tartaruga o forse no, che teneva sul palmo della mano destra una falena grigia infilzata da uno spillo, dalle ali di opale mutevole, colme di tentativi ed errori e di sfibranti lotte contro le lampadine accese, di notte.

Di quando una lucertola color lucertola ti raccontò di quanti nomi hanno a disposizione le lucertole per indicare il sole e gli angoli retti degli scalini. Ricorderai bene di quando fosti abbracciato come quando si tampona una ferita che sanguina, fosti cerotto, garza, laccio emostatico, cubetto di ghiaccio che sospende e non cancella, rossetto sul colletto di una camicia e dopobarba da due soldi.

Veleggiasti, una volta, su un mare giallo di salsedine.

Come avevi fatto a dimenticarlo?

Torneranno in mente, all’improvviso, giorni che non si ricordavano più. Tanto per fare un esempio, di quando una volta, ubriachi fradici, inciampammo su un cumulonembo e a me cadde un dente davanti. Suonavamo i campanelli, le ocarine e i pianoforti e poi scappavamo via lontano in groppa ad un moscone di quelli con la schiena verde cangiante come un vestito da ballo.


Ti verrà in mente anche un ottimo progetto, davvero geniale. È un po’complicato spiegarlo ora: occorrono corda, foglie secche, un pezzo di carta a righe piegato in quattro parti uguali, un pennarello verde e un cerchione di bicicletta. Una volta realizzato può servire a molte cose, ad esempio a curare l’acne o salvare il mondo

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